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Arterà. Possibili declinazioni del futuro presente dell’arte.

A cura di Ermanno Ivone

[Domanda retorica]
Cosa è l’arte?

[Risposta retorica]
“L’espressione o l’applicazione dell’abilità creativa e dell’immaginazione umana, tipicamente in una forma visiva come la pittura o la scultura che produce opere apprezzate principalmente per la loro bellezza o potere emotivo.” (Fonte Oxford Languages)
[ENG “the expression or application of human creative skill and imagination, typically in a visual form such as painting or sculpture, producing works to be appreciated primarily for their beauty or emotional power.”]

[Domanda esistenzial-temporale]
Cosa è il futuro?

[Risposta semplice]
Vedremo.

La domanda “Cosa sarà il futuro dell’arte?” è invece una domanda tendenzialmente impossibile. Per la quale non bastano capacità di investigazione acquisite attraverso anni di Cluedo. Probabilmente non basterebbero neanche profondissime conoscenze nel campo della storia dell’arte e della cartomanzia.

Questo perché, diversamente da quanto dicono più su quelli di Oxford, l’arte va dove le regole ancora non esistono, dove si può essere individualmente liberi pur essendo universalmente compresi.

Ciononostante in tanti on/off lineoggigiorno si prodigano a preconizzare (come i sedati fratelli pallidi nella vasca asettica di Minority Report con il sempre fuggitivo Tom Cruise) che l’intelligenza artificiale sarà protagonista.
A dargli parzialmente ragione c’è la prima opera d’arte generata con intelligenza artificiale (ricordatevi: “CON l’intelligenza artificiale” e non “DALL’intelligenza artificiale”) “Portrait of Edmond de Belamy”, venduta ad un’asta di Christies’s nel 2018 per 432.500 dollari.

Purtroppo le opere generate in AI (Artificial Intelligence) successive non hanno avuto tutte altrettanta fortuna in termini di quotazione.

L’importanza della comprensione del possibile futuro sta tutta nella differenza del “CON” (l’intelligenza artificiale) rispetto al “DAL”.

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Chi lavora per la produzione di un’opera – possessore di vasi sanguigni, unghie (non necessariamente limate a dovere) e ciglia più o meno lunghe – è l’essere umano che sta prima e dietro la generazione di quell’opera seppur sviluppata con un algoritmoche nutre un’intelligenza artificiale. L’AI non fa altro che elaborare incroci di informazioni imitando la creatività.(Imitazione ma nessun delitto morale esplicito di plagio. È quello che, non troppo inconsciamente, facciamo tutti noi possessori di ciglia. Imitazione che definisce l’idea – abbondantemente masticata – e l’interpretazione). Fino ad ora, c’è sempre stata la mano dell’essere umano a decidere che una determinata opera esistesse. Un po’ come se l’AI fosse una macchina fotografica su cui far fare “click”.

L’esempio della fotografia può contribuire a far comprendere la questione alle nostre menti sensibili. 

L’espressione della fotografia nasce nel 1826 con “Veduta della finestra a Le Gras” di Joseph Nicéphore Niépce (un francese che da rivoluzionario nei suoi anni in Sardegna, concettualizzò la futura impressione fotografica). 

La “veduta” è un’immagine in bianco e nero, con la sharpness di un turista ubriaco per un addio al celibato, dalle forme che hanno poco della, a noi conosciuta, fotografia panoramica. Ricorda di più le macchie del test di Rorschach. (potete utilizzarla per un improvvisato gioco di società così da autodiagnosticarvi delle attitudini percettive. Per esempio io ci vedo un Lukassiano Star Destroyer poggiato al suolo in attesa di imbarcare Stormtrooper) 

Da quel momento in poi l’utilizzo della fotografia fu criticato dai tradizionalisti e additato come “vantaggio facile sulla tecnica” comparandolo con gli sforzi e l’estro pittorico. (non vi ricorda niente?) Charles Baudelaire disse “la fotografia non è un’arte. L’immaginazione è la regina delle facoltà, e la fotografia non richiede immaginazione” (Caro Charles, vaglielo a dire a David LaChapelle se hai coraggio. Vedi Art&Glamour Magazine#11 con intervista esclusiva a D. LaChapelle). E continua dicendo che “La fotografia è documentaria per natura. Fornisce informazioni. Può servire le arti, ma in forma minore. Attesta dei dettagli, degli indizi, ma non può esprimere un piano, un’idea o un sogno. È solo il residuo di un modello”.

[continuo a rispettare Charles solo perché ha anche detto, sicuramente in altre circostanze “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere”].

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Ed invece quell’invenzione, negli stessi anni della nascita della psicoanalisi, permise agli artisti dell’epoca di disinteressarsi alla riproduzione del mondo in tratti specifici e faticosamente realistici, rendendo possibile la nascita di movimenti come il futurismo, l’espressionismo, il cubismo e il dadaismo. Gli artisti cominciarono a mostrare il mondo in un modo diverso e, letteralmente, astratto. Questo perché quei maledetti artisti preferiscono sempre porci una visione contro-intuitiva del futuro, snobbando da subito quello che sembra facilitare il compito della narrazione espressiva.

Senza la nascita della fotografia, probabilmente, Picasso, Duchamp (entrambi i fratelli), Kandinskij oggi non li ritroveremmo nei musei. Qualcuno magari si sarebbe dato, insoddisfatto, alla politica come extrema ratioo avrebbe inventato le chiavi colorate (per distinguere quelle di casa da quelle del pied-à-terre).
[scherzo ovviamente. Sarebbero stati comunque delle luci nella storia, chiavi in mano]

Tanti oggi usano la fotografia per fare click. Tanti altri – non tantissimi in realtà – la utilizzano per reinventare un’espressione del proprio sentire.

La fotografia ha anche portato all’iniziazione di un processo che le intelligenze artificiali intensificheranno: la democratizzazione dell’arte.
Una capacità di espressione più semplice permette potenzialmente a tutti di potersi esprimere “artisticamente”. Caso emblematico è la finger artintesa come il disegno eseguito attraverso l’utilizzo delle dita. Su un tablet, con app dedicate (per esempio Procreate della Savage Interactive Pty Ltd) che ne facilitano la produzione o anche, più semplicemente, dita usate per decorare una story su Instagram.

[chissà quante meraviglie potrebbe tirare fuori il lemure aye-aye se gli venisse dato un tablet, visto che è l’unico primate al mondo dotato di un sesto dito extra].

Appendici e falangi a parte, l’esempio della fotografia ci aiuta a capire che non serve demonizzare o osannare l’ultimo arrivato. Sarà la sua modalità di utilizzo a determinare la bontà del risultato.

Anche se ci piace tanto quello che già c’è, non fasciamoci la testa e dimostriamo educazione nell’accoglienza dei nuovi strumenti espressivi.

Senza esagerare però. Non facciamo l’errore fatto con gli NFT in cui ci siamo dimostrati entusiasti maestri di benvenuto.
Gli NFT (Non Fungible Token) sono una delle osannate visioni del futuro dell’arte. La loro peculiarità è quella di essere unici attraverso la loro ”certificazione” con i token. Si tratta di oggetti/elementi digitali che possono essere venduti e, almeno nei primi anni di nascita, hanno permesso ad artisti emergenti e/o a digital artist di ottenere riconoscimenti economici per i loro lavori. Se volessimo dire in maniera più autorevole, “Un NFT è un record sulla blockchain di una criptovaluta (un registro immutabile che può registrare più di semplici monete virtuali) che rappresenta pezzi di media digitali.” (Fonte The Economist)

[ENG “An nft is a record on a cryptocurrency’s blockchain (an immutable ledger that can record more than just virtual coins) that represents pieces of digital media.”]

A distanza di qualche anno sono diventati strumento di speculazione finanziaria e in alcuni casi anche di truffa.
Il fatto che gli esseri umani siano sempre bravi a mandare tutto in vacca non significa che bisogna smettere di credere nello strumento.
Un approccio più qualitativo e un loro rilancio nel mondo dell’arte costituisce un vero slancio verso il domani.

Se si pensa che l’arte sarà guidata dall’imperialismo digitale, gli spazi che accolgono e diffondono l’arte sono già contaminati da questa sete di futuro presente.

L’interattività è sempre più partecipata negli spazi museali. Così come la creazione di progetti digitali e immersivi ad hoc che raccontano, in chiave XXI secolo, artisti di epoche passate che usavano le dita per spegnere candele (e non per fare zoom in sullo smartphone).

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AR (Realtà aumentata) e VR (Realtà Virtuale) sono i metamondi in cui ci ritroviamo sempre più di frequente, senza neanche aver citofonato prima. Indubbiamente utili per facilitare l’approccio alle cose e semplificarne l’accesso informativo. Una sorta di evoluzione culturale dei libri da colorare. Cosa che può sembrare un demerito,  invece è una sofisticazione che aiuta a “entrare” con più sicurezza nei pensieri espressi. L’arte accessibile oltre che sostenibile.
Si, sostenibile. Più dell’invenzione del tetra pack. Per essere vera arte, è indispensabile che “duri nel tempo”.
Una lezione che gli animi umani più nobili hanno da sempre impresso nei nostri bisogni (e che dovremmo sempre di più riportare nell’approccio al soggiorno sul nostro Pianeta).

Anche nella musica e nel cinema si assiste ad una prevaricazione di alterazione digitale che sembra coprire tutti i sapori genuini dell’emotività. Una percezione di perdita che però viene compensata enormemente dalle declinazioni di creatività (quasi)infinite, offrendoci meraviglie oniriche con universi che mai esploreremo ma che ci sembra di poter toccare o di cui poter ascoltarne i suoni [vedi le infinite produzioni di ASMR, Autonomus Sensory Meridian Response] . Come se ci fossimo resi capaci di esternare le visioni endogene (che originano dall’interno) degli psichedelici anni ’60. Come se questi aiuti (quasi) infiniti digitali fossero una semiretta, come l’espansione dell’universo, come la voglia di dormire la domenica mattina.

Difficile, se non impossibile, dare una ricetta per l’arte del futuro. Ma sappiamo che gli ingredienti non ci mancano.

Il buon rocker dello scorso secolo, ci dava un implicito suggerimento per sconfiggere l’ansia di quel che sarà. “Non penso mai al futuro. Arriva così presto” (Albert Einstein)

L’arte è già ideazione del futuro guardando al presente. E la rivoluzione è sempre allegata al domani. Per questo forse l’arte del futuro è l’invenzione che ancora non conosciamo ma che in questo istante stiamo già respirando.

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