C’è una scena che molte ragazze nate tra gli anni Novanta e i primi Duemila ricordano ancora perfettamente. L’edicola sotto casa, il profumo della carta lucida, la copertina piena di colori e quei cinque volti che sembravano diversi da tutto il resto. Non erano principesse Disney, non erano supereroine americane e non erano nemmeno semplici protagoniste di un fumetto adolescenziale. Le W.I.T.C.H. erano qualcosa di nuovo.
Quando il progetto nasce nel 2001 in Disney Italia, forse nessuno immagina davvero l’impatto culturale che avrebbe avuto. Eppure, nel giro di poco tempo, Will, Irma, Taranee, Cornelia e Hay Lin diventano il simbolo di una generazione di ragazze che stava iniziando a cercare se stessa in personaggi meno perfetti e più umani. Non a caso il fumetto viene tradotto in decine di lingue e conquista milioni di lettrici in tutto il mondo.
Oggi, a oltre vent’anni di distanza, le W.I.T.C.H. stanno tornando. Lo fanno attraverso il reboot pubblicato negli ultimi anni, attraverso TikTok, le fan art nostalgiche, i video dedicati all’estetica Y2K e soprattutto attraverso quella sensazione collettiva che molte persone provano riguardando certi prodotti del passato: il desiderio di recuperare qualcosa che sembrava più autentico.
Ma il ritorno delle W.I.T.C.H. non riguarda soltanto la nostalgia.
Dal punto di vista sociologico, il loro successo racconta molto del modo in cui è cambiata la rappresentazione femminile negli ultimi vent’anni. All’inizio degli anni Duemila il mercato dell’intrattenimento per ragazze era ancora pieno di stereotipi piuttosto rigidi. Le protagoniste femminili spesso esistevano dentro dinamiche romantiche o narrative molto limitate. Le W.I.T.C.H., invece, parlavano di amicizia, rabbia, identità, conflitti familiari, insicurezze e trasformazione. La magia era importante, certo, ma non era mai davvero il centro della storia. Il cuore del racconto era l’adolescenza.
Ed è forse questo il motivo per cui ancora oggi quelle storie funzionano così bene.
Will non era l’eroina perfetta. Era impacciata, ansiosa, piena di responsabilità troppo grandi per la sua età. Cornelia sembrava sicura di sé, ma viveva continuamente il conflitto tra ciò che mostrava agli altri e ciò che sentiva davvero. Taranee combatteva con la paura di non essere abbastanza. Irma usava l’ironia per nascondere le fragilità, mentre Hay Lin incarnava quella sensibilità creativa che spesso durante l’adolescenza viene percepita come qualcosa di “strano”.
Per molte lettrici, le W.I.T.C.H. sono state la prima vera esperienza di immedesimazione emotiva.
Anche il loro aspetto visivo contribuiva a renderle diverse. Il tratto influenzato dal manga giapponese, i colori accesi, le trasformazioni magiche e quell’estetica sospesa tra fantasy europeo e anime arrivavano in un momento storico in cui la cultura pop occidentale iniziava a guardare sempre di più al Giappone. Prima ancora che il termine “magical girl” diventasse familiare al grande pubblico occidentale, le W.I.T.C.H. avevano già capito quanto fosse potente raccontare un gruppo di ragazze unite non dalla competizione, ma dal sostegno reciproco.
L’amicizia non era un contorno della storia. Era la storia.
Ed è interessante osservare come questo elemento oggi risulti ancora estremamente moderno. In un panorama dominato spesso da protagoniste individualiste o costruite attorno a una forma di empowerment molto urlata, le W.I.T.C.H. continuano a trasmettere un’idea diversa di forza femminile. Una forza fragile, emotiva, collettiva.
Quando nel 2023 arriva il reboot ufficiale, il confronto con l’opera originale diventa inevitabile.
La nuova versione aggiorna linguaggio, ritmo e design per parlare alle adolescenti di oggi. Le protagoniste appaiono più veloci nei dialoghi, più contemporanee nel modo di relazionarsi e più vicine all’estetica attuale del fumetto internazionale. Tutto sembra muoversi con maggiore rapidità, quasi seguendo i tempi della comunicazione digitale moderna.
Ed è proprio qui che molti fan storici percepiscono la differenza più grande.
L’originale si prendeva tempo. Costruiva lentamente il mistero, lasciava spazio ai silenzi, alle emozioni quotidiane, alle piccole crisi personali. Heatherfield sembrava un luogo reale, quasi malinconico a volte. La magia entrava gradualmente nella vita delle protagoniste e veniva vissuta anche come qualcosa di inquietante.
Il reboot, invece, appare più immediato, più brillante, più vicino ai codici narrativi contemporanei. Per alcuni è un aggiornamento necessario. Per altri rappresenta la perdita di quell’atmosfera intima che aveva reso unica la serie originale.
Eppure il fatto stesso che il dibattito sia ancora così acceso dimostra quanto le W.I.T.C.H. siano rimaste vive nell’immaginario collettivo.
Perché in fondo non parlavano davvero di portali magici o creature fantastiche. Parlavamodel momento preciso in cui una ragazza smette di sentirsi bambina senza sapere ancora chi diventerà. Raccontavano la paura di cambiare, il bisogno di appartenere a qualcuno, il desiderio di essere viste per ciò che si è davvero.
Oggi, in un’epoca dominata dalla velocità, dalla sovraesposizione e dalla costruzione continua dell’identità online, quelle cinque ragazze sembrano tornare a ricordare qualcosa che molti avevano dimenticato: crescere è un processo confuso, fragile e spesso doloroso. Ed è forse proprio per questo che le W.I.T.C.H. continuano a parlare a nuove generazioni, anche dopo più di vent’anni.
