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Che cos’è l’amor

Chi cerca trom*a. Rosicato e irrisorio trattato sull’osmosi dell’anima.

A cura di Ermanno Ivone

è quello che rimane” diceva Capossela nella sua omonima romantica danzante canzone brilla. Non sempre però qualcosa resta. Spesso solo in forma di cookie nella nostra cronologia. O, perlomeno, qualcosa di significativo non resta per la memoria (quella psichica, non quella in byte sui dispositivi mobili o difficilmente amovibili).

L’amore, quello vero e sentito, non è certo erodibile dal tempo. Il bug sta tutto nel fatto che usiamo impropriamente quel sostantivo con l’apostrofo rosa in tante, troppe, circostanze privandolo di tutti i baci volanti che merita.

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Tante, troppe volte quante il numero di app, fiorito negli anni, per incontri, ricerche di amicizia, caccia al tesoro del partner per la vita, compagnie post-aperitivo passionarie e monoporzione. L’elenco disponibile di queste è sempre in crescita. Così come i fatturati legati a questi servizi.

NOTA interstiziale. Anche l’amore produce denaro. A volte basta solo citarlo nell’opalina quadrangolare maglietta della salute di un cioccolatino fungiforme – in realtà più casa-dei-puffi-forme – per moltiplicare le vendite dello stesso. Moltiplicazione ben più copiosa dei divini pani e pesci.

Occorre esprimere l’onda tendenziosa di queste applicazioni nella sua denominazione trade mark.

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Le applicazioni più utilizzate e per questo più performanti potremmo sbriciolarle in:

Tinder, il Valhalla terreno del sollazzo bilaterale.
Pro e contro: Tanta gente, tanti desideri, poca consapevolezza dell’imbarazzo del giorno dopo.

Meetic, progenitore di Tinder.
Pro e contro: storica esperienza che, negli anni, ha visto sugar daddy trasformarsi in milf. 

Grinder, la migliore app di gaming ultrasessuale.
Pro e contro: entertainment e ludopatia

Once, suggerisce solo un match al giorno.
Pro e contro: lo slow food delle intenzioni espansionistiche sociali.

Facebook Dating, unione dell’utile e dilettevole tra un post e l’altro
Pro e contro: complottismo emotivo e superbia pre-pensionistica.

Badoo, precursore della digitalizzazione del “proviamoci”.
Pro e contro: iper-storico e aggregatore di fake [per questo forse anche precursore perché mostrerà le prime forme di bot che flirtano con bot]

Friendness, piattaforma per la ricerca di nuove amicizie.
Pro e contro: certificazione curriculabile dell’importanza del trom*a-amicə

OkCupid, il Linkedin della navigazione sentimentale.
Pro e contro: la religione professata e le lingue parlate contano

Bumble, orientato al diritto delle donne di poter dire la loro per prime.
Pro e contro: aggregatore di slave e master

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*sui “pro e contro” fate voi. Decidete soggettivamente come posizionarli. Siamo in democrazia.
** le valutazioni sulle singole applicazioni non sono esaustive. Hanno una funzione biecamente riassuntiva e non necessariamente qualificante, fatto salvo il loro utilizzo diretto.

Ce ne sono tantissime altre di cui mi scuso per la mancanza di menzione. Non c’è nessuna forma di promozione occulta in questo articolo. Ce ne sono sicuramente tante altre che arriveranno perché l’intelligenza artificiale vorrà metter becco e baci anche lì. Al momento vale il suggerimento altrove suggerito di sfruttare le chatbot per essere procacciatori di amore ed emozioni più performanti su quelle app di dating.

Infatti non solo gli spasimanti preferiscono già usare intelligenze artificiali generaliste (come ChatGTP) per produrre contenuti di testo che permettono di esprimere se stessi verso un potenziale partner ma stanno già nascendo motori dedicati (come Keys AI) per poter perfezionare la propria arte amatoria verbale. Attendiamo con ansia l’AI che generi appositamente scuse per noi quando abbiamo voglia solo di stare sul divano a guardare serie TV invece di uscire e fraternizzare e rispondere alla domanda “ciao, come stai?”.

Tutto nobile, dignitoso, dotato di marchio registrato e algoritmo occulto. Ma soprattutto tutto in linea con l’evoluzione umana: “inventiamoci qualcosa che ci faccia sbattere di meno”.

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Di controparte, accarezzando la nostalgica rudimentalità del “guardiamoci negli occhi”, è medicalmente suggerito di uscire di più, frequentare spazi vecchi e nuovi, attraversare o costruire ponti (medievali o di design maldigeriti) per poter arrivare a quel singolo momento che per alcuni determina l’intera esistenza. Uno scambio di sguardi che mette in dubbio la propria capacità d’azione e, al tempo stesso, ci sgancia dentro atomiche silurate di adrenalina che fanno dire alla nostra seppur pudica coscienza “provaci”, “se davvero lo vuoi, vattelo a prendere”, “smettila di sorridere come un ebete e avvicinati. E parlaci”.

Questa infinita ricerca di uno specchio in cui finire dentro o da cui farci invadere quanto ci costa?
Tanto. Se non siamo menzionati nella classifica di Forbes. I costi mensili per avere i superpoteri sui social della ricerca di un socio d’anima (anche solo in porzione mono-serale) si aggirano mediamente sui 30 dollari al mese. Upgrading finanziato che però ci permette speso di avere più informazioni sulle performance delle nostre azioni. Un fondo fiduciario per la nostra insicurezza patologica. Una mancia annuale al cronico difetto di non riconoscerci amabili.
In alcuni casi, ancora più cronici, l’emolumento coincide con la gamificazione (gamification). La facilità con cui possiamo riprovare, riprovare riprovare nella speranza di un risultato è la stessa con cui si infila un gettone – interminabilmente – in una slot machine. Nuove droghe.

Era come se mi facessero una dose di narcisismo in vena», racconta la giornalista Judith Duportail, autrice di – L’amore ai tempi di Tinder – Rendendo l’atto della ricerca ripetitivo, trasformiamo un bisogno esistenziale e biologico in routine.

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Una sequenzialità arrivista che fa dimenticare il fine iniziale. Ossia la cancellazione del senso di solitudine e di benefica incapacità di autosufficienza. Basta poco però per trasformare un bisogno in ossessione. Tutto parte dalla cattiva corrispondenza di un obiettivo prefissato con il placebo delle micro-soddisfazioni/ricompense (la maledizione del like o anche il principio su cui si basano tutti gli sviluppi di giochi per smartphone).

“Ma poi questo giro in cerca di te è turistico ahimè” (illuminazione di status data da Paolo Conte, Rebus). Giriamo intorno a quello che vorremmo ma dimentichiamo di gonfiare la vela con l’amore per noi stessi. Da qui partono i paradossi.

Come può amarci qualcuno se noi non ci amiamo come dovremmo?

Come trovare un completamento d’anima o semplicemente un degno e dignitoso accompagnamento per il nostro tempo se noi per primi non sappiamo rispettare l’irreversibile crollo della sabbia nella clessidra (fin dai tempi pre-egizi)?

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L’unica ossessione che vogliono tutti: l‘ “amore“. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due”. (Philip Roth, L’animale morente). Quante cose siamo in grado di fare nell’agognato nome dell’Amore e quante ci portano a infinite sofferenze. Ne vale sempre la pena. 

Senza la sperimentazione della sofferenza non impareremmo mai a prendere le misure di quello che davvero desideriamo.

Come se lo scarto (il nostro e l’altrui nei nostri confronti) fosse la condizione indispensabile per capire dove essere esattamente su questo pianeta (prima che Musk ci porti su Marte) e con chi.

Riscoprendo l’amorevolezza nei nostri più intimi confronti, senza surrogarla con lo shopping compulsivo e compensatorio, può portarci ad essere proprietari di una nostra personalissima app di incontri in cui abbiamo i superpoteri di agire in regime di oligopolio. Possiamo rappresentarci senza filtri al mondo e lasciarci prendere da esso con i suoi difetti e con i nostri. Un incrocio di imperfezione che deduce uno dei più intensi significati dell’esistenza: il riconoscimento di se stessi attraverso qualcun altro. Proprio attraverso il riconoscimento possiamo sentirci rappresentabili come reali. Senza il confronto saremmo solo un moto urlante al vento. Saremmo Baby in Dirty Dancing che salta senza che Patrick Swayze la sorregga nell’aere con prontezza attoriale e muscolare.

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Per tutti quelli che hanno già un’anima gemella tatuata nel petto, quanto scritto vale doppio.
Perché occorre premunirsi dell’upgrade del bisogno altrui oltre che del proprio ma, soprattutto, diventa necessario regolare davanti a sé il microfono dell’irresponsabilità per cantare quotidianamente la meraviglia che si sente dentro grazie agli effluvi invisibili di chi ci permette 24/24 di riconoscerci, di esistere consapevolmente, di dare un senso a tutto quello che il jazz non ha ancora improvvisato.

Buoni baci (meno digitali e più umidi) a tutti voi, con chi volete e quando volete. L’importante è che vi vengano restituiti consensualmente e con trasporto. L’importante è sentire le farfalle più che andarle a vedere all’orto botanico.

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