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21 grammi

L’anima rubata, compressa in Jpeg

A cura di Ermanno Ivone

Tranne che in pochi ed estremizzati Stati, la detenzione di quei 21 grammi è legale, è appropriata ed è anche socialmente/istituzionalmente invogliata.
Vengono curati, foraggiati, nutriti a forza con imbuto. Pronti per essere consumati senza nemmeno passare dal microonde.  

21 grammi è la misura che viene associata all’anima secondo la teoria del Dottor McDougall che rilevò la differenza di peso, in media statistica, tra i pazienti vivi e quelli morti (21 grammi in meno). Teoria però non riconosciuta dalla scienza. Ma pur sempre qualcosa di romanticamente tangibile e stimabile rispetto alla sua essenza così impalpabile.

“La definizione e la comprensione dell’anima dipendono spesso dalle credenze personali, dalle prospettive culturali e dalle tradizioni spirituali di ciascun individuo.” (fonte ChatGPT)

Sempre più difficile attribuire delle certezze al soffio vitale.

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Eppure viviamo per la sua più totale soddisfazione. Tanto da esserne gelosi e protettori indefessi. A meno che non ci venga fatta un’offerta che non si possa rifiutare. Non da Vito Corleone ma più probabilmente da qualche tentazione con indosso gli zoccoli, delle ali bruciacchiate e delle corna da traditore più che da tradito.

La fotografia è una di quelle tentazioni. Per chi la esegue e per chi viene rappresentato nello scatto fotografico.

Desiderare che qualcuno riesca a rappresentare chi siamo fino nella nostra essenza più profonda è una tentazione edonistica e di certificazione introspettiva a cui pochi vorrebbero rinunciare se ce ne fosse la possibilità.
Per contro, per chi produce una fotografia, sentire tra le proprie ciglia il potere divino di ingabbiare un’anima è una seduzione imparagonabile che merita innumerevoli tentativi, impegno, dedizione oltre che una manciata di fortuna.

Rubare l’anima per conservarla, seppur in maniera temporanea, in una scheda di memoria (a volte con  l’aggravante della compressione in jpeg nel salvataggio del file) è una delle mire più alte di un fotografo, esperto o neofita che sia. Ciò che giustifica il valore più profondo ed etimologico del suo compito quando si adopera nell’immortalare qualcuno (dal latino: immortalis, composto di in– non e mortalis mortale).

La cessione dell’anima avviene per tacito accordo e/o semplice scambio di sguardi. Non sempre vincolato ad una liberatoria e non sempre legittimato da una richiesta esplicita di rapimento e sottrazione consensuale.

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Una forma di appropriazione indebita che eventualmente regala al resto del mondo che l’osserva una prototipizzazione dell’umanità. Una trasformazione di stato, da immateriale a materiale e fruibile.

Sono in pochi a non aver visto e a non essersi persi nello sguardo della ragazza afgana con gli occhi verdi scattata da Steve McCurry nel 1984 e pubblicata dal National Geographic, tuttora emblematico esempio accademico della cattura dell’anima.
Lo stesso si può dire per i ritratti di Henri Cartier-Bresson (che diceva “Una fotografia non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. È la foto che ti cattura”), di Robert Capa (“Le immagini sono lì, e a te non resta che prenderle”), di Annie Leibovitz (“Lo scopo della fotografia è ricreare un istante che significhi qualcosa per gli altri”), Diane Arbus (“Per me, il soggetto dell’immagine è sempre più importante dell’immagine”), di Robert Doisneau (“…Si deve offrire alle persone un seme che crescerà e aprirà la loro mente”) e tanti altri.
La Marilyn (Monroe) fotografata da Richard Avedon in un momento di sospensione dei suoi pensieri con lo sguardo distratto rappresenta l’anima reale della superdiva imprigionata in un ruolo che presto l’avrebbe portata all’autodistruzione.

Si potrebbe semi-scientificamente dire che il filo conduttore preminente nella possibilità di catturare l’anima sia la presenza, nella composizione fotografica, dello sguardo. Più di tutto la sua intensità: l’elemento che aiuta l’osservatore a nascere e morire in un solo istante nell’esistenza di quel soggetto rappresentato, divorando in un solo morso la sua storia o costruendone una interpretata.

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Roland Barthes lo definirebbe il punctum. Ossia l’aspetto emotivo nel quale lo spettatore viene irrazionalmente colpito da un dettaglio particolare della foto.

Se guardiamo un ritratto, cerchiamo l’occhio. Se eseguiamo un ritratto, mettiamo a fuoco l’occhio (nella maggior parte dei casi). Anche in una sovrabbondanza di elementi, di capelli volanti o di macerie alle spalle (è il caso dei reporter), nello sguardo andiamo a cercare l’estrema sintesi di un racconto che possa essere comprensibile o condivisibile dal “lettore” postumo a quello scatto.

Quando in un ritratto l’occhio non c’è, non è visibile, giriamo intorno con l’immaginazione e lo ipotizziamo legato ad un’emozione che non può essere sciolta. Appropriandoci di competenze investigatrici per andare a ricercare in quel momento nascosto quello che sta assorbendo e può restituirci in vibrazioni.

Una vera e propria lotta quella che la nostra curiosità compie nel rapportarsi con l’umana natura, millenariamente definita ma mai catturabile in maniera univoca. Per questo necessita del bisogno/fame di proiezione e rappresentazione. Una bulimia di empatizzazione che le arti visive aiutano solo in parte a colmare nella domanda fondamentale: chi siamo?

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L’idea e l’espressione di “rubare l’anima” comincia con la fotografia vista come sortilegio in grado di privare dell’anima il soggetto rappresentato ad opera dello “stregone” fotografo. Così come ipotizzato dalle comunità non ancora contaminate del mondo industrializzato (per esempio i nativi americani o gli aborigeni australiani). Privati della possibilità di consenso, si sono trovati ad affrontare il resto delle loro vite con la convinzione di essere stati alleggeriti della parte più importante di essi.
Un sortilegio ed un sopruso che, andando oltre le convinzioni animiste e le superstizioni, ci si è ritorto contro.

La sovrabbondanza di immagini e la facilità con cui possono essere prodotte potrebbero generare l’auto-dannazione dell’essere umano. Un accumulo compulsivo di selfie che non incide soltanto sulla memoria del proprio smartphone ma che crea semi-infinite copie di noi stessi progressivamente privi di un contenuto (di un’anima), ridondanti di contesti pseudo-reali che lasciano spazio solo all’inflazione della forma. Un progressivo abbassamento del potere d’acquisto dell’essere che favorisce la possibile inefficacia della futura estetica (intesa come variabile d’arte).

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[PARENTESI ALGORITMICA PREOCCUPATA]
In tema di ladrocini, siamo al momento digitalizzati spettatori di furti non più soltanto dell’anima. Il sempre più accessibile e contenutisticamente proposto Deep fake crea falsi attraverso reti neurali profonde. Permette di sostituire il volto e la voce di una persona con quella di qualcun altro. Uno dei primi terrificanti (per le conseguenze) esempi è stato quello in cui il volto di una pornoattrice in un video veniva sostituito da quello di Gal Gadot. Oppure il volto di Obama usato per fargli dire frasi che mai avrebbe pronunciato. Fino ai più recenti meme privi di complicazioni sessuali o politiche ma pur sempre presentazioni iper-realistiche di una falsità costruita in poche ore di automatica processazione video.

Al momento, l’unica capacità di difesa contro i Deep fake è la capacità critica lasciata al singolo individuo che li osserva. Il che rende tutto ancora più preoccupante.

{parentesi nella parentesi. Anche il plagio è una forma di appropriazione indebita dell’anima di qualcun altro}

È quindi lecito pensare che l’anima PUÒ essere rubata al soggetto ritratto.

 

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È invece certo che un’anima è già stata rubata, venduta, permutata: quella del fotografo.

Tutti i fotografi, amatoriali, semi-pro, navigati ed esperienziati che ne vivono la passione incondizionatamente hanno ceduto l’anima alla fotografia. Una cessione priva di atto notarile che, in cambio di sacrifici e amore, costruisce la possibilità di mettere a disposizione del proprio mondo – piccolo o grande che sia – l’interpretazione di questa stramba specie umana per la quale non possiamo smettere di tifare.

È giusto che ci sia un dono votivo, un costo o una privazione per il raggiungimento di un fine più alto delle nostre stesse aspettative. Poter dare al mondo qualcosa di cui ha bisogno o qualcosa di cui non valutava ancora il bisogno di conoscenza è il risultato più importante a cui un fotografo possa aspirare.
Se anche solo in parte si riesce in questo, ci ritroveremo un ampliamento già condonato dell’anima e di sicuro prenderà qualche grammo in più.

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