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Non ditelo a Sarah Connor

L’intelligenza artificiale che provoca prurito  

A cura di Ermanno Ivone

C’era una volta Sarah Connor, giovane e inconsapevole mamma single (per questioni di sfasamento temporale) del futuro ed eroico condottiero John.

Sarah era una ragazza solare, integrata nella sua comunità e sfolgorante nel suo stile ’80. Finché non arriva dal 2029 un partigiano insurrezionalista, tale Sergente Reese Tec-Com. DN38416, che, con la scusa di proteggerla dal pericolo delle “macchine” assassine, la insemina senza nemmeno mai averla portata fuori a cena.

Vorrei poter dire che alla fine vissero tutti e felici e contenti. Ma l’unico ad essere contento per aver messo un’altra bandierina nella storia del cinema è stato Arnold Schwarzenegger. Tutti gli altri si sono vissuti con angosce e tachicardia ogni singolo attimo delle loro esistenze, terrorizzati dalla possibilità che le macchine pensanti (e sparanti) potessero avere la meglio su di loro e sull’umanità tutta.

La morale di questa favola, diventata una saga episodica, è che i robot hanno sempre gli occhi rossi (forse dovuto al fatto che passano troppo tempo davanti ai monitor) e anche che la guerra del futuro sarà lotta impari tra l’umanità e macchine più intelligenti di noi.

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Forse avremmo dovuto prestare più attenzione a quello che Terminator ci poteva insegnare invece che trarre come unico stimolo quello di fare più body building.

Anche per questo ci troviamo oggi a ingozzarci di infinite paranoie per l’avanzamento dell’intelligenza artificiale (chiamata Skynet nella favola di Sarah Connor) e allo stesso tempo passiamo le giornate – senza rendercene conto – a godere degli innumerevoli vantaggi che questa nuova era di reti neurali artificiali porta con sé.

Siamo solo all’inizio di uno sfruttamento capillare dell’intelligenza artificiale (di seguito chiamata “AI” per sentirci più anglofoni) ma già si comincia a fare terrorismo informativo, a censurare, a rendere “il Male Assoluto” qualcosa che non conosciamo e non abbiamo la possibilità di conoscere fino in fondo. La mancanza di deep conoscenza dipende dal fatto che, nonostante le Predictive Analytics*, non sappiamo per quanto ancora riusciremo ad essere la specie dominante e maggiormente senziente su questa Terra malata di polmonite e di ustioni già visibili. Anche se in realtà Douglas Adams in The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy diceva che “l’uomo ha sempre pensato di essere la specie più intelligente del pianeta, quando invece era la terza” dopo i delfini e i topi.

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* Predictive Analytics. L’analisi predittiva è il processo di utilizzo dei dati per prevedere risultati futuri. Utilizza l’analisi dei dati, il machine learning, l’intelligenza artificiale e i modelli statistici per trovare pattern che potrebbero prevedere comportamenti futuri. Le organizzazioni possono utilizzare dati storici e attuali per prevedere tendenze e comportamenti in termini di secondi, giorni o anni nel futuro con grande precisione. (Fonte Google Cloud)

Attualmente ci ritroviamo con chatbot (software che simulano conversazioni umane) come ChatGTP [recentemente oscurata in Italia],  che fanno inviperire insegnanti – visto che ci sono alunni che si fanno scrivere temi e tesine dal software – e fanno impallidire i copywriter per l’impossibilità di pagare le rate del mutuo – visto che con le chatbot è possibile generare contenuti testuali precisi e attendibili per descrivere qualunque tipo di prodotto/azienda con solo qualche input dato dalle dita umane su una tastiera.

A tremare sono anche i bistrattati artisti (di primo pelo) che pensano di poter essere sostituiti da applicazioni come Midjourney, DALL-E o Stable Diffusion che generano immagini partendo da una descrizione testuale (detta “prompt”) di ciò che vogliono venga generato artificialmente. Gli artisti, quelli veri che interpretano con uno stile, hanno invece consapevolezza del fatto che il futuro non si può ostacolare. Si può anticipare o si può cavalcare

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Insomma, in tanti fremono sul proprio divano perché il prossimo quinquennio/decennio non promette bene per “colpa” dell’Artificial Intelligence. Google sta già brevettando un pulsante d’emergenza per disattivare l’AI. Ne servirebbero tanti però. Servirà quindi un’intelligenza artificiale che ci permetterà di premere più pulsanti di disattivazione contemporaneamente per evitare ai Terminator di avere la meglio su di noi. Siamo già meta-dipendenti da AI.

Senza sprofondare nel pessimismo cosmico, l’AI impatterà quasi la metà delle attività che le persone svolgono in tutti i settori e quasi tutte le occupazioni saranno interessate dall’automazione. Ciò nonostante, in base ai dati disponibili, solo il 5% circa dei mestieri potrebbe essere completamente sostituito dall’intelligenza artificiale (Fonte Goldman Sachs). Di contro, si stima che entro il 2035 la produttività del lavoro grazie all’AI aumenterà del 11-37% (studio del Parlamento Europeo). Inoltre vengono stimati circa 60 miliardi di euro di investimenti globali nel 2025 a favore dell’intelligenza artificiale (a fronte dei 2 miliardi del 2016) nei quali, sempre secondo le previsioni, la Cina sarà il primo attore mondiale entro il 2030.

Persone come Bill Gates invitano a tassare anche le intelligenze artificiali come fossero lavoratori – siamo già entrati nell’umanizzazione delle macchine – così da utilizzare la tassazione per formazione e la creazione di nuove figure professionali.

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Altri come Elon Musk invece sottoscrivono petizioni per rallentare l’espansione competitiva sugli sviluppi delle AI suggerendo un’interruzione di 6 mesi. Quanto basta per “non rischiare”, a detta loro, “di perdere il controllo della nostra civiltà con le macchine che diventano più intelligenti degli esseri umani”. Un anno sabbatico per tutti in interrail forse sarebbe ancora meglio.

Gli esperti fanno già valutazioni sulle professioni più richieste. Oltre a quelle facilmente ipotizzabili e non sempre comprensibili come Designer della Conversazione, Prompt Designer, Artificial Intelligence Etichist, Data Labeling Specialist, emerge anche il Giardiniere. Il “giardiniere del futuro” però. Giardinieri che conversano con le piante, considerando che le capacità di interazione saranno estese anche tra le altre specie viventi quindi anche animali e piante. Sistemi innovativi che, si ipotizza, permetteranno traduzioni simultanee tra linguaggio umano e vegetali. Chissà quante cose ascolteremo sulla timidezza delle banane o sullo stress da competizione dei chicchi d’uva. Ancor più interessante sarà usare la nostra app di traduzione per capire (finalmente) cosa pensano di noi chi ci conosce meglio di tutti: i nostri animali domestici. [venderei l’anima al diavolo per sapere cosa pensa di me il mio porcellino d’india. Soprattutto quando lo sveglio con richieste affettive dai suoi infiniti power nap pomeridiani].

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Sogni dei fruttivendoli a parte, le potenzialità date dalle intenzioni dell’uomo di diventare sempre più divino hanno anche dei rischi. Nello specifico riguardano la più comprensibile riduzione dei diritti sulla nostra privacy e l’apocalittica cessazione del libero arbitrio (che si teneva in piedi fin dalla genesi). Le raccolte di dati in quantità sempre più grandi comportano la presenza costante di più osservatori virtuali nelle nostre vite. È difficile dare un peso concreto a questa intromissione quotidiana. Per aiutarvi, vi passo una suggestione rappresentativa: immaginate di avere sempre dietro alle vostre spalle un signore con occhiali da sole (modello da ciclismo) che prende appunti su un taccuino di tutto quello che fate anche quando pensate di essere soli e canterini sotto la doccia.

Ancora peggio è il rischio della manipolazione sociale attraverso informazioni falsate o instradamenti vestiti a festa da consigli. La pluralità di informazioni, quasi esclusivamente gestita con AI, sta creando le conclamante “camere degli eco”. Ossia informazioni o idee che vengono amplificate e rafforzate dalla loro ripetizione, finte o reali che siano.

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La sopravvivenza dell’umanità non è necessariamente a rischio per colpa dell’AI se prima di pensare al controllo della tecnologia riflettiamo e agiamo sull’unica componente costruttiva ed inclusiva a nostra disposizione. La possibilità di imparare.Se imparassimo (e insegnassimo alle generazioni più fresche) a gestire la tecnologia basandola su regole e indicazioni di utilizzo potremmo trattare l’evoluzione di intelligenze extra-umane come una risorsa. Come possono esserlo gli alberi.Senza che necessariamente si creino gruppi WhatsApp di Yoga che prevedano di abbracciare l’intelligenza artificiale o di ballarci intorno dopo la lezione.

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Il mio personalissimo auspicio è quello di assistere ad un’evoluzione tale dell’Intelligenza Artificiale tanto da permetterle di costruirsi una coscienza. Non quella umana, già fin troppo sopravvalutata e spesso malfunzionante, ma una che comporti una sua subcoscienza che le regali uno dei nostri poteri più grandi. Il Sogno .Se le AI sogneranno e se riusciranno ad avere un’effettiva empatizzazione con l’ambiente in cui esistono (nonché con i loro coinquilini) avranno modo di misurarsi costantemente, come noi, con le emozioni. Questo le renderà più fragili e al tempo stesso maggiormente capaci di migliorarsi. E se dovessero sorgere dei problemi a riguardo, c’è da considerare la creazione di una nuova figura professionale: lo Psicologo dell’AI. Da cui non si potranno separare se non dopo anni e anni di analisi sdraiati su comodi server disegnati da architetti. Democraticamente, anche noi potremmo prendere appunti su quello che fanno e pensano.

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