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Siamo noi “Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere”. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2024.

Siamo noi “Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere”

Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2024.

A cura di Ermanno Ivone

La parola “arte” porta chiunque a delle associazioni. Visive, sonore, a volte tattili o olfattive. Un duello concettuale tra ciò che si ricorda come opera d’arte e il contesto in cui quell’opera è stata osservata. Una convivenza di coppia della memoria che permette a tutti noi di rivivere un’emozione proveniente dall’Io nello spazio e dall’Io sollecitato da un’opera.

Per questo la definizione di arte non ha una classificazione chiusa. Ma trova la sua natura comprensiva nell’interpretazione e nell’assorbimento che ognuno può fare (o subire).

Insieme alla domanda “è nato prima l’uovo o la gallina?”, “cosa è l’arte?” è una domanda a cui, nell’universo di pluri-pensiero umano, è difficile dare una risposta univoca. Probabilmente perché, a differenza dell’uovo, l’arte e la sua concezione assumono dei significati sempre più ampi. La gallina ha invece rallentato la sua evoluzione rispetto all’arte.
(La scienza ci dice che sia nato prima l’uovo)

Quest’anno sono stato inviato da Art & Glamour Magazine a Venezia per la 60. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale “Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere” curata da Adriano Pedrosa. Tre giorni di pre-apertura ai giornalisti in cui è stato possibile osservare in anteprima la concezione dell’arte nelle interpretazioni contemporanee di diversi paesi del nostro pianeta blu.

Siamo noi “Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere”. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2024.

La prima visita è passata per La sede Istituzionale de La Biennale di Ca’ Giustinian in cui potrete trovare la mostra “Luca Massimo Barbero, Un diavolo amico”. Un archivio vivo che continua ad essere alimentato, mostrando all’occhio visioni monocromatiche impreziosite da racconti e suggestioni. Appena fuori, potrete essere avvolti dal cuore della laguna e da un panorama senza eguali nel mondo conosciuto.

Poco dopo il cielo splendente che urlava primavera ha cominciato a farsi più nuvoloso e perdere il suo azzurro fino a recitare boati cadenzati dal suono mai udito. Come se i tuoni venissero esplosi in un imbuto fatto di canali sinaptici.

Quelle esplosioni nel cielo mi hanno accompagnato fino all’Arsenale e Venezia si è sorpresa di acqua dal basso e dall’alto.

Qui, nel forzuto angolo di Venezia, la Mostra Internazionale inizia a esprimere la sua potenza culturale con padiglioni dedicati all’inclusività, a tematiche sociali forti e sofferte nel nostro decennio (ma anche in quelli precedenti). Dove il senso di inquietudine non è dato solo dai tuoni ma anche dal purgatorio di anime nascoste e dolori “stranieri” che, troppo spesso, non sappiamo leggere nel giusto modo o con l’adeguata profondità.

Una successione di padiglioni sorretti dal bisogno di abbraccio e comprensione. Dove l’universo queer, le tratte migratorie e la natura vessata dalla sovraproduzione introducono i visitatori ad una più attenta sensibilità.

Questi i padiglioni che mi hanno accarezzato maggiormente l’anima.

Siamo noi “Stranieri Ovunque/Foreigners Everywhere”. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2024.
Il padiglione dell’Arabia Saudita “Shifting Sands: A Battle Song” dell’artista Manal AlDowayan. Desertiche forme sospese registrate nelle voci delle donne saudite, proclamazioni di coraggio femminile per far riconoscere la propria forza.

Il padiglione Italia “To Hear” di Massimo Bartolini che accoglie l’essenza umana in una strada quasi infinita per poi trasformare lo spazio in uno smisurato e labirintico carillon. Il suono riverbera nell’impalcatura metallica fino a far diventare noi stessi un suono. Voce musicale che trasmuta in forma oscillante nell’onda infinita di una pozza artificiale.

Un invito, a parer mio, a prestare più attenzione a quello che sentiamo dentro per poi riportarlo all’esterno. Ad ascoltarci prima ancora di agire.

Il Padiglione della Cina “Atlas. Harmony in Diversity”. Il mio preferito dell’Arsenale. Perché, dopo tante strette allo stomaco nelle riflessioni su quanto poco ci dedichiamo a comprendere le diversità e le stranezze a noi geograficamente aliene, si ritrova la gentile cura dell’anima. Fatta di equilibri semplici, di pace per lo spirito che anche nella nebbia trova la dissoluzione dei pensieri frenanti. Liberandoci in un vuoto immersivo che ci lega alla natura e a chi sentiamo vicino.

(In questo padiglione sono stato intervistato da un’emittente cinese. Ancora travolto dalla pace dei sensi data da quello spazio, ho risposto con occhi quasi da innamorato che credo mi varranno la medaglia al merito della Repubblica Popolare o una scorta infinita di biscotti della fortuna. O almeno credo, vista l’espressione entusiasta e orgogliosa della giornalista).

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Da non farsi sfuggire all’Arsenale, le opere di Omar Mismar, di Xiyadie e gli scatti di Sabelo Mlangeni. Non avrete difficoltà a trovarle nel percorso tra i padiglioni (come indizio vi dico solo che vi accoglieranno presto).

Il primo giorno è volato (o, contestualizzando, è stato rapito con forza da un gabbiano reale) e il secondo mi stava già aspettando sulle zattere veneziane. Esplorazione successiva completamente dedicata ai popolatissimi Giardini della Biennale.

L’impatto è fresco come una granita al limone e ossigenante al pari delle boccate d’aria dopo una scalata di 35°. Ma presto quell’idea di generosa oasi si disperde alla vista della marea umana in visita ai padiglioni internazionali.

Tantissimi gli spazi nazionali in cui entrare, tantissime le file serpentine da fare per poter scoprire contemporanee interpretazioni artistiche. (Ma ne vale sempre la pena).

A differenza della visita all’Arsenale, qui – è proprio il caso di dirlo – ci si ritrova in un mondo coloratissimo, spesso addirittura fluorescente. Così come annunciato dal padiglione centrale trasformato nella sua facciata in un gigantesco murales del collettivo indigeno Mahku.

Anche qui, vi riporto i consigli per la visita dei tanti padiglioni. (Anche se vanno visti tutti, con calma, curiosità e pazienza. Tanta pazienza).

Padiglione Ungheria “Techno Zen” di Márton Nemes. Nomen omen, la potenza rivoluzionaria e sovversiva della musica techno è il frame su cui vengono spinti i toni bassi di una musica da osservare e non da ascoltare. Iridescenze allucinogene che muovono cromie accese per un viaggio senza alcun arrivo necessario. È’ il percorso che è importante.
(Come dimostrato da ricercatori del Canada’s McMaster Institute for Music and the Mind, “i bassi svolgono un ruolo cruciale nella percezione del ritmo che più amiamo”).

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Padiglione USA “the space in which to place me” di Jeffrey Gibson. Anche qui tinte vivaci raccontano storia e identità dei nativi americani in una danza contemporanea che si intreccia con ipnotiche meditazioni. Nota centrale è il richiamo allo “straniero” cercato da questa Biennale d’arte. Dove lo straniero non è il nativo americano ma chi è arrivato dopo di lui. Richiamo alla ricerca di libertà e riconoscimento per essere stati custodi secolari di una terra diventata simbolo del privilegio di indipendenza. Eppure l’artista resta fedele allo spirito comunitario di accoglienza e condivisione professando visivamente l’idea di dedicarsi al prossimo per poter essere migliori (“if you want to lift yourself, us lift up someone else”).

Padiglione Francia “Attila cataract your source at the feet of the green peaks will end up in the great sea blue abyss we drowned in the tidal tears of the moon” di Julien Creuzet. La Martinica, luogo d’origine dell’artista, è la fuga geografica che la Francia ha scelto per rappresentarsi. Espressioni multimodali per ritrovare se stessi in un modo fluido, mosso dalle acque, agitato poeticamente da connessioni divine e mondi immaginari, fatto dei detriti stessi (ciò che siamo stati) che il mare ha portato ai nostri piedi (ciò che siamo). Terrete spesso gli occhi verso l’alto nell’attraversare il padiglione ed il tetto sarà solo un’illusione che non limiterà la vostra capacità di interpretazione e di interiorizzazione.

Questo appuntamento dell’Arte, il più importante dell’anno in Italia, non è racchiuso negli spazi ufficiali espositivi. Prende vita con indipendenza autoconservativa tra i canali di Venezia e nei salti di passo che abbracciano ramiformi la città.
Ci sono tante altre esposizioni collaterali nelle quali vengono proposte soggettive estetiche che meritano la vostra osservazione.
Anche qui, vanno proposte alcune meraviglie in cui perdersi nel vostro cammino veneziano.

“Venice 3024” di Daniel Arsham presso la Chiesa di Santa Caterina. Qui saremo sormontati da miti contemporanei che si cristallizzano – letteralmente – per revisionare la cultura popolare in un fossile predestinato all’eternità. Una seconda vita illimitata per quello che credevamo fosse solo un racconto momentaneo. Sculture vive pur essendo lo spettro dell’epoca in cui respiriamo ma abbiamo già cominciato a dimenticare.

“Trascendence” di Wallace Chan presso la Chiesa di Santa Maria della Pietà. L’artista multidisciplinare ha creato una tecnica per modellare sculture in titanio di grandi dimensioni. Usa, in questa esposizione site-specific, questa sperimentazione per creare un ciclo vitale che parte da un sospeso tormento umano fino ad arrivare alla rigenerazione di se stessi ben piantata a terra come un fiore. Un ciclo di metamorfosi che ci insegue da sempre. Ogni volta ci permette di assaporare la nostra resurrezione d’anima.

Siamo noi “Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere”. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2024.

“Nebula” curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi con la presenza di diversi artisti presso il complesso dell’Ospedaletto. Le video-installazioni si nascondono con garbo e introversione nel percorso numerato in cui sarete guidati. Nebula (dal latino nuvola/nebbia) richiede l’utilizzo di altri sensi per la piena comprensione delle opere presentate. Richiede inoltre di silenziare per un po’ il proprio pensiero per lasciarsi riattivare nel movimento neuronale da installazioni morbide e crude al tempo stesso. Ammirevole la location, prezioso il contenuto temporaneo.

Quelle che sono state proposte sono le suggestioni che mi hanno colpito con più forza. In una Venezia che è impossibile non amare per quello che continuerà a darci anche quando non saremo più con lei. Ma è il caso di dare la stessa importanza a tutte le altre esposizioni. Ognuno deve dare valore a ciò che tocca con un nuovo potere comunicativo le proprie corde sensoriali.

(Ci sono infatti tante guide, tanti consigli su cosa vedere. Il nostro è frutto della sensibilità che fin da sempre proponiamo).

Del resto è proprio di questo che si parlava all’inizio: cosa è l’arte?
È la capacità individuale di ritrovare una delle tante forme di noi stessi in quello che qualcun altro è stato capace di creare. Come, da sempre, l’essere umano insegue nel divino, nella natura, negli occhi chiusi immersi nel sogno.

Biennale di Venezia 2024
dal 20 aprile al 24 novembre 2024

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