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Kink starter, safeword in a safe world

Anatomia ipomuscolare di qualcosa che non è così diverso da quello che già facciamo.

A cura di Ermanno Ivone

Come da tradizione italica, quando si parla di gelato, il primo gusto a cui si pensa è il cioccolato. Tutta colpa del mio collega di estensione verticale Pupo (interprete del successo internazionale “gelato al cioccolato”). In realtà la colpa va, per ragioni di copyright, accreditata anche all’autore dell’iconico testo: Malgioglio Cristiano, altro collega di verticalità (e in parte anche di stile).

Nella cultura occidentale però il gusto di gelato più inflazionato è la vaniglia, tanto da essere usato anche per indicare qualcosa o, meglio, qualcuno che sessualmente è prevedibile, comune, piatto, tradizionale, banale, normale.
“normale” e “stravagante” saranno di seguito i pesi di una bilancia impossibile. Perché impossibile è stabilire universalmente cosa è comune e cosa è diverso. Arrivano però in nostro soccorso libri di statistiche che almeno possono dirci da quale lato pende l’asticella.

Prima però partiamo con qualcosa di definito e assunto: Vanilla vs kinkster.
In relazione all’identità sessuale e alle preferenze nelle pratiche sessuali e para-sessuali, i Vanilla sono persone identificate come i “normali”, quelli che si adoperano in pratiche sessuali tradizionali (e per questo definite banali). I kinkster (coloro che sono avvezzi al sesso Kinky, dal termine inglese “kink”, stravaganza/eccentricità) sono invece quelli che rientrano nella definizione di una sessualità atipica, affine al BDSM e feticismi vari.

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Sono stati gli stessi kinkster a dare un nome alla squadra apposta. Una sorta di rivalsa, con il suono di una pernacchia, verso chi li ha sempre indicati come diffidabili/strani/diversi.

[come sempre, nel comportamento umano della comparazione, le cose sfuggono un po’ di mano. Tanto che si è già arrivati al “Vanilla shaming”. La consuetudine da social di denigrare, soprattutto tra le generazioni più giovani, chi è considerato un “Vanilla”. Ciccione/a, nano/a, brutto/a sono solo un orribile gioco antico di detrazione. Adesso si è passati – grazie al santissimo TikTok – a un livello avanzato di affossamento del prossimo]

Proverò ad essere completamente imparziale e a non propendere verso nessuna delle due parti. Pur non riuscendo a comprendere come sia possibile che esista davvero una “normalità”, una ottemperanza robotica ad un piacere (dovere in alcune culture), che vegeti senza possibilità di negarla fin dentro il DNA, fin dai momenti più significanti e formanti della nostra infanzia (grazie Freud!), in ogni minima sfumatura della nostra crescita ed educazione socio-culturale.

[prometto di non usare più la parola “sfumatura” in questo contesto perché non vorrei potesse sembrare una manipolazione subliminale a favore di “50 sfumature di grigio, di nero, di rosso”. Sarebbe come vendervi una macchina che ha gli alzacristalli elettrici lato passeggero come unico optional]

Per nullità di approdi neuronici, non posso parlare coscienziosamente di cosa è un Vanilla.

Posso però parlare di cosa è un simpatizzante Kinky. In Italia sono circa 4,5 milioni.

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La letteratura a riguardo, amatoriale, giornalistica o psicologica, vincola – elasticamente – il Kinky a 5 categorie:il BDSM (Bondage, Disciplina, Dominazione, Sottomissione, Sadismo e Masochismo), gli Scenari immaginari (dalla semplice applicazione di una fantasia estranea al proprio contesto quotidiano alla creazione di scenari complessi con giochi di ruolo), il Fetish (la dislocazione dell’interesse sessuale non più verso una persona ma in una parte del suo corpo o in un oggetto inanimato), il Voyeurismo e l’Esibizionismo (osservare o essere osservati durante situazioni esplicitamente erotiche, anche in luoghi pubblici), il Sesso di gruppo (la pratica più diffusa nel Kinky che non credo necessiti di significative spiegazioni).

In tutte queste pratiche è fondamentale il rispetto dei limiti, la negoziazione della “scena” (esperienza o sessione kink), la definizione di una safeword che permetta di fermare tutto in qualunque momento, il confronto sui desideri reciproci. Questo vuol dire che la parte più importante e decisiva nel kink è data dalla comunicazione, oltre che dalla sicurezza. Non solo performance o sextainment. Si apprende infatti dagli studi su questo fenomeno che i kinkster, oltre ad essere meno condizionati da rigori morali, siano anche più consapevoli del proprio corpo e della propria mente. Il che permette l’estensione degli orizzonti sessuali e del piacere stesso. Per questi motivi il kink risulta “strano/anomalo”. Perché presuppone sempre la complicità massima tra partner, la fiducia reciproca, la normalizzazione della comunicazione dei bisogni, la condivisione della fantasia (esiste qualcosa di più intrinsecamente romantico di questo?) ed il rispetto reciproco. 

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Una forma di idratazione delle coppie consolidate (o anche occasionali) che, da quanto dicono gli studi, abbevera la possibilità di una migliore sanità mentale rispetto al resto della popolazione.

Il numero di caratteri a disposizione non mi permette di elencare la maggior parte delle pratiche più diffuse del Kink. Ne riporto qualcuna che possa aiutarci a trovare Geppetto nella pancia della balena.

Femdom (dominazione della donna verso l’uomo) e le sue derivazioni. Tra le quali la femminilizzazione dell’uomo, il pony-play (nel quale uno dei due partner si finge cavallo e l’altro invece il cavallerizzo), lo spanking (schiaffi richiesti da uno dei due partner che prova piacere attraverso il dolore – spesso contenuto e misurato), la castità forzata, il trampling(uno dei due partner si trasforma in uno zerbino senza dover essere necessariamente allocato davanti ad una porta di ingresso).

La Forniphilia, una sorta di bondage in cui uno dei partner diventa un pezzo d’arredo. I roleplay in cui ci si immerge nel favoloso mondo della recitazione fingendosi neonati (Infantilismo parafiliaco) o peluches (Plushophilia, attrazione sessuale nei confronti dei peluches).

Il feticismo dei piedi è ormai robetta spicciola da Vanilla e Mango in cono grande considerando che il 35% degli uomini si definisce attratto o comunque favorevolmente colpito nell’ammirazione degli arti pedestri.

[chiedetelo ad un psicrofiliaco, una persona che si eccita quando è esposto al sole o quando vede qualcun altro gelare]

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I feticismi non sono però il kink, possono esserne una aliquota da valutare nel complesso. È ben diverso avere un’attrazione verso solo una parte di una persona rispetto a confrontare e condividere il piacere CON una persona. È un assioma semplice. Come dire che parlare con una ciocca di capelli (come farebbe un tricofiliaco) è diverso dal parlare con una persona che si accarezza i capelli in segno di adulazione.

Lo scivolone mentale più comune è quello di classificare un kinker come un soggetto affetto da patologie o da perversioni (rinominate e declassificate in parafilie) che parallelamente lo trasformano in un malato, un disturbato.

La psicologia ci parla però di devianze. Un condono d’essenza che ci garantisce la possibilità di una valutazione più relativa. Uno scostamento dalle consuetudini che muta a seconda del contesto, dei tempi, delle trasformazioni etico-culturali.

In materia di sesso i dubbi sono sempre molteplici. Parlarne, figuriamoci, carrarmatizza la nostra ritrosia nell’aprirci tenendoci in un fortino di autoprotezione dai giudizi del mondo esterno. Chiedere e chiarificare con chi ne sa più di noi è la carezza sulla testa di cui un po’ tutti avremmo bisogno.
Ho chiesto una mano alla Dott.ssa Valentina Bonfanti, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa.

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Cosa inibisce un kinkster nel condividere le proprie attitudini sessuali e, a volte, a percepirle come una colpa/difetto?

Causa una mancanza di educazione sessuale cui sopperisce solo l’esperienza personale e la pornografia, il sesso Kinky è ancora soggetto a molti stereotipi che possono provocare stigmatizzazione e discriminazione in chi lo vive. In primis l’idea di malattia o addirittura violenza e perversione. Ci sono poi i pregiudizi, legati all’idea erronea che il kinkster abbia subito traumi e abbia quindi problemi psicologici o non sia in grado di mantenere relazioni stabili.

Tutta questa mancanza di preparazione sociale, psicologica e culturale influenza la persona kinkster, che ovviamente non sempre si sentirà libera di esprimersi di fronte a nuov* partner, per paura di non essere capit*, accettat* o giudicat* negativamente. Sebbene alcune pratiche Kinky siano state sdoganate, ci siano comunità kinkster, professionisti come Ayzad si occupino di dar voce e legittimità al “sesso insolito” e quindi la pressione sociale potrebbe essere allentata, c’è ancora molto da lavorare.

Quale giovamento ha, nella salute mentale e nell’equilibrio personale, assecondare la propria curiosità e “difformità” (rispetto al senso comune) sessuale?

Darsi un’opportunità di assecondare la propria curiosità e sperimentare nuove forme di sessualità rappresenta una grande forma di libertà. Questa può essere apprezzata solo all’interno di una cultura inclusiva e sex positive.

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Il sesso Kinky ha un forte impatto sulla nostra visione della sessualità, come sulla nostra percezione del piacere. Ci sottrae dalla dinamica tossica della prestazione e ci porta a concentrarci maggiormente sulle sensazioni, rendendoci più consapevoli del nostro corpo e dei nostri desideri. Genera quindi un’apertura mentale che permette di conoscerci meglio e di raggiungere un livello più profondo di godimento. La sessualità Kinky può essere ludica e divertente proprio perché ha a che vedere con la capacità delle persone di vivere il piacere giocando con se stess*. Per essere tale però non va improvvisata ma vissuta all’interno di una cultura del rispetto, “sane, safe and consensual”. Non a caso, chi ha una sessualità alternativa gode di una migliore comunicazione relazionale perché c’è trasparenza e condivisione, così come di una soddisfazione maggiore della media della popolazione.

Crede possa essere utile una forma più intima del kink in chiave autoerotica senza che coinvolga necessariamente un’altra persona?

Certamente, visto che anche il sesso con se stess* è relazionale. Anzi, l’autoerotismo rappresenta proprio il punto di partenza perché ci permette di vivere e conoscere meglio le nostre fantasie alternative e magari anche di darci il permesso per realizzare i nostri desideri.

Il pudore è la piuma che può essere ferro sulla bilancia di cui si parlava all’inizio di questo articolo. Non necessariamente deve essere visto come qualcosa di negativo o limitante. A volte serve per comprendersi più a fondo. Ma non dimentichiamo però la provenienza e la radice della parola “pudore” che è pud-, che significa fuggire.
Se proprio dobbiamo scappare, possiamo sempre scegliere di farlo con a fianco qualcuno che sappia ascoltarci e che abbiamo voglia di conoscere sempre meglio.

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Mi scuso per l’overboarding di virgolette. Spero non siate allergici alle doppie cadute in verticale con formattazione ad apice. Così come spero non siate allergici alle relativizzazioni. Ascoltare e comprendere la diversità è il miglior rimedio per sentirsi parte di un mondo che sembra non smetta mai di stupirci.

Per questo, fate l’amore, non la guerra.

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