Home Edizioneed. 4 Genio e sregolatezza: Ermanno Ivone

Genio e sregolatezza: Ermanno Ivone

La volgarità è solo fingere (o fingersi) qualcosa che non si è

A cura di Artemide De Blanc

Intervista a Ermanno Ivone

Scrivere con il lessico della fotografia: quanto conta la tecnica?
Tanto quanto conta saper leggere per chi vuole scrivere. Come ogni arte riconosciuta e riconoscibile, è l’unione dell’estetica e della tecnica a trasformare una rappresentazione in qualcosa di rappresentante. La tecnica strumentale è dovuta per chiunque voglia trasformare quel pensiero in un atto condivisibile o significativo. Ed è accessibile a tutti. Basta solo riconoscere l’impegno verso un desiderio.

Da cosa si parte?
Nella fotografia la visione che precede lo sguardo compositivo è fondamentale. Anch’essa merita uno studio, un approfondimento riconosciuto e, a volte, anche della tecnica. Nel mio caso la “tecnica” nella visione è data da una metodologia: un approccio sistemico ai pensieri che vorrei riportare in quadrangoli fotografici. Per farlo, dedico tempo alla scrittura e alla composizione dei concept nei momenti in cui riesco a scollegarmi da tutto il resto e a gridare con il sorriso solo interpretazioni distopiche o di rifiuto degli assoluti da altri prestabiliti.

Cosa ti ha dato l’esperienza come direttore creativo?
Mi ha insegnato a compartimentare. L’intenzione di voler vedere le cose in maniera differente, solo per il gusto di farlo, l’ho sempre avuta fin da bambino. L’esperienza professionale invece mi ha permesso di segnare dei limiti invisibili e di pensare al loro interno. Ma soprattutto ai modi per scavare dei tunnel che permettano di superare quelle barriere.

Cos’è la volgarità? Quali sono le variabili che la mettono fuori gioco?
Quello che ad alcuni fa girare la testa dall’altra parte ad altri invece cattura l’attenzione. Non essendo determinabile in assoluto, non resta che schierarsi con “alcuni” o con “altri”. Per indeterminatezza personale, preferisco camminare sospeso sul filo che ne separa i confini e lasciare a chi mi osserva decidere se cadrò di qua o di là. Sono quasi sempre in bilico e mi preoccupo solo di dire le cose con colori accesi. In questo modo, posso responsabilizzare quello che faccio solo in favore del pop. Che, etimologicamente, è popolare/del volgo e quindi letteralmente “volgare”. Anche lo champagne nasce come vino da messa quindi estremamente pop. Eppure, come di tutte le sue invenzioni e le creazioni, è sempre l’essere umano stesso a determinarne la classe semplicemente isolandola dalla sua universalità o reperibilità.

Così, la parola volgare assume tutt’altro senso, in effetti…
Se devo scegliere quanto quello che faccio debba essere reperibile (comprensibile) preferisco essere volgare e determinabile piuttosto che elitario e semi-incomprensibile. Da parte mia resta pur sempre un confine oltre il quale si calpesta il terreno della volgarità (intesa come eccesso molesto fuori di gusto) ed è cercando di dire qualcosa che in realtà non si pensa. La volgarità è solo fingere e fingersi qualcosa che non è e non si è.

Il nudo come codice espressivo della personalità, l’erotismo come “arma” narrativa: da cosa si parte?
Mi piacerebbe moltissimo poter iniziare ogni pensiero dalla sintesi naturalista data da un corpo nudo: non c’è cosa più comprensibile di qualcosa che ci somiglia più o meno morfologicamente quando siamo sotto la doccia. In realtà, vista la sovraesposizione e l’iper-utilizzo del nudo come unico motivo estetico, pratico una costante deformazione di questa consuetudine – ormai di costume – inserendo puntuali elementi di disturbo. A volte indecifrabili distrazioni alla mise en place di un corpo nudo. In fotografia parto sempre definendo i “muri” entro i quali posso muovermi. Ma, al tempo stesso, cerco la scala che mi permetta di passeggiare sospeso sui bordi. Per quanto riguarda l’erotismo, lo ritengo un hobby personale che preferisco praticare senza l’ingombro di una macchina fotografica pesantissima in mano. In fotografia invece mi impegno a snaturarlo, traducendolo in ironia. Un po’ come fosse una ricetta (l’erotismo) che ognuno sceglie di personalizzare con degli ingredienti differenti.

I soggetti fotografati sono sempre bellissimi, o meglio, senza imperfezioni evidenti: allora i tentativi della moda di includere anche elementi non perfetti è solo marketing? Di bellissimo c’è sempre l’intenzione. L’imperfezione è quello che rende superiore quel bellissimo. Le consuetudini commerciali hanno reso funzionale e “rivoluzionario” l’utilizzo di rappresentanti fuori dai comuni canoni di “perfezione”. Ma, come sempre, la reazione commerciale (per estensione, il marketing) arriva sempre uno o più attimi dopo quello che il mondo vive e conosce già da tempo. La presunzione di sentirsi promotori dell’evoluzione delle cose è di per sé la dichiarazione, a mio parere, del fatto di essersene sentiti estranei per troppo tempo o comunque di averci messo del tempo – spesso troppo – per comprenderne la profondità.

Cioè, chi difende il “diverso” non lo aveva visto prima?
Tutto quello che è diverso è ormai la rappresentazione più chiara del vero (o almeno del vero verso il quale ci stiamo dirigendo). L’inclusione di ogni potenziale differenza è poi sia un dovere civico (se davvero vogliamo sentirci parte di questo tempo rivolto a domani) sia il fiore che scegliamo di mettere nei cannoni per evitare conflitti sociali/intergenerazionali/di costume. Nella tasca di tutte le buone intenzioni c’è la possibilità di trasformare la realtà e dirigerla verso quello che vorremmo. Photoshop è uno di quei cannoni nel quale si può decidere di mettere fiori o proiettili balistici. In questo mi sento un po’ in difetto, vista la mia dedizione a sterilizzare tutto il contorno delle mie immagini. Preferisco però che tutto sia “in ordine” intorno al contenuto da comunicare. Starà poi all’osservatore trovare difetti e imperfezioni in una mini-storia visiva che ha solo l’intento di promuovere l’interpretazione.

Se tu fossi un film, quale saresti?
Sicuramente un cortometraggio. Ancor più probabilmente il primo e il secondo tempo di due.
 Probabilmente sarei la prima metà di Vincent (il primo corto di Tim Burton, per la dualità di vissuto e immaginato) e la seconda metà di Hotel Chevalier (perché sono molto il bacio dato subito dopo aver ordinato due Bloody Mary). E sono ancora di più la risposta inaspettata ad ogni domanda che ha come fine solo veder vincere l’amore o il fare l’amore.


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