Home Edizioneed. 2 Da Cape Canaveral alla Herzigowa – Gabriele Rigon

Da Cape Canaveral alla Herzigowa – Gabriele Rigon

A cura di Artemide De Blanc

Tutto è possibile, si dice. In effetti, ascoltando la naturalezza con cui Gabriele Rigon racconta il suo passaggio dai reportage di guerra ai backstage di Milano Moda Donna, viene in mente l’ allegoria  della vita e della scatola di cioccolatini di Forrest Gump: “non sai mai quello che ti capita”. Le foto di  Rigon sono pervase da una patina onirica, aprono un’intercapedine dove il tempo rimane sospeso. Come se lì dentro il ritmo ansiogeno  e concitato del reale non potesse entrare.

Eppure Rigon ha fatto il pilota militare. L’azione scandita da ritmi serrati ha sempre rappresentato il suo quotidiano. “Sono nato nello studio fotografico di mio nonno, a Gemona del Friuli, ho sempre avuto la macchina fotografica in mano. La passione per la fotografia è nata in Namibia, durante una missione Onu: sentivo l’esigenza di mostrare agli altri ciò che vedevo io stesso, ho iniziato con i reportage”. 

Libano, Afghanistan, Balcani. 36 anni attività documentale intensa.  Tra l’altro, per una certa parte della sua vita il percorso ha incrociato quello dell’astronauta italiano Paolo Nespoli, che lo ha portato a Baikonur, a Cape Canaveral, nei siti di lancio in giro per il mondo. 

“Quando tornavo in Italia dalle missioni mi annoiavo un po’, cercavo dei diversivi. E ho iniziato a cimentarmi con i ritratti femminili, con le prime immagini di nudo”. 

Come sei arrivato alla moda?
L’inizio degli anni Duemila un caro amico ha iniziato a invitarmi alla Milano Fashion Week, mi imbucavo letteralmente nei backstage insieme a  un collega: ricordo ore passate a ritrarre di straforo modelle iconiche come Eva Riccobono, Bianca Balti, Eva Herzigowa. Così, piano piano, sono arrivato al mio primo lavoro ufficiale, nel 2001 e mi sono costruito un team di make-up artist, di stylist.  Mi sono sempre considerato un foto amatore, perché a differenza del fotografo ritraggo ciò che amo e non ciò che mi viene imposto da altri. E ho potuto constatare, trovandomi a contatto con personaggi illustri che hanno portato questo mestiere alle vette massime, che non essere mai contenti del proprio risultato è una prerogativa tipica dei grandi. Ad esempio, di un mito come Giovanni Gastel.

Cosa ricordi di Gastel?
La sua inquietudine, quel senso di incompiutezza davanti a una foto che ad altri appariva perfetta: per lui non lo era mai. Spostava  sempre più in alto l’asticella e non riusciva mai a compiacersi del tutto di un lavoro. In fondo, chiunque abbia raggiunto l’eccellenza in questo mestiere, lo ha iniziato per pura passione, non certo per un diploma. E ha conservato una certa dose di modestia, vera leva per migliorarsi ogni giorno.

Le tue donne sembrano spesso dei dagherrotipi, rivesti di una forte eleganza l’erotismo. Cosa vuoi comunicare?
Riuscire a fare ritratti con un tocco glamour è stato un modo per vincere una profonda timidezza. Alla fine è diventato uno stile. Ho portato la mia visione su quello che io credo essere uno dei doni più potenti di madre natura, il nudo femminile. Nel corso degli anni sono nati dei bellissimi rapporti di amicizia, di complicità. Alcune mie modelle storiche hanno superato i 30 anni e continuo a scattarle, ho mantenuto un legame forte con una decina di loro. 

Contemplativo, mai allusivo?  
Eros è arte. Pura contemplazione. Ho sempre avuto la tendenza a scattare in chiavi alte per avere una foto luminosa, per trarne bellezza pura senza l’abisso dei contrasti o degli eccessivi chiaroscuri. In questo modo anche l’incarnato risulta omogeneo, quasi patinato. 

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