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La luce Rembrandt

Ecco cosa centra un pittore del 1600 con la Fotografia.

A cura di Simone Angarano

Uno degli schemi di luce più utilizzati in fotografia nell’eseguire un ritratto è sicuramente quello definito “Luce alla Rembrandt”.

Prende il nome del pittore e incisore Olandese Rembrandt Harmenszoon van Rijn vissuto nel 1600.

Per capire come mai questa luce sia così amata ed apprezzata va letto nelle motivazioni per cui il Maestro creasse la sua arte.

 Fortunatamente in una lettera ad un committente, Rembrandt fornisce l’unica spiegazione giunta fino a noi di quale obiettivo si proponesse di raggiungere attraverso la sua arte: “Il movimento più grande e naturale“, traduzione di “die meesteende di naetuereelstebeweechgelickheijt“. La parola beweechgelickheijt potrebbe anche significare “emozione” o “causa prima“.

Se Rembrandt con questa affermazione si riferisse ad un obiettivo materiale o ad obiettivi altri e superiori è una questione ancora aperta alle interpretazioni. In ogni caso Rembrandt è riuscito a fondere gli aspetti terreni e quelli spirituali come nessun altro pittore nella cultura occidentale è riuscito a fare.

Ma come si realizza?

In definitiva consiste nel posizionare una luce principale posta in alto inclinata verso il terreno a 45°che deve poi essere posizionata lateralmente rispetto al soggetto con un angolo di circa 45° , l’ideale e di riuscire a formare un lato illuminato del volto e uno in ombra.

La luce principale dovrà creare  una forma triangolare o a diamante sotto all’occhio, in modo da spezzare il gioco di luci e ombre. Il triangolo non dovrebbe essere più lungo del naso e non più largo dell’occhio. Questa tecnica può essere ottenuta impercettibilmente o molto radicalmente alterando la distanza tra il soggetto e la luce e la relativa energia della luce principale e di quella secondaria.

Il pionieristico regista Cecil B. DeMille è considerato il primo ad aver utilizzato il termine nella fotografia cinematografica. DeMille spiegò nella sua autobiografia che, mentre girava “The Warrens of Virginia” (1915), prese in prestito alcuni riflettori portatili dalla Mason Opera House di Los Angeles e “cominciai a fare ombre dove le ombre dovrebbero apparire in natura”. Quando il partner d’affari Sam Goldwyn vide il film con solo metà faccia di un attore illuminata, temette che gli esercenti avrebbero pagato solo metà del prezzo del film. Dopo che DeMille gli disse che si trattava della illuminazione alla Rembrandt “la risposta di Sam fu di esultante sollievo: per l’illuminazione alla Rembrandt gli esercenti dovrebbero pagare il doppio!”.

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