Home Edizioneed. 3 Al crocevia fra rabbia e filosofia – Omar Pedrini

Al crocevia fra rabbia e filosofia – Omar Pedrini

A cura di Artemide De Blanc

Nelle canzoni le nonne fanno le tagliatelle e si chiamano Pina. Quella di Omar Pedrini si chiamava Nina, era una chitarrista (iconoclasta) e all’età di 5 anni gli regalò lo strumento con cui avrebbe sublimato la sua ribellione per tutta la vita: una chitarra. 

“Lo strumento con cui esorcizzo ogni problema. Il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia aria e parole”. 

La rabbia, l’ambiente operaio, la povertà. Il quartiere di Brescia dove diventare un capo ultrà era visto traguardo da maschio alfa. Ma il suo Dna  srotolava proteine musicali per vocazione familiare: bisnonno insegnante di clarinetto e direttore della banda del paese, nonna chitarrista, sorella della nonna suonatrice di mandolino. L’istinto primario di esibirsi in concerto che pulsava dagli 8 anni. 

Chitarra o motorino: bisogna sempre scegliere…
“La mia era una famiglia operaia, mia madre andò a lavorare a 10 anni. Poi mio padre si riscattò da questa povertà e a  16 anni mi mise davanti alla scelta cruciale: chitarra o motorino? Scelsi la prima, ovviamente. Ero scapestrato, restavo a provare fino a tardi, sicuramente questo aut aut mi ha evitato ulteriori problemi con la moto. La nostra band sperimentava, ai tempi la pretesa di fare rock cantando in italiano era ridicola secondo il pensiero comune. I Decibel e i Timoria hanno aperto la strada, tanto che oggi il rock, qui,  si fa preferibilmente in italiano”.

Com’è la vita della rockstar?
Bellissima, guadagni molto, porti la tua musica ovunque, il pubblico è in rapporto osmotico con te. Ma non hai più alcun tempo per te stesso. Negli anni Novanta facevamo circa 230 concerti l’anno, due di sabato e due di domenica. Quelle due ore in camerino diventavano l’ unica via di fuga fra un concerto e l’altro.

La famosa  vita spericolata?
Sono eccessi che subentrano quasi fatalmente. Capitava sempre chi beveva, chi ti offriva droga,  lo stress era altissimo, nessuno di noi aveva più tempo per stare con gli amici. Il giorno dopo ripartivi per un altro concerto. Non era perdizione, erano momenti di svago. Non avevo la minima idea di camminare sul filo del rasoio…

Il filo del rasoio era la malattia che ti ha “fermato”?
Non sapevo di avere un problema congenito al cuore. Avevo 36 anni quando la vita mi ha dato uno stop. Di fronte ai miei anni vissuti pericolosamente i cardiologi si sono stupiti che fossi ancora vivo. Ho subito sei operazioni, tre in endoscopia. 

E hai virato di colpo da tempesta a sole?
La vera risorsa è stato il figlio fatto a 24 anni. Lui era metaforicamente la spia della benzina che si accende quando il livello della saggezza scendeva. Alle 3 del mattino ero in grado di pensare “vado a letto ora così domani porto a pranzo mio figlio”. Dopo, con l’arrivo di un problema di salute pesante, la mia vocazione alla trasgressione si è trasformata in qualcosa di diverso.

Pentito?
No! Rifarei tutto. La mia natura è e sarà sempre ribelle. Ora però il fatto di avere avuto tutto dalla vita, l’amore per la mia famiglia (nel frattempo sono arrivati altri due figli piccoli) mi hanno portato verso desideri più filosofici, chiamiamoli così. Mi piace andare per cantine, non faccio le 7 del mattino, quando bevo mi fermo a due gin tonic. 

Difficile pensarti buddista allo stadio…
In effetti sono attivista per un monastero buddista, a vedere il mio Brescia vado sempre ma senza alcuna violenza. E poi ho i miei monaci. Ora sono loro i pusher da cui vado quando sono in crisi…

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