Lo scrittore che raccontò vita e morte nell’America Profonda è morto per cause naturali a poche settimane dal suo novantesimo compleanno.
Cormac McCarthy ci lascia due romanzi appena usciti e una produzione letteraria vasta e profonda di significato, oltreché uno stile personale schivo e riservato.
A cura di Matteo Muzio
Sembrava non dovesse mai finire, la lunga stagione produttiva di Cormac McCarthy, scrittore scomparso il 13 giugno qualche settimana prima del suo novantesimo compleanno. Poi è arrivato uno scarno comunicato del suo editore che ci diceva che purtroppo il grande autore era scomparso, in silenzio, come del resto aveva vissuto, parte di una tradizione molto statunitense di scrittori che preferiscono vivere lontano dai riflettori.
McCarthy però non era un recluso patologico come J.D. Salinger, autore del long seller “Il Giovane Holden”, di tanto in tanto concedeva interviste, addirittura nel 2007 ricevette nella sua casa di Santa Fe la conduttrice televisiva Oprah Winfrey. Una vita lunga iniziata in un contesto familiare tranquillo, a Providence, in Rhode Island, quando era ancora vivo Howard Phillips Lovecraft, un altro maestro della letteratura ostile ai riconoscimenti pubblici. Nel 1937 McCarthy si trasferisce a Sud, in Tennessee, perché suo padre deve lavorare nella Tennessee Valley Authority, uno dei grandi progetti di rilancio economico lanciati per combattere la Grande Depressione.
Dopo aver frequentato le scuole private e l’università senza laurearsi, si lancia nella letteratura, ma non è subito un successo, anzi, con la prima moglie dura solo un anno, mentre con la seconda, Anne DeLisle, va meglio dal punto di vista sentimentale, ma meno bene dal punto di vista economico. I suoi primi romanzi brevi, “The Orchard Keeper”, pubblicato nel 1965 e “The Outer Dark”, uscito nel 1968, vendono circa cinquemila copie l’uno. Una miseria che si ripercuote sulla sua vita, che trascorre in una casa poverissima alla periferia di Knoxville per otto anni, dove rifiuta di fare delle conferenze nelle università, fedele alla sua riservatezza, anche se gli costa caro.

Cormac McCarthy
Gli argomenti dei suoi libri, del resto, non sono per tutti. Amore, morte e un senso costante di Apocalisse si intrecciano in queste visioni cupe ambientate sui monti Appalachi, una delle zone più povere d’America, storie di totale degrado dove però l’esperienza umana può riscattarsi anche solo per un momento. Forse troppo per il pubblico di allora, che sembra non gradire. Una vita lunga e difficile, dove Cormac si mantiene con borse di studio per scrittori e altri lavori saltuari. Fino che nel 1992 Richard Woodward, giornalista del New York Times, lo va a raggiungere nel remoto New Mexico dove si era trasferito a vivere con la sua terza consorte, in uno scenario naturalistico estremo ai margini del deserto e scrive su di lui un lungo reportage. La sua vita cambia radicalmente, a cinquantanove anni.
Il grande pubblico non solo compra “Cavalli Selvaggi”, il suo ultimo romanzo ambientato in un West americano crepuscolare e prossimo nel tempo, ma anche “Meridiano di Sangue”, un romanzo immenso che viene definito dai critici un po’ tardivi come “Un Grande Romanzo Americano”. Per McCarthy è la consacrazione, anche se soltanto nel 2006 con il romanzo “La Strada” ambientato in un mondo post-apocalittico quasi completamente inospitale che viene premiato con il Pulitzer per la letteratura. Poi un lunghissimo silenzio, dove lo scrittore si dedica alla ricerca scientifica e alla natura, che lui tanto ha amato. Fino alla produzione degli ultimi libri “The Passenger” e “Stella Maris” dove infrange ogni tabù e che consegna inconsapevolmente a pochi mesi dalla sua morte.
Vita e Morte, del resto, per lui erano gli argomenti principali dei suoi lavori, non capiva gli scrittori che li tralasciassero consapevolmente. McCarthy quindi se ne va, senza il Nobel che gli sarebbe spettato e che di sicuro, nonostante la sua ritrosia, avrebbe accettato pienamente senza indegni ritardi come quelli dell’ultimo americano vincitore del premio.
