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Ritratti d’argento

Un’affascinante e antica tecnica fotografica, rivista con gli occhi di un fotografo contemporaneo.

A cura di Dennis Ziliotto

Si chiama Collodio umido, meglio conosciuto come Wet Plate Collodion ed è un processo fotografico che permette la realizzazione di immagini su lastre di vetro o alluminio.

La prima scoperta è attribuita all’inglese Frederick Scott Archer attorno al 1850 circa: purtroppo Archer morì nel 1854, senza aver avuto il tempo di brevettare la sua scoperta e tantomeno assistere all’successo che essa ebbe negli anni a venire! 
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Il processo fu in seguito brevettato da James Ambrose Cutting di Boston e rimase di pubblico dominio in tutto il mondo, prendendo il nome di “ambrotipia”.

Il nome viene dalla parola  Ambrose e deriva  dal greco “ambrotos”, immortale.

Solo qualche anno dopo si diffuse una variante del processo detta ferrotipo, o ferrotype, o ancora tintype. L’unica differenza era il supporto, venivano utilizzate lastre di latta o alluminio, da cui appunto il nome ferrotype. 
Il procedimento era basato sul collodio, che miscelato con dei sali veniva steso su di un supporto di vetro o alluminio. Quindi si immergeva la lastra di vetro in una soluzione a base di nitrato d’argento: a questo punto, la lastra era pronta per essere esposta, cosa che richiedeva tempi piuttosto lunghi, da pochi secondi a qualche minuto, a seconda della luce disponibile. Tutto il processo doveva essere completato prima che la lastra asciugasse.
Dopo l’esposizione si passava allo sviluppo e al fissaggio. Infine, si eseguiva la verniciatura della lastra. 

La manualità e l’artigianalità di questa tecnica è alla base della sua storia: chi si avvicina al collodio umido sa che dovrà studiare costantemente per apprendere appieno tutto il lungo processo. 


La chimica, che si utilizza il più delle volte, viene preparata dagli stessi fotografi.  Sul collodio tra l’altro  c’è una ricerca continua di ricette:  sui libri storici ce ne sono a decine, con diversi effetti e conseguenze. 
Lo studio della luce è basilare, risulta  una parte fondamentale. Ogni dettaglio dalla preparazione delle lastre, dalla gestione della luce naturale o artificiale, ai calcoli dell’esposizione e dei tempi di sviluppo,  richiede da parte del fotografo un grado di preparazione importante. 
Ecco perché chi diventa collodista diviene un vero e proprio artigiano della fotografia. Un ritratto realizzato con questa tecnica è un pezzo d’arte unico: ogni fotografia non sarà mai uguale a un’altra,  è  pura alchimia che fa diventare l’imperfezione un “unicum” senza tempo. 

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