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Greg Lake – Un uomo fortunato

Il Gigante della Musica “Rock Progressive” ha regalato perle musicali indimenticabili e ispirato nuove generazioni di musicisti rock. Un omaggio a un uomo fortunato.

Intervista e foto a cura di Franz Soprani

Ho conosciuto Greg Lake a Tunbridge Wells, un’operosa cittadina del Kent inglese, verso la fine di ottobre del 2005, in occasione dell’avvio della sua tournee nel Regno Unito.
Era un’occasione che aspettavo da tempo, quella di conoscere uno dei miei miti giovanili, il grande protagonista dell’epopea del rock “progressive” che aveva regalato al mondo band indimenticabili come i King Crimson, i Genesis, gli Yes ed EL&P, tanto per citarne alcuni e che avevano avuto nella PFM, nelle Orme e nel Banco del Mutuo Soccorso, sempre per citarne alcuni, i migliori “follower” in Italia.

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Da quel giorno ci sono stati molti altri incontri durante i quali ho potuto confrontarmi con lui e soddisfare le curiosità che covavo fin da ragazzino.
Greg è mancato il 7 dicembre del 2016.

E’ stato cofondatore dei gruppi King Crimson e Emerson Lake & Palmer

Nel realizzare questo ricordo ho avuto modo di rivedere le centinaia di foto che ho scattato in una decina d’anni di frequentazioni: on stage, in qualche trattoria (Lake era una buona forchetta e adorava il cibo italiano, come l’Italia del resto), in giro per il nostro paese… ogni tanto si lasciava scappare qualche aneddoto divertente su qualche suo collega.
Nonostante la fama che aveva fatto di lui uno dei personaggi più conosciuti degli anni 70 era una persona semplice e alla mano, amichevole e gentile con tutti. Sul palco si trasformava e diventava un professionista esigente e pignolo; niente doveva essere lasciato al caso perché il pubblico meritava una performance di grande livello.
Il suo ultimo lavoro “Songs of a Lifetime” è stato registrato dal vivo al teatro municipale di Piacenza nel novembre del 2012 ma è stato pubblicato postumo solo nel 2017, dopo che la postproduzione aveva finalmente soddisfatto tutte le sue aspettative.

Greg Lake
Greg lake

Alla fine di ogni concerto si abbandonava all’abbraccio dei fans, elargendo sorrisi, strette di mano, abbracci, firmando autografi su dischi vecchi di 40 anni, e, senza badare al tempo, scattando foto con chiunque lo chiedesse.

Sono grato a queste persone, se ho avuto una vita fortunata lo devo a loro” era solito ripetere. E grato rimase fino a quando gli venne diagnosticata la malattia che avrebbe posto fine alla sua vita: “Ho vissuto una vita che la maggior parte della gente può solo sognare, non potevo chiedere altro… sono sereno.

Quella che segue è una breve “intervista” realizzata in occasione del suo ultimo tour in Italia nel 2012 fra Piacenza e Milano, durante la quale venne registrato “Songs of a Lifetime”.

  • Greg LakeIl tuo ultimo tour ti ha portato in giro per il mondo, come ai tempi di Emerson, Lake & Palmer, come mai hai deciso di presentare anche brani di altri autori?

“Ho pensato di condividere col pubblico le canzoni che più hanno segnato la mia vita e non soltanto brani composti da me. Non riesco infatti a immaginare cosa sarebbe oggi la musica se non ci fossero stati Elvis Presley o i Beatles. A proposito di Elvis ebbi la fortuna di poter assistere ad un suo concerto negli States mentre avevamo un giorno libero con EL&P. Ricordo ancora quell’esperienza!

Sul palco era salito un vero “animale”, affascinante, magnetico… e ti devo dire che quello che si diceva di lui, che faceva svenire le ragazze, non era una semplice leggenda.

Mi guardavo intorno e vedevo tutte queste donne che gridavano e trasalivano ad ogni movimento che lui faceva col bacino. E quando il concerto finì e le luci si spensero rimase un triste silenzio all’annuncio – Elvis has left the building – che è diventato quasi un sinonimo per dire che la festa è finita.“

  • Vuoi parlarmi di Lucky Man, uno dei tuoi pezzi più famosi?

“La mia era una famiglia modesta, con limitate risorse economiche. Per il mio dodicesimo compleanno chiesi in regalo una chitarra, ma mio padre mi disse che forse non sarebbe stato possibile, per via dei soldi. Poi avvenne il miracolo e la chitarra arrivò, era di seconda mano, ma era pur sempre una chitarra. E assieme alla chitarra arrivò anche la prima canzone. Composi “Lucky Man” a 12 anni.
Quel pezzo rimase nel cassetto per una dozzina d’anni; poi mentre stavamo registrando “Emerson Lake & Palmer”, ci accorgemmo che non c’era musica a sufficienza per finire il disco… così presi la chitarra e feci sentire agli altri il mio pezzo. Devo dire che non suscitò particolare entusiasmo ma lo registrammo lo stesso. Curiosamente ebbe un successo incredibile.”

Greg Lake

(ndr. Per chi non avesse fatto mente locale e non avesse capito di quale canzone si stia parlando, qui potete ascoltarla su Youtube – Emerson, Like & Palmer – Lucky Man)

  • Hai scritto a dodici anni una canzone che la maggior parte dei cantanti non azzecca in una carriera…

“Devo dire che in quegli anni (fino alla fine degli anni 60 n.d.r.) il mercato discografico era molto diverso da quello di oggi. Gli artisti erano messi nelle condizioni di seguire il loro istinto. Non c’era nessuno che veniva a dirci quello che dovevamo fare e così suonavamo quello che ci piaceva, e a quanto pare, piaceva anche al pubblico!
Ogni band aveva il suo sound e il suo stile, ed era riconoscibile: già dalle prime note riconoscevi chi era.
Poi sono arrivati i “produttori competenti” e la musica è cambiata e molti potenziali talenti sono stati perduti. Se dovessi dare un consiglio ad un giovane musicista sarebbe proprio questo: fai di testa tua, suona quello che ti piace senza farti imporre qualcosa che non ti appartiene.”

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  • Racconti spesso dei tuoi tour con Ringo Star

“Si, Ringo è fantastico, è un grandissimo professionista e suonare con lui è stato molto divertente. Nei Beatles è sempre stato quello “dietro”, apparentemente quello meno dotato; ma se ascoltate bene come suona la batteria vi renderete conto di quanto sia stato importante per l’evoluzione di quello strumento, e non a caso molti batteristi lo citano fra i preferiti.”

  • Ultimamente sei spesso in Italia. Cosa ti piace del nostro paese?

“Non solo ultimamente, in verità. Ho sempre amato l’Italia per la bellezza dei paesaggi, per il clima, per la cultura, per la sua storia e per la cucina (ride). E poi anche per la musica i musicisti che il vostro paese ha regalato al mondo nel corso dei secoli.

Se dico che la musica “moderna” è nata in Italia non credo di dire una fesseria.

Durante la mia carriera di produttore discografico ho anche avuto la fortuna e il privilegio di produrre “Photos of Ghosts” della PFM e “Banco” del Banco del Mutuo Soccorso.

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  • Hai detto musica e musicisti italiani. Immagino che ti riferissi, prevalentemente, a quelli “classici”. Che rapporto hai con la musica classica?

“Ascolto molta musica classica. È sempre stata una fonte d’ispirazione per la mia musica al punto che con EL&P ci abbiamo fatto un disco “Pictures at an Exhibition”, una riproposizione dell’omonimo lavoro di Mussorgsky, celebre compositore russo. La mia personale interpretazione del progressive rock, in effetti, è sempre stata nel cercare di conciliare il rock con la musica classica, e credo molto spesso di esserci riuscito.

  • Qualche anticipazione su qualche progetto futuro?

“Sto collaborando con un fantastico pianista italiano, Max Repetti, col quale registrerò presto un disco con le mie composizioni preferite, con nuovi arrangiamenti piano-voce e piano-chitarra-voce. Sarà la scusa per tornare ancora in Italia.”

Purtroppo il progetto di Greg, “Moonchild”, fu interrotto dalla sua prematura scomparsa, ma venne ripreso nel 2018 dallo stesso Max Repetti con la voce di Annie Barbazza, pupilla di Greg Lake, dopo che il conservatorio di musica “Nicolini” di Piacenza aveva insignito Lake della laurea honoris causa “per l’immenso contributo di Mr. Lake nel costruire un permanente ponte tra due generi musicali, due mondi prima di allora separati, la musica classica e quella pop e per Il talento compositivo e di produzione musicale, sia nella scrittura della musica, che dei testi che negli arrangiamenti

Un pezzo di storia che i giovani non sanno neanche esista più, ma che loro devono ringraziare a prescindere.

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