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Deus ex machina: Franz Soprani

A cura di Artemide De Blanc

Cosa facevano i grandi maestri degli anni 60, 70? Icone come Avedon, Newton, De Marchelier?
“Si occupavano del concept in toto, studiavano il prodotto. La campagna veniva affidata al fotografo. Il prodotto poteva anche essere un elemento secondario”.
Mentre parla, Franz Soprani, senti l’esegesi del termine fotografia: la luce cruda e tagliente del reportage, la patina suadente del glamour, il neorealismo di matrimoni -finalmente- verosimili.

“Oliviero Toscani è un chiaro esempio di enfasi sul concetto: il messaggio di fratellanza, traslato nel colore, nella multietnicità”.

“Toscani faceva intuire il prodotto ma non lo imponeva come elemento centrale”.

Niente più soggetti pensanti quindi? Solo marketing?
Diciamo che il concept è affidato alle agenzie e il fotografo ha perso peso, è scalato su un piano più esecutivo.
Ho frequentato Superstudio per decine di anni, mi è capitato di conoscere grandi personaggi come Peter Lindbergh. Erano riconoscibili. Oggi riconosci forse l’impronta dell’art director. Infatti le foto di moda sono abbastanza simili le une alle altre. C’è il figlio di una star internazionale che si è messo a fare il fotografo, la freccia al suo arco sono milioni di followers. Le luci le dispone l’assistente di studio e a dialogare con le modelle c’è un addetto dell’agenzia. Lui fa click.

Ma allora in questa poltiglia omologata come si fa a lasciare la propria firma? Come si seleziona un fotografo “vero”?
Io farei scattare in pellicola, come all’esame di scuola guida. Prova sul campo! Quando eravamo ragazzi andavamo in giro a fare foto con due rullini, 72 pose. C’era un prezzo in termini di tempo e di stampa, dovevi fare attenzione altrimenti perdevi la giornata e del denaro.

“Oggi, con le Memory card infinite spari a raffica due o tremila scatti e qualcosa salta fuori”!

Nostalgia della pellicola?
La pellicola è cruda, violenta, ti rende ciò che hai catturato.
Le digitali implicano la post produzione: ho visto snellire, rassodare, rifare denti, spianare volti. La parola corretta per definirlo è “artefatto”. Il fotografo modellava con la luce, ti levava anche un brufolo cambiando la luce. C’erano il punto di vista, il taglio, il momento dello scatto, il coinvolgimento, la concentrazione. Ora c’è la post produzione.

“Gli esperti di Photoshop modificano tutto: la modella ha fatto a botte la notte prima? Non importa, si leva”!

Armonia o contrasto?
La prima mi interessa poco. Sono affascinato dal contrasto. Meglio Canova o Bernini? Il primo, forse, ha un gusto estetico maggiore, il secondo rende le cose vive, carne pulsante.

In fondo il fotografo racconta se stesso attraverso le immagini: aspettative, sogni, speranze, manie, perversioni.

In effetti la tua Sagrada Familia ha dietro le gru, e troviamo un uomo in slip accanto a una basilica…
Le gru sono una proiezione sul futuro, dicono cosa diventerà quella chiesa, come una matita che “schizza” uno scenario. E nell’immagine dell’intimo maschile, sempre a Barcellona, ero sulla Rambla. Mi piace esaltare i colori, un po’ come la musica materica lavora per masse sonore. Non ha una linea melodica, sorprende l’orecchio con i contrasti.

A proposito di masse, il tuo repertorio di scatti Auslicht è una composizione cromatica: come nasce?
Ci credi se ti dico “per caso”? Ero andato a comprare degli scampoli per tendaggi che cambiassero la luce della mia stanza, li avevo appesi per prova. Poi è arrivata una ragazza a fare le foto si è messa spontaneamente dietro la tenda: lì, ho visto la luce che scolpiva il corpo e ho iniziato a lavorare sulla fonte luminosa, a sperimentare. La genesi di Auslicht in ogni caso è il compositore Karlheinz Stokhausen, che ha creato composizioni musicali per ogni giorno della settimana, l’ispirazione me l’ha data lui.

La fotografia è arte?
La fotografia è un’arte “minore”. Ha un grosso vantaggio rispetto alla pittura, che è immediata, non necessita di elaborazione successiva. La foto cattura un attimo e lo comunica in modo repentino.

“La fotografia, come le arti maggiori, aiuta a cambiare la percezione del mondo”

Mi permetto di dirti che sei l’unico ad aver reso realistici i matrimoni: fotografi anche quelli?
Il fotografo deve fotografare tutto! Il “tutto” consente di avere una visione del mondo nel suo complesso: animali, luoghi, situazioni. Fra i miei maestri ci sono personaggi come Franco Fontana, con i suoi paesaggi urbani meravigliosi. O Carlo Bavagnoli, unico “non americano” ad aver lavorato per Life: aveva fatto una copertina con Jane Fonda durante le riprese di Barbarella. Erano gli anni Settanta.

“Ai matrimoni ho applicato le stesse leggi del reportage”.

La volgarità è oggettiva o soggettiva?
Ci risponde la filosofia, di cui sono adepto, mi attrae l’elaborazione del pensiero della morale. Per rispondere citerei Schiele quando diceva che “La pornografia è negli occhi di chi guarda”.
Questo mi porta ad avversare le forme di censura, in generale. Viviamo in una società ipocrita, dove i minori spaziano per il web trovando ogni forma di esibizione sessuale e poi vengono fintamente protetti da dichiarazioni retoriche.

“Pensiamo alla preoccupazione dei moderni censori di evitare immagini violente quando nessuno si preoccupa di celare gli orrori della guerra”.

Come la mettiamo con il porno?
Il porno è un’operazione commerciale! Non è mai un’espressione autentica! Parliamo dell’erotismo venduto come desiderio del desiderio, a chi non può compierlo in prima persona, parliamo di vendita. “Compro e guardo qualcuno che lo fa al posto mio, come fossi io”.

Come vedi l’esibizionismo?

“Non ho mai considerato esibizionista una donna che mostra il proprio corpo”

Lo vedo come un modo di sentire e di essere.
Penso che sarebbe il caso di educare le persone partendo dalla tenera età a non avere paura del sesso, a vivere una vita normale con spirito critico per quanto accade intorno a sé. La cattiva educazione porta sempre alle deviazioni che sfociano in comportamenti irrispettosi o volenti verso una donna. Ma lo vediamo ancora nei luoghi comuni no? L’uomo con una attività sessuale fervida è un gallo. La donna cos’è ?!

Se tu fossi un film, quale saresti?
Sono indeciso fra due. Tieni conto che io scrivo anche soggetti per il cinema: cortometraggi, film, tutta roba originale che non si è mai vista sugli schermi. E ho due film della vita, uno è 2001 Odissea nello spazio di Kubrik, che ritengo un affresco sulla vita dell’uomo, con la sua perfezione estetico narrativa. Il secondo è Brazil di Terry Gilliam che invece parla della disillusione e del futuro distopico che ci attende mentre camminiamo nella linea del destino.

Quale sei?
Uno o l’altro, dipende dall’umore.

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