Denis Curti si racconta: un’intervista che svela il ruolo invisibile del curatore, la voce fuori campo capace di trasformare le immagini in narrazioni potenti
A cura di Monica Camozzi
Fotografie di Simone Angarano
Decodificare la realtà è più semplice, quando siamo accompagnati dallo sguardo del narratore che accende le luci sulle zone oscure, ci aiuta a comprendere il tutto e ci fa immergere nell’anima delle cose, regalandoci cento occhi e potenziando i nostri sensi.
Il curatore, in un certo senso, è la voce fuori campo. Il pensiero che costruisce, come una tela di ragno, le sue spirali di Archimede per catturare le nostre emozioni, imbrigliate nella narrazione.
Denis Curti, con la passione della voce narrante, è nato.
Il suo curriculum occupa un notevole spazio e riporta al senso della parola: direttore artistico di Photo Grant by Deloitte, fondatore della galleria Still a Milano, curatore delle prime aste fotografiche di Sotheby’s delle Stanze della Fotografia, direttore della fondazione italiana della fotografia a Torino, consulente della fondazione di Venezia e direttore artistico della casa dei Tre Oci, solo per citare le cose più rilevanti.
I nomi delle sue curatele sono da brivido: Cartier-Bresson, Robert Capa, Gianni Berengo Gardin, Helmut Newton, David LaChapelle, Franco Fontana…e potremmo continuare per minuti.
Meraviglioso, il suo libro “Le cento foto che sconvolsero il mondo”, capace di farti cogliere la potenza narrante dell’immagine, non occlusa dalla limitatezza della parola ma libera di creare infiniti universi in chi la guarda. Più incisiva di un saggio, più eloquente di un’enciclica.
La domanda sorge spontanea: come si diventa…te??
Non ho fatto scuola “da curatore”, il mio era interesse sul campo e la mia formazione di base era comunque legata all’arte.
Ho iniziato in modo semplice, organizzavo mostre in locali alternativi negli anni Ottanta.
Quelli pubblicizzati sulle locandine attaccate alle vetrine?
Sì, è proprio una di quelle locandine che ha attratto l’attenzione di Daniela Palazzoli, una critica importante. Mi chiamò, venne a trovarmi a casa chiedendomi di
mettere insieme un gruppo di giovani fotografi che ritenessi validi.
Io misi insieme il portfolio e penso sia rimasta positivamente colpita perché mi invitò a curare la sezione giovani della Biennale di Fotografia di Torino.
Quindi basta l’insana passione per la cultura?
Nel mio caso, avevo due interessi enormi: la curiosità verso la storia della fotografia e la scrittura. Leggevo e scrivevo. Anzi, per vivere scrivevo fotoromanzi e questo mi ha dato una disciplina pazzesca. La storia doveva essere raccontata con cento inquadrature. E’ stata una scuola che mi ha dato
la disciplina di sintesi.
Mi firmavo Riccardo Giri, mia personale traduzione di Richard Gere.
E dopo Riccardo Giri (Richard Gere) che è successo?
Ho iniziato a fare la recensione di mostre per Vivimilano del Corriere della Sera. Erano tempi dove, in assenza di Internet, bisognava cercare sui libri. Ho messo insieme circa 7.000 volumi.
Esiste un metodo nella curatela?
No. Ha a che fare con la tua sensibilità, con ciò che vuoi raccontare.
Esiste una bellezza oggettiva?
Il concetto del bello nell’arte – e quindi anche nella fotografia – è superato.
Non cercavo belle foto in senso figurativo. Cercavo persone capaci di darmi la loro visione del mondo. Diane Arbus riusciva a farti vedere ciò che gli occhi non erano in grado di cogliere. Ci sono cose che io stesso non avevo mai visto prima di fotografarle.
Cosa significa fotografare?
Guardare una seconda volta, riconoscere.
Il processo di riconoscimento lo ha spiegato bene Cesare Pavese, vediamo solo ciò che conosciamo. Lì, le cose iniziano ad appartenerti.
Che peso ha il curatore nel successo di un autore?
È un mestiere assimilabile al regista. Ha il ruolo di un traduttore che ascolta, si mette in sintonia, “veste” la mostra e dà una sequenza alle immagini come se fossero un cortometraggio. Io ho in mente il display espositivo in cui far entrare immagini, parole, luci. Sei un narratore, talvolta un megafono. Oppure ti può capitare di incontrare autori così consapevoli del loro lavoro da avere tutto chiaro e tu devi affiancarli.
Fra gli autori che hai seguito c’è David LaChapelle, com’è stato lavorare con lui?
La cosa spettacolare è che lui ricostruisce tutto. Quando sono andato a trovarlo a LA mi sono trovato in uno studio di duemila metri: ebbene ne ha reso una parte uno stagno, per realizzare la foto del diluvio, con la carcassa di un’auto sul fondale di 12 metri e 32 persone svestite in acqua. Per una foto ci mette un mese. L’unico problema con lui sono le metafore.
Le metafore?
Quando sono tornato e ho scritto testo e noi italiani amiamo l’uso della metafora mentre gli americani la odiano (ride). Lo avevo metaforicamente descritto come un naufrago che trova nuovi territori e lui mi ha detto “ma io non sono mai naufragato in vita mia”. Diventa un problema di linguaggio ma è divertente, devi entrare in sintonia.
Ci sei sempre riuscito?
Ho sempre cercato il rapporto con gli artisti, ma non è sempre possibile: nel caso di Newton, quando curai la mostra a Roma, si trattava di una persona non più vivente.
In quel caso il curatore si immerge nell’archivio e cerca di scoprire tutto il possibile.
Di Newton cosa hai scoperto?
La sua ossessione per la cronaca nera, fatta di passaggi consecutivi. Aveva tante riviste di nera, i suoi quadernetti con foto appiccicate. Ho visto il libro, dal nome Yellow Pages , suo omaggio alla nera. Quando poteva ricreava immagini ispirate alla nera, era la sua ossessione. Per Newton, all’Ara Pacis, avemmo oltre 60.000 visitatori.
La fotografia è arte?
Oggi i fotografi, per la loro funzione di lettori del mondo, sono presi in considerazione alla stregua di altri intellettuali e artisti. Tanti autori sono universalmente considerati artisti, penso a Scianna, Berengo Gardin, Toscani, LaChapelle.
Mi infastidisce che nel mercato dell’arte globale, fatto di aste di orologi, quadri, francobolli, la fotografia valga l’1%.
Un quadro di Picasso viene venduto a 150 milioni, la foto più costosa a 5.
Per fortuna ci sono fiere specializzate o iniziative come Paris Photo o Photo London o Ipad New York che la valutano come opera d’arte.
Che mercato c’è nel collezionismo fotografico? Cosa colleziona un appassionato in questo ambito, per la maggior parte?
Nell’ambito della fotografia si ha paura di non sapere quante copie ci sono di quell’esemplare. Molti collezionisti comprano foto di origine analogica, mentre quelli di arte contemporanea non hanno problemi a comprare opere digitali. C’è una scissione: alcuni artisti usano la fotografia ma non si considerano fotografi, poi ci sono fotografi che hanno sempre fatto questo e che oggi entrano nel mercato delle aste. Chi usa foto come artista ha prezzi più alti ed edizioni numerate. Lavorare nella logica della Open edition fa abbassare il valore.
Mi sembra di capire che sia un mercato in forte crescita, cosa lo frena?
Molti nuovi collezionisti sono entrati in questo mercato, complice la diffusione di NFT e cripto. Certo, viviamo un momento di grande incertezza fra conflitti e timori inflattivi. Vi sono poi alcuni elementi che contribuiscono a frenare il collezionismo: l’ arte non è un bene rifugio, ha fluidità che non puoi controllare. Inoltre se compri una foto pensando di rivenderla, devi trovare chi la vuole comprare.
Non posso non chiederti la tua opinione sull’uso (e abuso) della AI in fotografia…
La AI non produce foto ma immagini.
Come dicevo, per me fotografo può definirsi colui che dà una lettura personale del mondo. Non ho nulla contro queste immagini, ma
chi usa la AI non può definirsi fotografo, bensì produttore di fantastiche illustrazioni.
Fra le cose che stai curando o scoprendo ce n’è una che ti entusiasma in modo particolare?
Ormai la fotografia non è frequentata solo da fotografi. Fotografia è il linguaggio giusto per sviluppare il racconto. Mi ha colpito un gruppo di donne che sta tentando di ridisegnare un nuovo realismo dell’identità. Il mezzo fotografico consente di raccontare sé stessi e le proprie paure.
Si cerca di elevare il nudo ad arte, ispirandosi al classicismo, ma viene sempre e in ogni caso visto come “nudo” tout court, tranne che in singole espressioni magnificate dal mondo della moda. Che ne pensi?
Penso a Robert Mapplethorpe che ha fatto del nudo un’arte strepitosa,
sono passati anni e anni e le sue immagini ancora disturbano e fanno riflettere. Lui diventò famoso perché un senatore andò in aula protestando con immagini sue in mano. Accusava il Moma di aver esposto le sue foto, senza rendersi conto che lo stava promuovendo. Dentro quei nudi c’erano seduzione e poesia. Sofferenza, gioia, volontà di esibizione.
L’importante è tracciare un perimetro: Mapplethorpe si esprime in modo coraggioso, nei suoi nudi c’è la perversione ma insieme ad essa coesistono consapevolezza e inclusione. Bisogna vedere caso per caso. Quando vedo Catherine Opie non rimango sconvolto, quando vedo Terry Richardson divento sospettoso…









