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Così Kusama frantumò Narciso

Così Kusama frantumò Narciso

di Monica Camozzi

Nel cuore di Yayoi Kusama: l’arte come ponte tra solitudine e universo

A cura di Monica Camozzi

Nell’intervista fatta un paio d’anni fa a Damien Hirst, Yayoi Kusama confessò una sua paura profonda: “Non ho avuto paura della vita, non ho paura della morte. Ho paura della solitudine”. 

Ma come sottolinea Stefano Raimondi, il curatore della meravigliosa mostra in atto al Palazzo della Ragione di Bergamo, l’ Infinity Mirror Room Fireflies on the Water grazie alla quale Kusama sta portando migliaia di persone a sfiorare la propria anima, 

anche se le sue opere parlano a milioni di persone, l’artista è sempre sola nel processo di creazione, annulla sé stessa e si disperde nell’universo.

Fireflies on the water, fatta nel 2002, scaraventa l’astante nella percezione di uno spazio buio, circondato da specchi e ammantato dal bagliore di 150 lucine baluginanti, appese al soffitto, portando una subitanea quiete nei recessi del subconscio. 

Come del resto fa Kusama da sempre: trascina via, senza accorgersene, senza limiti di età o schemi culturali. Parla un linguaggio universale, trasferisce sensazioni come nei vasi comunicanti di Archimede. 

Nelle sue Infinity Room pare quasi che cerchi di 

annullare l’individualità, moltiplicandola, facendola disciogliere in un infinito cosmico. 

Il viaggio è a scaglioni, come in Inception di Nolan: più si è disposti a scendere dentro sé, più le cose si fanno profonde e chiare. 

E fino a oggi, le migliaia di persone che entrano nella stanza di Kusama a Palazzo della Ragione escono toccate da una bacchetta magica.

Mi piace leggere i commenti lasciati dalle persone–prosegue Raimondi, ognuno lascia un messaggio e vedo parole di introspezione, di conforto, di grande umanità, perché l’installazione tocca quelle corde invisibili che ognuno ha dentro sé, se è disposto ad aprirsi.

Così Kusama frantumò Narciso

È la prima volta che un’opera di Kusama viene accolta in un sito non museale. Come ha fatto?
Grazie alla qualità del lavoro che The Blank, associazione che fondai 13 anni fa e organizzatore della mostra, ha fatto nel tempo e alla fiducia accordataci dal Whitney Museum of American Art di New York, proprietario e prestatore di Fireflies on the Water.

Quando decidemmo di portarla qui, non sapevamo che di lì a poco Vuitton avrebbe collaborato con Kusama e utilizzato i suoi pois in tutto il mondo. 

Allo stesso modo non ci saremmo immaginati un così grande riscontro: anche se abbiamo già esteso la mostra e prolungato gli orari riceviamo migliaia di richieste di chi non è riuscito a trovare posto.

A proposito di zucche, perché Kusama ha usato proprio loro nelle sue alchimie visive?
Kusama nasce da una ricca famiglia di commercianti di semi e la zucca compare nel suo immaginario già da bambina. Spiegò l’utilizzò nelle sue opere con queste parole: “Adoro le zucche per la loro forma umoristica, la sensazione calda e una qualità simile a quella umana”. 

Perché Kusama è tanto amata? Secondo il magazine The Art Newspaper sarebbe l’artista più popolare del mondo…

Nelle sue opere c’è qualcosa di magico che arriva a tutti noi, indipendentemente dall’età o dalla passione che nutriamo verso l’arte. E’ un dono prezioso riuscire a creare e trasmettere sensazioni e emozioni così vivide.

Kusama rappresenta tutto ciò su cui si affaccia il nostro contemporaneo: è un’artista donna che ha trasformato il suo disagio psichico in arte, è andata dal Giappone dopo la guerra ed è emersa in un ambiente prettamente maschile e maschilista, ha conosciuto il successo e il fallimento ma è sempre stata fedele a sé stessa e alla sua arte.

Il titolo, Infinito Presente, è molto eloquente, rispecchia le sensazioni che si provano: chi lo ha trovato?
E’ il frutto di un proficuo confronto con lo studio di Kusama, che è molto meticoloso e attento, abbiamo discusso e collaborato su qualsiasi aspetto della mostra, volevamo che nel titolo emergesse sia il concetto temporale che quello fisico e spaziale. La parte che precede e segue l’Infinity Mirror Room è molto importante, ci sono documenti, libri, immagini e una poesia che Kusama scrisse durante la pandemia, che a Bergamo echeggia in modo significativo. Siamo riusciti a trovare anche una citazione di cui lo studio non conosceva la fonte, essendo tratta da una intervista fatta durante il periodo italiano di Kusama, nel 66.

Nel 66 Kusama non fece la Biennale di Venezia?
Sì, fu presente alla Biennale, ma senza un invito ufficiale, con il suo meraviglioso Narcissus Garden, composto da 1500 sfere riflettenti. Non tutti però sanno che fu ospite di Lucio Fontana e che lui finanziò l’opera per la Biennale. Traspare nell’intervista rilasciata in questo periodo il suo interesse per i materiali, come la plastica, che ancora non era utilizzata in modo esteso nell’ arte, emerge la parte innovatrice della sua ricerca. 

Anche qui, Kusama diede un messaggio subliminale, profondo, esortando le persone a rispecchiarsi nella rifrazione di sé stesse, con la moltiplicazione che azzera, infine, liquefa l’ego, ricongiungendo l’uomo all’ambiente circostante.

Infatti in Biennale aveva messo un cartello con scritto “ 2 dollari – il tuo narcisismo in vendita”

Come finì in America?
Era il dopoguerra, fu attratta dai libri di Georgia O’Keeffe, una grande artista americana. Le scrisse esprimendo il suo desiderio di andare New York. O’Keeffe la dissuase inizialmente ma la tenacia di Kusama rese ben presto chiaro che non demordeva. Perciò partì, fece la sua prima mostra a Boston e poi approdò a New York, dove per prima cosa salì sull’Empire State Building, dichiarando che avrebbe “conquistato” quella città.

Inizialmente a New York in quanto donna e emigrata non trovò vita facile, ma poi con le sue opere e le sue performance dissacranti riuscì a conquistare tutti. 

Dissacranti, quanto?
Parecchio. Teniamo conto che per “risvegliare i morti del MoMA (Museum of Modern Art) inscenò una performance dove le sculture venivano usate come in un baccanale, una sorta di rito orgiastico. In questo periodo Kusama era all’apice del successo. Fondò addirittura la Kusama Fashion Institute dove venivano concepiti abiti sensuali utilizzati durante le performance…ma il paradosso è che aveva una repulsione della sfera sessuale. 

La sua prima infinity room, del 65, era una distesa di falli a pois, “Phalli’s Field”. Era il suo modo per esorcizzare la paura del sesso.

Da dove nasceva questa paura?
Dall’infanzia. Pare che la madre la mandasse a spiare il padre che la tradiva. Prima che nell’ Infinity Room questo suo disagio si era espresso ed era stato annullato nella famosa serie Sex Obsession dove letteralmente ricopriva oggetti domestici – sedie, scale, armadi o persino una piccola imbarcazione di legno di falli. Questo processo di accumulo e ripetizione le permettevano di arrivare a quello che Kusama chiama “obliteration” ossia un processo di distacco e annullamento dell’io e delle sue paure.

Si autorecluse dopo l’esperienza americana?
Dopo il grande successo degli anni 60 seguì, anche per il mutato clima culturale, un periodo di flessione critica. Kusama tornò in Giappone nel 1973 e pochi anni dopo decise di autorecludersi nell’ospedale psichiatrico di Tokyo, un luogo protetto che le permetteva di dedicarsi con grande intensità all’arte ma anche alla letteratura. Sono questi gli anni dei primi romanzi. 

E le Infinity Room?
Da quella realizzata nel 1965 passarono più di 30 anni prima che Kusama realizzasse un’altra Infinity Room. 

Fireflies in the Water è la prima che introduce l’elemento naturale dell’acqua e esprime in maniera perfetta come questo tipo di opere sia diventato non più solo un modo per annullare le proprie angosce ma piuttosto un messaggio universale di quiete e introspezione, un ambiente sereno che già nel titolo ci rimanda a una poetica sera d’estate.

Perciò dobbiamo ringraziare lei per questa meraviglia?
Più che essere ringraziato mi fa piacere sapere che in questi mesi grazie all’enorme lavoro fatto da The Blank, alla generosità del Whitney Museum e dello studio di Kusama, del Comune di Bergamo e degli sponsor tutti, sia possibile entrare e vivere quest’opera che ci porta in un altro spazio e in un altro tempo.

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