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Claudia Gerini, il mio primo amore è il cinema…

di Monica Camozzi

…ma mi piace sfidarmi, provare altre forme d’arte.

A cura di Monica Camozzi

Claudia Gerini, classe 1971, è una delle attrici più note e apprezzate nel campo cinematografico italiano. Tutti la conoscono per i ruoli divertenti ma sono davvero tanti ad apprezzarla anche per quelli seri e profondi capaci di emozionare il grande pubblico. Una vita dedicata allo spettacolo, la sua: attrice, cantante, presentatrice, regista cinematografica.
L’abbiamo incontrata proprio in un momento in cui è impegnata su più fronti: cinema e teatro. 

Claudia, il 2023 è iniziato con molti impegni, per te…
Sì, gennaio è iniziato con il cinema. Proprio il primo gennaio è uscito nelle sale “I migliori giorni”, di Massimiliano Bruno e Edoardo Leo, che hanno fatto una coregia.  È un film corale diviso in quattro episodi, ognuno dedicato a una festività, e che indaga su come l’animo umano affronti queste feste. Io sono nell’episodio che riguarda la festa della donna, in coppia con Stefano Fresi. Inoltre fino a fine gennaio sono in scena con lo spettacolo musicale “Cado sempre dalle nuvole-Cantare Pasolini”. Siamo al Teatro Mercadante di Napoli con questo progetto di Mauro Gioia cantante napoletano con il quale faccio alcuni duetti. Canto invece da sola altri brani. Li riproponiamo con 8 elementi di orchestra.

Cantattrice, dunque…
Con la musica ho un ottimo rapporto. Lo scorso autunno a Roma ho realizzato uno show con i Solis String Quartet, un quartetto d’archi che mi ha accompagnato in uno spettacolo su Franco Califano. Introducevo ogni brano con un piccolo monologo e poi cantavo: abbiamo scelto brani storici come “La nevicata del ‘56”, “Minuetto”, “un’estate fa” “La musica è finita”. Uno spettacolo molto poetico che mi ha fatto prendere ancora più confidenza con la musica. 

Ti è mai venuto in mente di andare a Sanremo, in gara?
Sì, mi è venuto in mente! Mi metterei tranquillamente in gioco. Sono molto fatalista, se trovassi un bel brano, che mi viene bene, lo proporrei a Sanremo. Non mi fa paura quel palco perché lo conosco. Insieme a Serena Autieri ho affiancato Pippo Baudo nell’edizione del 2003. Se andassi in gara, lo farei con leggerezza senza dare peso alla vittoria ma per il piacere di partecipare. 

È con questo stesso spirito che ti sei approcciata al tuo esordio alla regia nel film Tapirulàn, uscito la scorsa estate?
Non mi sentivo pronta, a me piace fare l’attrice ma quella occasione era giusta, proprio per le condizioni create, per il tipo di personaggio che pensavo di potere governare. Un film con una protagonista assoluta e monolocation. È stata una sfida con me stessa, mi piace provare, proprio per imparare sempre cose nuove. 

Vorresti riprovare questa esperienza?
Sì, se si ricreerà un giusto ambiente, lo vorrei rifare. È una grande responsabilità ed è bello ma l’importante è che racconti qualcosa di urgente per te. Per stare dietro ad un film, devi rinunciare ad altro, per questioni di tempo. Nel momento in cui decidi di fare una regia, devi sapere che farai solo quello almeno per un anno, rinunciando al resto. 

Sei stata diretta da molti registi. Quali di questi ti ha ispirato per portare avanti la tua regia?
Ho incontrato molti attori e registi, a cominciare da Carlo Verdone, Sergio Rubini, Sergio Castellitto, Mel Gibson. Da loro sicuramente ho imparato tanto. Forse è proprio l’esperienza in generale ad avermi aiutato. Sono cresciuta sui set, da quando ho 15 anni faccio film, quindi forse istintivamente ero più tranquilla sulla direzione degli attori, piuttosto che sulle inquadrature; per le quali ho giocato su istinto e fantasia.

Hai iniziato giovanissima. Molti si ricordano di te a NON È LA RAI. Che esperienza è stata?
È stata una bella chance, tutta in diretta ma io non avevo ancora idea del mio potenziale. Mi sentivo una ragazza fortunata, ci sentivamo belle, ammirate dai ragazzini fiori dagli studi, abbiamo fatto epoca in quel momento però non ne capivo la portata. 

Cosa sognavi in quegli anni?
Il cinema! Già lo facevo. A Non è la Rai io ero tra le grandi, avevo 18 anni, ma prima avevo fatto “Roba da ricchi”, “Ciao Ma’”, “Night Club”. Poi mi è capitato il provino di Non è la Rai, si guadagnava bene, era una opportunità grande, però quando andavo ai casting del cinema mi dicevano “ma tu sei quella di Non è la Rai”? Diventava un marchio, quello della ragazzina sorridente che ballava in televisione e per loro non ero adatta al cinema, quindi siccome il mio sogno era fare l’attrice, ho lasciato il programma solo dopo 4 mesi della prima edizione con Enrica Bonaccorti. E ho continuato con il cinema. Mi sono defilata, era uno stigma stare lì.

Artista a tutto tondo, artista di successo: cosa manca ancora alla tua carriera?
Ho fatto tanti film, ho fatto teatro, ho fatto One Woman Show nel 2015 nei vari teatri d’Italia ma c’è ancora da fare. Quante storie ci sono ancora da raccontare? Quante donne ancora che io possa interpretare? Tantissime… 

Chi vorresti interpretare?
Più che altro con quali registi vorrei lavorare. Ci sono Paolo Virzì, Mario Martone, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone. Insomma, continuare a fare quello che faccio sempre trasformandomi. 

C’è un film su tutti che è il “tuo” film, che porti ne cuore?
Ognuno mi ricorda dei momenti. Per esempio “Non ti muovere” è importantissimo. È il primo film che mi ha dato la possibilità di suonare altre note, quelle del dramma. Quel film mi sta nel cuore, come anche “La passione di Cristo”. Uno di cui però sono tanto orgogliosa è “Mancino naturale”, uscito un po’ in sordina lo scorso anno, è un film molto commovente, per me perfetto. Anche Tapirulàn è molto efficace. Ad ogni modo ogni film è un pezzo di cuore. 

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