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Carlo Bavagnoli: un biglietto da visita per vedere il mondo

A cura di Giorgio Lambri

Per Carlo Bavagnoli «la macchina fotografica – sono parole sue – è stata fin dal principio come un biglietto da visita per vedere il mondo».
A partire dalla grassa risata della “sora Bice”, quattro istantanee di una giunonica trasteverina, che a fine anni ’50 gli valse il primo ingaggio delle rivista “Life” per la quale – unico italiano – realizzò una storica foto di copertina (riproduceva Jane Fonda nei panni di “Barbarella”).
Ma definirlo solo fotografo (probabilmente il più grande tra i nostri concittadini che hanno scelto questo mestiere) è certamente riduttivo perchè Carlo Bavagnoli, attraverso le sue immagini, è stato prima di tutto un “narratore” di grande spessore culturale e di chiaro impegno sociale. 

Uno scultore di emozioni.
Valga come esempio, per tutto il suo corposo impegno professionale, una fotografia: Papa Giovanni XXIII sul letto di morte con lo sfondo della statua della “Veronica”. Fu realizzata con la tecnica (allora semi-sconosciuta) della doppia esposizione, per avvicinare e unire elementi compositivi presenti nella realtà, ma su piani diversi. Uno stratagemma per superare i limiti della macchina fotografica davanti a un fatto emotivamente così drammatico ed importante.

Profondamente legato alla sua terra, a quella piacentinità fatta di «rudezza e laboriosità», di «caratteri sobri e schivi, riservati e concreti», che ricorre spesso nelle sue parole, Bavagnoli meriterebbe più attenzione da una città – Piacenza – che gli dedicò una mostra e un libro nel 1982 (grazie all’allora sindaco Stefano Pareti) e che da allora sembra essersi dimenticata di questo suo figlio illustre e di cui può legittimamente andare fiera.
Lui è fotografo, ma di farsi ritrarre non se ne parla proprio. Pena l’annullamento dell’intervista.
Vive nel suo “buen retiro” sui colli romani, mentre la moglie Maria Vincenza (giornalista) con i figli Corso e Filippo (nati in Francia ed affermati professionisti, l’uno presso il Ministero dell’Economia e l’altro come giurista) sono rimasti a Parigi.

Ma appena può – freddo permettendo, «quando torno a Piacenza mi viene subito il mal di gola» – si rituffa nella sua Castell’Arquato. Ed è proprio nel suggestivo borgo medioevale che Carlo Bavagnoli si racconta e si scopre molto più piacentino di quanto si potrebbe credere. Il suo amarcord parte – e non potrebbe essere diversamente – dal primo incontro con la macchina fotografica. 

GLI INIZI
«Studiavo giurisprudenza e collaboravo come giornalista con La Notte, ma non avevo la vocazione del giornalista. Fin da giovane ero appassionato di lirica, così un giorno, con una macchina avuta in prestito, mi presentai alla “Scala” con il pretesto fare delle foto. Ricordo che si provava una memorabile “Traviata” di Luchino Visconti con la Callas e Di Stefano. Scoprii subito che, mentre nei confronti dei giornalisti c’era una radicata diffidenza, mentre entrando come fotografo passavo quasi inosservato Se avessi voluto avrei potuto stare lì tutto il giorno e godermi la musica». 

IL TALENT SCOUT
Ma il vero talent scout di Bavagnoli fu David Douglas Duncan, ex-ufficiale dei marines e fotografo di Life, che egli conobbe per caso a Brera. «Restai affascinato dal suo lavoro sulla guerra di Corea – racconta – e fu grazie a lui che mi resi conto che la fotografia è il modo più intimo di vedere le cose del mondo, di rappresentarle, di goderne

LA “FUGA” DA PIACENZA
Come un altro piacentino illustre e quasi suo coetaneo – Giorgio Armani – anche Bavagnoli all’epoca “fuggì” a Milano con pochi soldi in tasca e tante idee in testa. A fare l’avvocato (come volevano i suoi genitori) non ci pensava proprio. Approdò ad “Epoca” – il settimanale diretto allora da Enzo Biagi – e si fece subito apprezzare per la capacità di tradurre sulla pellicola, assieme alle immagini, anche le emozioni e gli aspetti più riposti della realtà.

TRASTEVERE
Inviato a Roma, in un periodo in cui la capitale evocava soprattutto le suggestioni della Dolce Vita, scelse invece di raccontare Trastevere quell’universo colorito e popolaresco che si rivela in modo straordinariamente realista nella grassa risata ella “sora Bice. Fu la prima foto che gli valse l’interesse di Life, la più prestigiosa rivista americana dell’epoca. «L’ambasciatrice americana a Roma era Claire Boothe Brokaw Luce – ricorda – moglie del giornalista ed editore americano Henry Luce (il “padre” di Life, Time e Sport Illustrated, tanto per citare qualcuno dei suoi giornali ndr). E fu proprio lui, mentre si trovava a Roma, a “scoprire” le foto di Trastevere, che avevo esposto in mostra e ad acquistarle.

Qualche mese dopo Life mi pubblicò quattro istantanee della “sora Bice” in una rubrica, “Speaking of pictures”, che parlava del linguaggio delle immagini». 

TRA I GRANDI FOTOGRAFI
Quelle stesse immagini sono riportate in un volume pubblicato quest’anno, negli Usa, ma anche in Italia, che raccoglie – sotto il titolo “Life, i grandi fotografi” – le esperienze professionali di cinquanta professionisti, da Carlo Bavagnoli (primo in ordine alfabetico) a John Zimmerman. «E’ una grande emozione rivedere oggi quelle foto – confessa il fotografo piacentino – ricordo ad esempio il servizio su Venezia sotto la neve. Oggi, con il bombardamento mediatico di giornali e televisioni, quelle immagini non farebbero più notizia, ma allora non era così, la laguna imbiancata era qualcosa che suscitava meraviglia».

OTTO ANNI A “LIFE”
Dal 1964 fino al ’72 (anno di chiusura di Life) la didascalia “photographed for Life by Carlo Bavagnoli” divenne una consuetudine.
Bavagnoli  poté vivere un’esperienza professionale e umana che, probabilmente, nessun altro suo collega italiano aveva avuto. «Era un’America pura – ricorda – una civiltà industriale solida e leale che assomigliava davvero a quella ritratta nei film di Frank Capra. L’America era un Paese che aveva bisogno di prodotti, se facevi qualcosa che gli serviva e che gli piaceva te lo comprava pagandotelo profumatamente».

JANE FONDA / BARBARELLA
E’ di quel periodo la famosa copertina firmata Bavagnoli con Jane Fonda nei panni di Barbarella: «Fu una foto speciale – spiega l’autore – perché decisi, non senza incontrare le resistenze dei suoi manager, di mostrare l’attrice senza trucco, come una qualsiasi ragazza americana».
Lavorare per Life, confessa Bavagnoli, era una fortuna in tutti i sensi: «Gli alberghi migliori, auto ed aerei a disposizione per i trasferimenti, bastava chiedere e tutto ci veniva concesso».

LA GUERRA SENZA SANGUE
Ma c’erano anche delle regole rigide a cui attenersi: «Ricordo un direttore che, nel periodo del Vietnam, pretendeva foto di guerra senza sangue – spiega Bavagnoli – impensabile, oggi, che per qualche copia in più si pubblicano teste mozzate ed ogni sorta di efferatezza. 

Eppure aveva ragione lui, perchè per far capire l’orrore della guerra non c’è bisogno di sangue, basta mostrare – che sò? – il pianto di un soldato”.

IN GIRO PER IL MONDO
In giro per il mondo, dall’Africa all’Australia, passando da servizi di cronaca a reportage sulle formiche carnivore, ma sempre con Piacenza nel cuore. «Queste sono le mie radici e le radici ti restano dentro – chiosa – quando Life chiuse, nel ’72, ero a Parigi, ma avrei voluto tornare a Piacenza. Mia moglie non voleva, anche perché i miei due figli sono nati in Francia, e così iniziai a fare il pendolare tra Roma e Parigi».

IL RITORNO A PIACENZA
Così, dopo tanto peregrinare in giro per il mondo, Bavagnoli ha rivolto l’obiettivo della sua inseparabile Nikon su monumenti e paesaggi che gli sono cari. Dapprima Parma, città di cui si è innamorato grazie all’amico poeta Attilio Bertolucci, e poi Piacenza, a cui ha dedicato due splendide opere.

IL ROMANICO PIACENTINO
Nella prima, frugando tra chiese e castelli, pievi e cascinali, Bavagnoli ha risalito la corrente del romanico «che da noi – spiega – ha radici profondissime. Le testimonianze piacentine sono le più “pure” di questo stile, i protagonisti sono i veri scalpellini, artigiani autentici, il cui stato d’animo, la cui ispirazione si è tramandata fino ai giorni nostri. I piacentini sono da sempre un popolo di costruttori. Parecchi anni fa, ad esempio, ho scoperto che la diga di Kariba, in Rhodesia, è stata realizzata da nostri concittadini come gran parte delle strade in Etiopia».

VERDI PIACENTINO
Gente testarda e laboriosa, come Giuseppe Verdi, della cui piacentinità Bavagnoli – che al grande compositore e ai suoi luoghi ha dedicato un’importante testimonianza fotografica – si dice assolutamente convinto. «Era un uomo ombroso, diffidente, schivo, ma anche un gran lavoratore, tutti caratteri della nostra gente – afferma Bavagnoli – basta leggere le lettere che scriveva ai suoi contadini; pensi che, mentre era a San Pietroburgo per una prima di “La Forza del destino”, scriveva ai suoi agricoltori raccomandandosi di tenere in allenamento i cavalli perchè non se ne affievolisse la muscolatura. Era attaccato quasi maniacalmente al lavoro, altro carattere molto più piacentino che parmense».

BAVAGNOLI COME ARMANI
Ma i piacentini – come lui e come Armani – per esprimere al meglio il loro talento “scappano” dalla provincia. «Certo, se vuoi fare delle cose devi andare via – conferma Bavagnoli -ma questo ruvido carattere piacentino ti resta addosso, ti plasma aiutandoti parecchio nella vita».

LE REGIE TELEVISIVE
Sorpresa a Parigi (dove nel frattempo si era stabilito con la famiglia) dalla chiusura di Life, Bavagnoli, come accennato, divenne “pendolare” tra Roma e la Francia e iniziò la stagione delle regie televisive. «La televisione è stata un’esperienza splendida – confessa – mi sono occupato di due mie grandi passioni, la musica e l’arte». 

Sempre con lo stesso spirito di un cacciatore (anzi, per la pazienza sarebbe più giusto dire di un pescatore) d’immagini, che magari aspettava cinque ore per avere la giusta luce in una certa inquadratura.

I TELEGRAMMI DI MONDADORI
Una professionalità puntigliosa e pignola che gli è valsa innumerevoli riconoscimenti. E non si parla solo di premi. Nel libro che raccoglie tutto l’archivio dell’opera di Bavagnoli, pubblicato lo scorso anno, si trovano un paio dei tanti telegrammi che Arnoldo Mondadori (un uomo, dicono, non proprio prodigo di complimenti) gli inviava: «Congratulazioni vive per magnifiche fotografie da lei realizzate nell’ultimo numero di Epoca».

PAPA GIOVANNI
Una sua foto di papa Giovanni XXIII sul letto di morte, realizzata con la tecnica della doppia esposizione, gli valse perfino un “fondo” di commento del direttore di Life. «Avevano messo il catafalco in Vaticano, proprio sotto la splendida statua della Veronica – racconta Bavagnoli – ma erano su due piani diversi, dal punto di vista tecnico sembrava impossibile accostarli nella stessa immagine come emotivamente sentivo che avrei dovuto fare così utilizzai la “doppia esposizione” – sovrapponendo i negativi – e nacque questa foto in cui pare che la Veronica si stia portando via il Pontefice

«QUALCOSA DA RACCONTARE»
In conclusione, a richiesta, si lascia scappare controvoglia qualche consiglio ai giovani che si accostano oggi al suo mestiere. Credo che per chi vuole fare il fotografo la cosa più importante non sia tanto acquisire la tecnica (oggi con il digitale è tutto più facile) ma avere delle cose da dire, la sensibilità per guardare al mondo con occhi attenti e capaci di cogliere anche le sfumature». Quella sensibilità che ha reso davvero magico il “clic” di Carlo.

Oggi c’è troppa ricerca del sensazionalismo, troppa spregiudicatezza”  

Ecco le tappe principali della biografia di Carlo Bavagnoli.
■ 1932 – Nasce a Piacenza, il 5 maggio.
■ 1938-1951 – A Piacenza frequenta le scuole elementari, le medie ed il Liceo classico.
■ 1951 – Si iscrive a Giurisprudenza a Milano, facendo il pendolare da Piacenza, conosce l’ambiente di Brera.
■ 1953 – Inizia a collaborare come articolista a La Notte.
■ 1954 – Si trasferisce a Milano e comincia a fotografare.
■ 1955 – Dopo un breve periodo di collaborazione, a Milano è assunto nello staff di Epoca, diretta da Enzo Biagi.
■ 1956 – E’ trasferito alla redazione romana di Epoca.
■ 1957 – Comincia a fotografare il quartiere popolare di Trastevere.
■ 1958 – Primo contatto con la rivista americana “Life” che gli compra alcune foto di Trastevere e le pubblica su due pagine.
■ 1959 – Per un mese, a scopo formativo, Life manda Bavagnoli alla redazione di New York.
■ 1960 – Life gli pubblica su dieci pagine il fotoracconto di un ragazzino nero di Napoli.
■ 1961 – Per Epoca pubblica un servizio di sedici pagine su Leningrado.
■ 1962 – 1963 – Per Life fotografa il Vaticano (in particolare l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, la morte di Giovanni XXIII e l’elezione di Paolo VI. Viene pubblicato “Gente di Trastevere” (Amido Mondadori, Milano) che sarà riedito nel 1996. Per Epoca pubblica un servizio di sedici pagine su Mosca.
■ 1964 – Life pubblica il servizio su Venezia “Winter in Venice” e il servizio sul candidato repubblicano Barry Goldwater, in occasione delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Passa alla redazione parigina di Life.
■ 1965- 1968 – Life gli pubblica i reportage sui rodei in America, su Pompei, sugli animali rari e in via di estinzione.
■ 1972 – Smette di lavorare per Life.
■ 1974-1976 – Realizza le fotografie per il libro Verdi e la sua terra.
■ 1977 – Scrive e realizza “La fotografia racconta”, serie televisiva in sei punta- te per la prima rete della Rai.
■ 1978 – Scrive e realizza L’Estro Harmonico, documentario per la televisione francese, vincitore del “Prix Italia”.
■ 1980 – Mostra fotografica a Busseto: Carlo Bavagnoli. Fotografie 1960/1970.
■ 1981 – Vince il “Prix Italia” per il documentario Passion pour Verdi del 1980.
■ 1982 – Mostra fotografica a Piacenza (Palazzo Farnese): Carlo Bavagnoli. Immagini in vent’anni. Pubblica il volume fotografico Piacenza nelle sue stagioni con testi di Giulio Cattivelli.
■ 1983-1987 – Realizzazione e trasmissione di Archivio dell’arte, dodici documentari monografici su grandi artisti italiani per la terza rete della Rai.
■ 1990 – Realizza le riprese per Il terzo dopoguerra, programma di Furio Colombo sulla fine del comunismo, per Rai3.
■ 1992 – Pubblicazione di Immagini anni ’60, a cura della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza.
■ 1993 – Scrive e realizza Viaggio lungo il Po per la terza rete Rai.
■ 1995 – Pubblicazione di Armonie. I segni della musica.
■ 2000 – Pubblicazione de L’Archivio. Fotografie e libri di Carlo Bavagnoli dal 1954 al 1995

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