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Vincent Peters – Il codice binario dell’inconscio

di Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi

Stare davanti a una fotografia di Vincent Peters è un’esperienza profondamente psico analitica. Perché dall’anima del fotografo e da quella della persona ritratta esce un terzo elemento. Se stessi, quello che si metabolizza e si porta via.
Ma è anche un’immersione emozionale, un viaggio. Come dice lui:

Quando guardi un’immagine incontri differenti parti di te

Anche nel percorso creato a Palazzo Reale per la mostra Timeless Time, curata da Alessia Glaviano, ci si trovava davanti al proprio sé multiplo. Splittati in differenti universi che convivono in parallelo. 

La foto è scrittura con la luce e pochi la capiscono come Peters. Alessia Glaviano

 Vincent, perché personaggi famosi e non gente della strada?
Perché conoscendo già chi è la persona ritratta, è più facile per chi guarda proiettarsi. DI Charlize non ho bisogno di dirti chi è e posso concentrarmi sulla parte emozionale. Non mi interessa mostrare il corpo, il nudo fine a sé stesso: l’immagine deve agire a livello emozionale, biografico, anche ormonale se vogliamo. Con questo tipo di comunicazione si condividono sogni ed emozioni.

Non importa cosa c’è sulla foto, ma cosa porti a casa con te

I tuoi ritratti hanno una potenza neorealista, come fotogrammi. Da dove viene questa ispirazione?
Mio padre era un instancabile fruitore di film. Il racconto di queste pellicole a me bambino era la nostra forma di comunicazione emozionale. Immaginavo qualcosa che ascoltavo ma che non vivevo direttamente. A otto anni sapevo chi fosse Monica Vitti, mi veniva trasmesso un bagaglio emotivo che mi è rimasto addosso

Film preferiti?
Ladri di Biciclette, Stromboli, Riso Amaro…amo i film di Fellini, Vittorio Gassmann

L’Italia è pregnante nei tuoi racconti visivi…
I miei genitori appena sposati giravano in Toscana su una Topolino. Erano innamorati dell’Italia. Nelle foto cade l’inconscio, tutto accade in pochi secondi, vediamo una parte di noi di cui non siamo consapevoli. Ogni foto è una rivelazione in cui scopri qualcosa di te. Immagina quando ti sposi: ogni persona incontrata prima, ogni caffè, ogni sguardo, ogni Sophia Loren guardata al cinema contribuiscono a farti arrivare al giorno del tuo matrimonio.

Qual è il tuo approccio al soggetto?
Molto del mio approccio viene dal cinema, lascio che le persone esprimano quello che sono. Ognuno ha le sue verità, non sono mai stato invadente, lascio gli esseri umani liberi. Irving Penn parlava anche un’ora con il soggetto, altri creavano tensione sul set appositamente.

Il ritratto, alla fine, è un incontro

Cos’è la bellezza?
Qualcosa che spesso crea conflitti, chi la possiede in forma potente ha paura di perderla. Io non amo la bellezza didascalica, le foto cosmetiche dove tutto è immobile, perfetto. Amo creare una comunicazione con chi guarda. In ogni caso io non voglio impressionare le persone con la bellezza di una celebrità, non voglio dire alla gente cosa sognare.

Voglio lasciare una porta aperta affinché sia la persona a finire il racconto. In questo modo, diventa comunicazione artistica

Come ti sei sentito, protagonista di una mostra a Palazzo Reale?
Come se avessi vinto un Oscar. Inoltre mi hanno commosso le parole del responsabile di Palazzo Reale, Domenico Piraina, quando ha affermato che la fotografia è arte e che ha apprezzato molto il mio lavoro.

Cosa pensi del sovraccarico di immagini che ci soverchia?
Penso che scattiamo più foto in un’ora di quanto abbiamo fatto negli ultimi 150 anni di storia della fotografia. E che non siamo fatti per questa intensità, per questo livello. Il grande problema non è solo emozionale, ma tecnico. Migliaia e migliaia di foto digitali archiviate, che raramente vengono stampate. Ci vuole energia per gestire questa mole di immagini.

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