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TRIBUTE: Marino Parisotto

di Luca De Nardo

La fotografia non è un’immagine ma una percezione multisensoriale

A cura di Luca De Nardo

Difficile non rimanere attratti dalle immagini di Marino Parisotto, quasi ad essere oggetti metallici catturati da un potente magnete. Non a caso voglio parlare di immagini scaturite da proiezioni mentali più che di semplici fotografie.
Immagini proiettate e scaturite da una mente pregna di vissuto, di conoscenza, di competenza, dinamismo, movimento, percezione desueta della realtà, contaminate da idee, convinzioni, quelle di un artista, perché definirlo fotografo è come definire un diamante una semplice pietra.

Le sue immagini sono frutto di un complesso e strutturato processo creativo. Non siamo di fronte ad un semplice “fermare la realtà” con un fotogramma (da lui definito “banale”), ma assistiamo ad una architettura creativa complessa tra “ideare”, poi “sottrarre” e ancora “aggiungere” proiezioni mentali e visioni. Come in molti lo hanno definito … “un pazzo”. Del resto

la genialità non è appannaggio dei molti e spesso “il pazzo” è quell’essere umano che viene definito tale solo perché i molti non riescono a contenerne e interpretarne le sue irripetibili genialità.

Immagini e visioni sospese nello spazio e nel tempo, catturate e costrette all’interno di un riquadro che banalmente chiamiamo fotogramma, ma che in realtà è un divenire di istanti, tra un prima, un mentre e un dopo, lasciando allo spettatore decidere come e quando fermare la lancetta che ne determina il tempo dell’emozione.
Marino lo ha definito “Movimento”: attenzione, non come lo intendiamo noi.
Movimento, per Parisotto, non era un semplice battito di ali d’una farfalla (mero atto fisico) ma quello che un movimento è in grado di suscitare in chi guarda (e dunque capace di trascendere dall’atto fisico e dalla realtà sperimentale; mi piacerebbe poterlo definire movimento cerebrale ndr).

Dispiace constatare (sono fatti, non convinzioni nate da dissing di corridoio, tra fazioni pro e contro) come Parisotto sia sconosciuto ai molti, direi ai tanti, forse oserei aggiungere “ai quasi tutti”.
Vorrei evitare la mia eterna polemica di come il mondo dell’arte (o di chi si arroga il diritto di controllarne le dinamiche) abbia confuso l’uomo con l’artista e che, a loro insindacabile giudizio, abbiano deciso che il primo dovesse offuscare il secondo.
Di fatto

Marino Parisotto è un fuoriclasse, assoluto, considerato tra i migliori 10 fotografi al mondo.

Parlo di Parisotto al presente, anche se ci ha lasciato nel 2022, perché le sue immagini sono lì, presenti, imperiture, onnipresenti mazzate negli occhi di chi non sa vedere le molteplici realtà e verità che ogni sua immagine nasconde, una dentro l’altra, quasi a ripercorrere l’assioma assoluto professato da Michelangelo Antonioni nel 1964 riferendosi al cinema:

«Sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà».

Non ho modo di poter asserire se Marino abbia mai fatto proprio questo assioma, ingoiando l’essenza e portando il significato delle parole di Antonioni all’interno del suo processo creativo. Tuttavia, mi sobbalza alla mente una scena, dove Marino, con il suo infinito sorriso, mi dà una forte pacca alla schiena e mi dice… “De Nardo, sei un maledetto” e voltandosi per andare via, mi fa un occhiolino.

Del resto Marino Parisotto non sarebbe nuovo alle contaminazioni. Formazione economica, colto in filosofia, profondo conoscitore di storia, dell’arte. Non solo fotografo, ma creativo, ideatore, direttore artistico … Artista.
Innamorato della bellezza e delle sue infinite varianti e declinazioni.

Una mente ricca di contaminazioni ma tumultuosa, battitore libero, anima tempestosa ma curiosa e ricca, affamata di emozioni e di idee da raccogliere e donare.

A dirlo sono le sue immagini, molte delle quali dimenticate dai distratti o ignari delle sue opere, ma che hanno invaso vetrine, riviste, cartelloni pubblicitari di strade in tutto il mondo, imprimendo carattere, tendenze, anticipando linguaggi e fraseggi visuali.
Le sue immagini hanno contaminato indissolubilmente intere generazioni di fotografi, impresso tendenze fotografiche, giocando con spazi e realtà tridimensionali come se fossero caramelle, creando istanti che lasciano tutto in sospeso, quasi fossero un fermo immagine di un video messo in pausa … in attesa che tutto si animi, diventi, si trasformi, assuma forme diverse ed evolute.
Questa è la fotografia di Marino Parisotto, atto elevato di compensazione, attraverso il quale poter esprimere e colmare quel vuoto interiore che ogni uomo possiede (e in particolare gli artisti).

E non è un caso che Marino Parisotto abbia affermato che le immagini di un Fotografo non sono altro che acqua trasparente attraverso la quale emerge in maniera plateale l’animo dell’uomo artista. Si tratta di un linguaggio traspositivo, un foglio trasparente attraverso il quale leggere l’intimità di quell’uomo, quel vuoto da colmare con le proprie parole fatte di immagini. A me piace sempre ripetere che “noi siamo la nostra fotografia”, perché ciò che noi rappresentiamo non è altro che una trasfigurazione del nostro IO. Non siamo noi a rappresentare la nostra fotografia… è la fotografia che palesa l’artista.

Per capire ancor più Marino Parisotto, è importante ricordare un concetto non facile da incontrare in altri artisti.

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Per lui, la fotografia, doveva essere eterna, epica, mai banale, se volete, surreale.

E per ottenere questo risultato è facile intuire come Marino cercasse di renderla tale attraverso l’uso della percezione multisensoriale, grazie alla quale l’emozione dello spettatore fosse stimolata all’ennesima potenza, attivando il processo di memorizzazione cognitiva e multisensoriale, rendendo quelle medesime immagini … eterne ed epiche.

Non vorrei aggiungere altro, diversamente queste poche pagine assumerebbero un trattato tendente a racchiudere l’arte di Marino Parisotto in una serie di scatole omnicomprensive di una genialità che va oltre il normale.
Provo però a indicare una chiave con la quale leggere la fotografia (le immagini) di Marino.

Abbandonate tutti i vostri stereotipi, le scuole di pensiero, le impronte cognitive con le quali siete abituati ad interpretare un’opera visiva.

Guardate le sue immagini come se fosse la prima volta che osservate un’opera fotografica. Guardate gli spazi, cogliete il movimento, leggete l’immagine in maniera semplice ed elementare.
Vi appariranno sequenze infinite di emozioni, dinamismo, visioni come pochi altri artisti hanno saputo fare.

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