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marc hom taylor swift

Tribute: MARC HOM – L’occhio di chi guarda (Re-frame the world)

di Monica Camozzi

“Re-Framed” di Marc Hom: la bellezza dell’inaspettato nell’arte di guardare

A cura di Monica Camozzi

Il dibattito fra essere e apparire, fra realtà soggettiva e oggettiva ha creato l’impalcatura filosofica dell’umanità. Come se il dualismo fosse l’unico modo di uscire dall’assenza di reali spiegazioni sulla vita e su chi la vive. Eppure, guardando alcune immagini di Marc Hom, viene da pensare che è l’occhio di chi guarda – condizionando altri cento, mille, milioni di occhi- a configurare la realtà. Lo aveva stabilito anche uno studio pubblicato sui Proceedings della Royal Society, scoprendo che i colori sgargianti dei fiori – e forse anche dei frutti – sono stati selezionati dagli impollinatori  nel corso dei secoli. 

E nell’impollinazione iconografica di Hom, l’ultimo lavoro, Re-Framed, assume una portata rivoluzionaria. 

Immagini espanse su tre metri e oltre, installate su supporti semovibili, percettivi al vento, in mezzo alla natura. Uno scenario duttile, come la vita, dove la fotografia perde la sua staticità museale e diventa metafora dell’esistenza.

Un metaverso creato con la fotografia.

Come direbbe lui, “la bellezza di ciò che è inaspettato”. 

Marc, per fare un gioco di parole, cosa ci aspetta con Re-Framed?
Che un giorno Quantin Tarantino guarda Anne Hathaway e dopo qualche istante la situazione può cambiare. Se dovessi definire Re-Framed direi che è un nuovo inizio, un nuovo modo di guardare le cose. 

Come è nata l’idea di questa piccola grande rivoluzione percettiva?
Stavo passeggiando al Fenimore Art Museum, Cooperstown, un luogo meraviglioso che esiste da metà 1800, mi avevano invitato ad esporre e mi sono chiesto, aggirandomi per le stanze, come potessi sfidarmi. Avevo sempre proposto foto appese. Allora ho pensato, di colpo, all’immenso giardino lì fuori,

mi sono immaginato come sarebbe stata l’immagine,

che so, di Louise Bourgeois espansa in una cornice di 3 metri là fuori, in mezzo alla natura.

Da lì nasce ciò che vediamo nel tuo splendido libro?
Sì, ho sviluppato 68 immagini che attingono a lavori dagli anni Novanta ad oggi. Nel museo risulta stupefacente perché hai 37 cornici in misura normale poi imbocchi le due porte che danno sul giardino, arrivi nel grande parco e ti trovi 14 enormi cornici, biesposte (con una foto per ogni lato), che pesano 350 chili ciascuna. E si muovono con il vento, seguono le condizioni atmosferiche, grazia a un piccolo ingranaggio all’interno, creando una comunicazione silenziosa fra i personaggi in foto. 

Pensi di portarla nel mondo?
Sì, ho già in mente di partire con un museo danese e poi, dal 2025, possiamo andare ovunque. 

Il tuo paese d’origine, giusto? Ci racconti come da Copenhagen sei volato a New York tanti anni fa?
Mia madre era attrice, mio padre regista, gestivano il primo Art Cinema a Copenhagen nel 1978, un posto molto bello. La passione per la fotografia arriva da mio padre, mi ha trasmesso il desiderio di catturare le immagini come fa un fotografo cinematografico. 

Perciò, ho frequentato la Danish Art Academy e poi sono volato a NY.

Avevo 21 anni. Cercavo la mia via nel mondo della fotografia.

Qual è stato il tuo primo, grande lavoro?
Elena Chernyshova mi ha invitato a Vienna per un libro sulla compagnia di ballo, ho passato sei mesi con loro. Fu un grande successo, non implicava ritrarre solo i danzatori, era un racconto che coinvolgeva anche i componenti della Vienna Philharmonic Opera. 

Hai scattato campagne di moda importanti: Gucci, Patek Philippe, Boss, come sei arrivato al fashion?
Iniziai a lavorare al nuovo Harper’s Bazaar, nel 1992. Un’esperienza che ho portato avanti molti anni. Al pari, è stato entusiasmante affiancare Mario Testino e suo fratello Giovanni, co-fondatori di Art Partner (una delle agenzie riconosciute a livello mondiale per talento creativo nel luxury, fashion e beauty, ndr). Nel 2009 ho iniziato a orientarmi meno alla moda e maggiormente ai ritratti.

La moda è uno strumento espressivo, ma tutto alla fine ruota intorno alla persona che ritrai. 

Già, le persone. Tu fotografi grandi star, celebrità mondiali. A proposito di essere e apparire, le persone sono sempre come appaiono?
Le persone spesso ti sorprendono, pensi che siano in un certo modo e scopri cose diverse. Ognuno ha la sua visione dell’altro, non bisogna mai ascoltare giudizi esterni finché non si ha la propria percezione. Vince il rispetto, sempre. E la fiducia. 

Va sempre tutto liscio? Come te lo eri prefigurato?
Nel processo creativo l’elemento sorpresa è in agguato, non sempre va tutto liscio. La regola che vale sempre per me è trovarsi a metà, non calpestare l’altro. Alcuni sono più “difficili” di altri, hanno un atteggiamento, ma c’è una ragione per cui sono lì. E devi esserne contento, nel rispetto comune. 

Qualcuno che hai assolutamente voluto fotografare?
Miley Cyrus. L’ho chiamata e invitata, ha risposto con entusiasmo, dicendo che ne era molto felice ed è arrivata insieme al suo team. 

Fra nomi come Aretha Franklin, Christopher Walken, Cher, Amy Winehouse, Faye Dunaway, troviamo anche Matteo Renzi…
Sì, ero andato da lui una domenica, stavo fotografando per Vanity Fair ed era in ritardo.  È arrivato dopo mezz’ora di ottimo umore perché aveva vinto la sua squadra di calcio e abbiamo parlato di quello. Anche lì, non puoi controllare lo stato d’animo delle persone quando arrivano sul set, devi gestirlo, essere flessibile. 

Come selezionerai i luoghi in cui portare Re-Framed?
Ci sto lavorando insieme a Noona Smith Petersen (pr internazionale nel cui cv appaiono nomi come Armani, Valentino, Calvin Klein, padre danese e madre italiana, ndr) deve essere una combinazione di tante cose.

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