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Tina Turner, vitalità e ottimismo oltre la sofferenza

A cura di Matteo Muzio

La cantante afroamericana, naturalizzata svizzera nel 2013, ha avuto una vita molto travagliata dagli abusi familiari e dai lutti, ha saputo offrire una visione solare della musica e del Rock’ n’ Roll. Anche grazie a una fisicità che ha trasmesso a chi la ascoltava una forte volontà di rinascere dalle proprie ceneri.

Uno dei tanti luoghi comuni che riguarda la creatività artistica è che questa venga alimentata dalla sofferenza. Non sempre corrisponde al vero, certamente lo è per quanto riguarda Tina Turner, scomparsa il 24 maggio all’età di ottantatrè anni in Svizzera, dove risiedeva da anni e dove nel 2013 aveva acquisito la cittadinanza. La sua storia personale è una storia che racchiudeva una lunga serie di sofferenze, sin dalle origini e dalla nascita, avvenuta nel 1939 a Brownsville, in Tennessee, stato che all’epoca viveva sotto un duro regime di segregazione razziale, che la famiglia di quella che allora si chiamava Anna Mae Bullock viveva in modo particolarmente gravoso. Non soltanto erano afroamericani, ma erano coltivatori di cotone, sottoposti a un regime contrattuale molto simile alla nostra mezzadria e che a loro ricordava molto da vicino quello che era stato, fino a qualche decennio prima, la schiavitù pura e semplice. Non solo: ad acuire un contesto già difficile, la mancanza d’amore tra i genitori e l’assenza di affetto per una figlia considerata “non voluta”, secondo quanto si legge nella sua autobiografia I, Tina, pubblicata nel 1986. Però è nell’ambito di un’altra comunità repressiva come quella della chiesa battista, dove i nonni paterni erano diaconi. Nel coro però lei scopre un suo talento canoro, anche se quello non la salva da una vita difficile dove svolge numerosi lavori, tra cui la domestica e l’aiuto infermiera. L’incontro con Ike Turner, avvenuto nel 1957 a East Saint Louis, in Missouri, rappresentò per lei una sorta di “trance”: la performance del musicista, che cinque anni dopo sposò, fu per lei il lancio di una carriera. E la nascita della sua figura pubblica come Tina Turner. Tutto finisce bene? No, la vita con Ike Turner è molto dura: lui finisce per essere schiavo della cocaina e per essere un violento abusatore domestico, fino alla rottura definitiva, sia del sodalizio artistico, sia del matrimonio, che avviene nel 1976, dopo che lei, nel 1968, aveva già tentato il suicidio, stufa delle percosse e dei tradimenti del marito. Questo però non la fece perdere d’animo. Negli anni ’80 rinacque, non solo umanamente, ma anche artisticamente, come solista. Diventò l’icona del Rock’n Roll di quell’epoca, di una black music che finalmente trionfava su scala mondiale, libera da quel contesto durissimo di origine e che sprigionava profonda e incontenibile gioia. Oltre ai suoi numerosi album, tra cui citiamo Private Dancer, uscito nel 1984, anno della sua rinascita artistica, disco che ha sfondato la quota di 12 milioni di copie vendute e che ha ottenuto nel 2020 l’inserimento nella Biblioteca del Congresso come prodotto artistico di “grande importanza”, come non nominare la sua versione di The Best, canzone di Bonnie Tyler che lei coverizza nel 1989 portandola al successo, diventa una hit globale che conquista il cuore di un’altra icona come Lady Diana e diventa l’inno della squadra di calcio scozzese dei Glasgow Rangers, arrivando al successo anche in Italia, testimoniata dalla versione di una giovanissima Ambra Angiolini a Non è La Rai. L’ombra del dolore però non abbandona mai Tina, che perde entrambi i figli per suicidio e per malattia. Una vita difficile dove però lei ha dato gioia e ottimismo non solo agli ascoltatori, ma anche a chi ha voluto bene, tra cui il marito Erwin Bach, da lei sposato nel 2013 dopo ventisette anni di fidanzamento.

Lei resta nella sua musica vitalistica che dà un’iniezione di potente ottimismo a chiunque la ascolti, anche solo per qualche secondo.

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