Un giocattolo infernale, una maledizione senza fine: The Monkey mescola splatter, ironia nera e fin troppo sarcasmo. Attenzione agli spoiler!
Posso giurare di aver sentito delle risate in sala. Proprio così. Siamo proprio sicuri che si tratti di un film horror?
The Monkey, diretto da Osgood Perkins e uscito il 20 marzo 2025, è l’adattamento cinematografico del racconto omonimo di Stephen King, tratto dalla raccolta Scheletri. Con una premessa che gioca sull’inquietante presenza di un giocattolo maledetto, il film mescola horror psicologico e gore, purtroppo senza riuscire a bilanciare del tutto i suoi elementi più caratteristici.
La storia ruota attorno a Bill e Hal, due fratelli gemelli che, da bambini, si trovano a fare i conti con la maledizione di una scimmietta a molla che, con ogni colpo del suo tamburo, preannuncia una morte violenta. La sceneggiatura si sforza di espandere l’universo del racconto, aggiungendo un elemento di vendetta e ossessione che trascende il semplice gioco macabro. In particolare, il film si sviluppa su due linee temporali: una che segue la tragedia durante l’infanzia dei ragazzi e l’altra che li vede adulti, ormai segnati dalla maledizione, impegnati a sconfiggerla una volta per tutte. La morte della madre, rappresentata come un colpo d’improvviso dolore, è una delle scene più forti del film, un segno del tono drammatico che lo sceneggiatore tenta di instaurare, ma che alla fine risulta discontinuo.
Visivamente, il film è un carosello di luci basse e atmosfere claustrofobiche, tipiche dell’horror psicologico, ma non mancano le escursioni nell’horror splatter. Ogni apparizione della scimmietta a molla è accompagnata da effetti speciali che, purtroppo, non sempre raggiungono l’intensità emotiva della fonte originale di King. La violenza è esasperata e serve più a shockare lo spettatore che a costruire un’autentica tensione. Il gioco di omicidi brutali e le uccisioni improbabili, appaiono più come una ricerca di estetica disturbante che un tentativo di costruire un pathos.
A differenza del racconto, dove la maledizione della scimmietta ha un’aria più minacciosa e cupa, il film di Perkins gioca sull’ironia nera, trasformando alcuni momenti in grotteschi scherzi macabri. Questo tocco di comicità involontaria è una scelta audace che destabilizza l’atmosfera. Tuttavia, questa commistione di toni – tra horror serio e momenti quasi parodistici – a volte rende il film meno coerente e la tensione narrativa ne risente. Un altro aspetto che il film non esplora a fondo è la parte psicologica: pur essendo un adattamento di un’opera di King, The Monkey non affonda mai veramente nelle paure esistenziali dei suoi protagonisti, lasciando così gran parte del suo potenziale emotivo inespresso.
Sul piano delle performance, nemmeno i personaggi principali riescono a trasmettere la paura e il senso di colpa, la loro chimica non riesce a trasmettere completamente la profondità della tragedia che si nasconde dietro la maledizione. Il rapporto padre-figlio, poi, rimane completamente inesplorato e fin troppo minimizzato. La figura del villain, ossia la scimmietta, è ancor più inquietante nell’immaginario, ma perde il suo carico simbolico che nel racconto aveva un forte significato psicologico: la scimmietta non è solo il portatore di morte, ma rappresenta anche la forza cieca della fatalità.
Il finale, in particolare, diventa un tripudio di effetti speciali e violenza, ma arriva a sfociare in un’esplosione di pura surrealità, con una risoluzione che lascia lo spettatore più sbalordito che soddisfatto. Sfortunatamente, il film non riesce a cogliere appieno la sua profondità psicologica, riducendo il conflitto interiore a una serie di scene di pura azione e violenza visiva.
The Monkey è un film che, pur avendo tutte le premesse per attrarre gli appassionati dell’horror, si dimostra ben lontano dall’essere all’altezza di altri titoli protagonisti del genere. La miscela di gore e irriverente ironia nera fa spesso capolino in modo quasi grottesco, trasformando quello che dovrebbe essere un incubo in una serie di situazioni più comiche che spaventose. Nonostante le buone intenzioni di Perkins, il film finisce per sembrare una parodia involontaria, con momenti talmente esagerati da risultare più ridicoli che terrificanti. L’approccio eccessivo all’horror e il tono sbilanciato rendono il film più una commedia nera che un thriller psicologico, e chi si aspetta un’atmosfera inquietante potrebbe rimanere sorpreso dal fatto che il film susciti più risate che paura. I puristi dell’horror psicologico troveranno sicuramente difficile apprezzare questa versione più superficiale e grottesca della trama di King.
