Steve McCurry, uno dei più grandi interpreti dell’umanesimo espresso attraverso la fotografia, riceverà la laurea ad honorem il 24 settembre all’Università di Siena, in occasione del Siena Awards Photo Festival.
La decisione è stata presa dal Consiglio Didattico del Corso di laurea magistrale in Antropologia e Linguaggi dell’immagine riconosce nell’opera di McCurry un contributo significativo allo sviluppo di tematiche antropologiche legate al mondo contemporaneo, anche nelle sue contraddizioni più profonde. Il grande fotografo americano, laureato in Cinematografia e Teatro all’Università della Pennsylvania, prima di iniziare la carriera come fotografo freelance alla fine degli anni ’70, si è spesso concentrato su India e Afghanistan per i suoi reportage, capaci di svelarci angoli remoti del pianeta e condizioni altrimenti invisibili facendo della qualità estetica uno strumento essenziale per incidere sull’immaginario globale e mediatico.
In particolare, la foto della ragazza dodicenne immortalata nel campo profughi vicino a Peshawar, in Pakistan, pubblicata sulla copertina di National Geographic del 1985, risulta l’immagine più riconoscibile della storia: Mccurry entrò nelle zone sotto attacco nel 1979, quando il territorio afghano era ancora controllato dai mujahidin e riuscì a nascondere i rullini fra le cuciture dei vestiti, contribuendo a scrivere pagine di storia.
Perché è fondamentale un rapporto profondo con i soggetti fotogafati?
Questa è una delle domande che verranno rivolte a Mccurry durante il dialogo titolato Passione e Narrazione, all’interno dei SIPA Talks, venerdi 26 dalle 18.45 alle 19.30.
Quale dialogo interiore guida la sua capacità di catturare momenti umani intensi? E come riesce a bilanciare composizione, colore ed emozione per creare immagini senza tempo? Il suo corpus di opere spazia tra conflitti, culture in via di estinzione, antiche tradizioni e cultura contemporanea, ma mantiene sempre l’elemento umano. Il Rettore dell’Università di Siena, Di Pietra, conferirà il riconoscimento non solo per il valore fotografico, ma per la capacità di creare un linguaggio visivo che – attraverso la forza dell’immagine – amplifica il bisogno di comprensione del mondo, in linea con la missione del pensiero antropologico: contribuire alla costruzione di un umanesimo etnografico comprensivo.
L’opera di Mccurry ha saputo dare voce ai volti, ai luoghi e alle storie del mondo, costruendo una testimonianza visiva che supera ogni confine geografico e culturale.
Mc Curry è stato premiato diverse volte con il World Press Photo Awards, che può essere considerato il Premio Nobel della fotografia, e insignito di svariati e prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra i quali la Robert Capa Gold Medal e la Centenary Medal for Lifetime Achievement della Royal Photographic Society di Londra. Nel 2019 Mccurry è stato inserito nella International Photography Hall of Fame.
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Aveva circa 12 anni, la giovane donna dagli occhi verdi catturata dall’obiettivo di Mccurry in un campo profughi, dove si trovava orfana di genitori, insieme ai fratelli.
Come lo stesso Mccurry ha raccontato, la genesi dell’immagine fu spontanea, mediata solo dalla eccezionale capacità di cogliere l’essenza intima delle cose e delle anime. un giorno, passeggiando per il campo Nasir Bagh, Mccurry sentì delle giovani voci provenire da una tenda adibita a scuola e si avvicinò chiedendo all’insegnante il permesso di immortalare con la sua macchina fotografica la lezione in corso. Ottenuto il permesso, il fotografo venne subito colpito dagli occhi magnetici di un’allieva che rimaneva un po’ defilata. “Mi accorsi subito di quella ragazzina. Aveva un’espressione intensa, tormentata e uno sguardo incredibilmente penetrante – eppure aveva solo dodici anni. Siccome era molto timida, pensai che se avessi fotografato prima le sue compagne avrebbe acconsentito più facilmente a farsi riprendere, per non sentirsi meno importante delle altre”.
Come ha spiegato in passato il grande fotografo, la maggior parte delle sue foto “è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana”.
