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STEFANO BOMBARDIERI E ROBERTO FALCONI

Consumo contemplativo e…altre storie

a cura di Lorenza @lastanzettarosa

Entriamo nell’affascinante mondo dall’artista bresciano Stefano Bombardieri, figlio d’arte, da più di trent’anni presente nel panorama artistico internazionale con innumerevoli esperienze in Italia, all’estero e all’attivo due partecipazioni alla Biennale di Venezia.

lo facciamo con una guida d’eccezione: l’illustre architetto, grande conoscitore e collezionista d’arte, Roberto Falconi che ci condurrà in questa selva tutt’altro che oscura, ricca di opere d’Arte raffiguranti animali mitologici, enormi pachidermi, piccoli congegni e strani macchinari che in modo elegante e prorompente raccontano l’anima dell’artista Bombardieri con un tocco di surrealismo, una spiccata matrice concettuale e un gusto particolare per il divertissement giocato sullo spiazzamento e l’ironia.

Immergiamoci dunque in questo universo parallelo ascoltando il racconto di due artisti unici nel proprio genere, che si divertono nel ricordare le esperienze comuni, il loro incontro e i viaggi, uniti dalla passione per l’arte e da un’amicizia che dura da vent’anni.

Lorenza: “Ciao Roberto, un piacere oggi essere qui con voi, a te la parola per raccontarci la nascita di questa bellissima amicizia e collaborazione tra te e Stefano”.

Roberto: ” Questa è la storia di un incontro avvenuto per caso e per una particolare coincidenza: nel 2002 stavo ultimando presso “Ca’ del Bosco” in Franciacorta  la “sala dei tini”, questo reparto andava a completare il progetto ben più ampio che riguardava l’intera cantina; avendo realizzato questo spazio tecnico, molto rigido e fatto di freddi serbatoi in acciaio, sentivo il bisogno di contrastare questa algida verticalità con qualcosa di surreale, di inaspettato che rompesse gli schemi lasciando il visitatore certamente sorpreso e in un certo senso sconcertato da una visione al limite dell’onirico. La mia idea era ancora molto vaga, stavo cercando qualcosa ma non riuscivo a dare ad essa una forma, se non che, camminando in quei giorni per le strade di Brescia, arrivai alla Chiesa di S. Filippo e Giacomo dove Stefano, che all’epoca non conoscevo, aveva allestito una propria mostra personale; proprio lì, vedendo per la prima volta la sua opera ricevetti una sorta di folgorazione perché quell’elemento così fuori scala e fuori contesto era esattamente ciò che stavo cercando, finalmente, in quel momento, la mia idea aveva assunto una forma ben precisa, quella di un enorme rinoceronte appeso…

… passo successivo fu quello di rintracciare l’indirizzo dell’artista, lo andai a trovare e da lì la nostra conoscenza e l’inizio di una lunga e proficua collaborazione.

Roberto: “Stefano, noi siamo amici e io conosco la risposta ma per il pubblico la domanda che ti pongo è doverosa…perché il rinoceronte?”
Stefano “Non posso certamente sottrarmi dal rispondere, quando mi viene chiesto che lavoro faccio io dico: “Vivo appendendo rinoceronti”, quindi potete immaginare quanto sia legato a questo soggetto; sono trent’anni che il rinoceronte mi accompagna, tutt’oggi è la mia scultura più richiesta e desiderata.

Il mio primo incontro con questo animale fantastico è avvenuto molti anni fa sfogliando un libro sul cinema, su di esso era raffigurata una scena di un film di Federico Fellini dal titolo “E la nave va”, dove questo rinoceronte malato d’amore veniva imbragato e caricato su un transatlantico diretto verso l’America… 

Ho conservato questa immagine per alcuni anni, poi un giorno l’ho estratta dal cassetto: dovevo parlare di me, di come stavo in quel periodo, dovevo rappresentare il peso che mi stavo portando dentro e in quel momento

il rinoceronte rappresentava la metafora perfetta 

per spiegare la mia condizione, il fatto inoltre che fosse sospeso descriveva precisamente di come cambia la percezione del tempo in base al proprio stato d’animo e, legata al tempo, la percezione dell’esistenza stessa.   

Roberto: “Hai parlato di tempo, Il tempo sospeso, in particolare “il peso del tempo”, è un tema ricorrente nelle tue opere, mi puoi approfondire l’aspetto psicologico di questa tua ricerca?”
Stefano: “In realtà questa condizione io non la vivo per carattere, poiché mi reputo una persona solare e positiva, quindi non è un peso che io ho dentro, o meglio non lo è più, è una condizione che negli anni ho elaborato e superato, in un certo senso, diciamo che l’esperienza personale si è trasformata appunto in ricerca artistica. Il tempo e la sua percezione è qualcosa che, anche inconsapevolmente, ha a che fare con ognuno di noi,

La mia ricerca ruota sempre intorno agli stessi temi, temi che sono universali: l’uomo è alla continua ricerca della verità assoluta ed in certe situazioni, in certi momenti, ci si sente veramente vicini ad essa, è il grande mistero, letteralmente sospesi ci osserviamo dal di fuori, in quel preciso momento, si apre letteralmente un mondo…

Roberto: “Tu non parli solo di esperienze personali, nella tua carriera ti sei anche occupato di temi sociali, a tale proposito mi viene in mente un’altra tappa importante della tua esperienza artistica, la Biennale di Venezia 2007 dove hai rappresentato, ospite nel padiglione della Repubblica Araba Siriana, il crollo della colonna di Piazza San Marco e con lei il leone simbolo della città, il tutto in grandezza naturale, un lavoro veramente monumentale. Il titolo di questa installazione: “Europa pallida madre” era tra l’altro nato da uno scambio di suggestioni tra noi due sul tema del crollo di tutti i simboli.  Proprio perché le coincidenze non sono mai tali, dopo la Biennale mio figlio Gabriele (architetto come il padre ndr) ha vinto un premio proprio in Siria e quindi siamo partiti tutti insieme visitando una terra incredibile.

Abbiamo vissuto un’esperienza veramente forte, visitato luoghi, inconsapevoli del fatto che di lì a poco, circa un anno dopo, sarebbero stati spazzati via, distrutti e conosciuto persone le cui tracce si sono poi perse… Il viaggio, grande tema! Ci si porta piccoli bagagli, che, come ci è capitato, abbiamo anche smarrito, ma si torna stracolmi di esperienze e i bagagli diventano enormi… qui ti chiedo Stefano, parlarmi dei tuoi bagagli.

Stefano: Sicuramente i viaggi hanno contribuito ad arricchire i miei lavori, ho viaggiato molto soprattutto in Africa e i miei bagagli con sopra i rinoceronti si ispirano proprio agli incontri fatti lungo le strade africane dove ho visto personaggi rientrare in patria con questi enormi e improbabili bagagli colmi di cose e questi ricordi li ho appunto trasformati in opere. Come hai detto tu, i bagagli non sono oggetti materiali, sono esperienze, pezzi di vita, ricordi. Le persone di fronte a queste mie opere si immedesimano, pensano al proprio bagaglio, a cosa porterebbero con sé e cosa lascerebbero…in un ipotetico viaggio.

Roberto: Abbiamo condiviso bellissimi progetti io e te Stefano, tra questi mi piace ricordare una mostra a Ferrara dove il tuo coccodrillo era sospeso nel centro della Rotonda Foschini, una suggestione unica, di nuovo il rapporto Arte – Architettura, un gioco di equilibri, di prospettive, di punti di vista, l’arte che dà vita all’architettura e viceversa, un concetto di cui ho sempre voluto permeare i miei progetti; in quell’occasione, da inguaribili viaggiatori,  avevamo deciso di dormire sul furgone telonato prestatoci dal mio falegname per trasportare le opere, le coperte utilizzate per proteggere gli oggetti erano poggiate alle sponde, in perfetto ordine, tutte a righe tra il grigio, il color sabbia e il marrone, sembrava di essere in una tenda berbera, la decisione poi di accamparsi vicino ad un cimitero per replicare quel silenzio che solo nel deserto puoi trovare… (ridiamo tutti ndr). Roberto: Per finire ti chiedo quale tra questi momenti ti appaga maggiormente: l’ispirazione, la visione della tua idea che prende forma o la condivisione con gli altri della tua opera?

Stefano: Ciò che mi da più soddisfazione è il pensare e creare l’opera nella mia testa, la prima immagine mentale, già in questa fase immagino le dimensioni, i luoghi, più in generale l’atmosfera che deve avvolgere la scultura, poi, in un secondo momento, sicuramente il vedere che ciò che ho realizzato si avvicina molto all’idea che avevo inizialmente mi da un input in più per proseguire il mio lavoro… è importante anche la condivisione, spesso scopri significati e aspetti della tua opera attraverso i commenti e le impressioni degli altri, capisci quanti possano essere i livelli di comprensione di un lavoro artistico, fa piacere che anche gli altri apprezzino, ma 

l’artista di solito crea per sé stesso.

Personalmente dico che per me l’arte è una medicina che mi ha molto aiutato, che mi ha curato. 

Lorenza: Finisce questo incontro particolarmente emozionante, in questo salotto amichevole circondati da opere uniche e respirando sensazioni raffinate e allo stesso tempo familiari, sicuramente vere e genuine.

 L’arte di Stefano è per un pubblico eterogeneo, è un’arte ammaliante ma anche molto intima. Si sente chiaramente una profonda sensibilità, la stessa che ha portato un altro grande artista bresciano, Omar Pedrini, a scrivere la canzone “Gaia e la balena” ispirata all’omonima opera di Stefano Bombardieri. Potremmo parlare di un altro straordinario incontro ma…questa è un’altra storia. 

L’arte abbraccia l’arte, sempre.

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