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Santi senza aureole

di AdminAg

La censura dei social (e non solo), la discriminazione visiva e intelligenze artificiali senza intelligenza emotiva

A cura di Ermanno Ivone

Il mio primo capezzolo (ricordabile) non è quello che mi dava nutrimento.
L’ho visto al mare a 7 anni, mentre correvo arso dal sole, in cabina per prendere la maschera e le pinne.
Apro la porta in adrenalina da snorkeling e la Signora con i capelli biondi dell’ombrellone in seconda fila subito dietro il mio, si sta spogliando senza aver chiuso con la chiave. 

eject (5)Un solo seno scoperto. L’altro ancora mascherato dal bikini in disarmo. Una sorta di pirata della mammella generosa. Senza pappagallo sulla spalla, senza cappello, uncino o stivali. Ma tanto sapore di mare, atmosfera ben ricreata dall’omonimo iconico film anni 80 di Carlo Vanzina). Non avevo ben capito cosa accentrava la mia attenzione. Ma sapevo che stavo facendo qualcosa da cartellino giallo.

Ero completamente rapito da quella curva burrosa che ritornava su se stessa in una sezione aurea perlata di loop. Eppure ero indebolito nel profondo dell’anima dal senso di colpa per aver visto qualcosa che, pur non capendone bene il perché, sentivo non fosse giusto osservare ipnotizzato.

Più avanti – ma già con indosso la maschera – quel monocolo di meraviglia e inappropriato mi ha perseguitato. Come Ulisse, la ciclopica paura mi ha battezzato come Nessuno.  Se abbiamo paura di qualcosa che per prima ci insegna l’importanza del bere/dissetarci/nutrirci, siamo tutti nessuno (senza nemmeno la “n” maiuscola). Facebook e Instagram sono i marescialli indefessi della sorveglianza di quest’annullamento dell’essere perché intimano – pena la tremendissima espulsione dai social – la totale assenza di mammelle.

In realtà le mammelle (di seguito, per abbreviazione, chiamate seni) possono esserci. Ma non devono essere riconoscibili come tali grazie all’amputazione visiva dell’aureola.

Naturalmente, nonostante siamo ancora grati al Rinascimento e poi all’Illuminismo, questo vale solo per chi è provvisto di un seno (fatta eccezione per Robert Paulson, disfunzionato ormonale nel libro e nel film Fight Club di Chuck Palahniuk. “Il suo nome è Robert Paulson, il suo nome è Robert Paulson”). Tutti quelli che hanno sul torace qualcosa che invece si definisce genericamente petto sono degni della manifestazione più esplicita (e a volte pelosa) del proprio capezzolo (di seguito, per abbreviazione, chiamati maschi). 

[Visto che ci siamo, può tornare utile una volta per tutte fare chiarezza per chi non ne avesse.

“Il capezzolo è la formazione anatomica presente sulla mammella, molto innervata e sporgente nella parte centrale dell’areola. L’areola è invece la zona circolare che circonda il capezzolo, generalmente distinta dalla mammella grazie alla forte pigmentazione che le dona un colore variabile (dal rosa all’ocra) ma comunque differente dal resto della mammella.” (fonte medicinaonline.co)]

 Sembra però che di questi tempi sia lecito sperare in un ulteriore Illuminismo.

A seguito della censura, da parte del social di proprietà Meta, dei post di un account gestito da una coppia americanaeject (3) transgender che raccoglieva fondi per un intervento chirurgico, l’Oversight Board (commissione di vigilanza del paton dei social stessi) dice che censurare immagini che mostrano capezzoli e seni è una “discriminazione nei confronti delle battaglie di emancipazione di donne, transgender, intersex e persone non binarie”.

Dal 19 gennaio 2023, Meta ha amministrativamente 60 giorni per recepire l’accusa formale e trovare un modo per aggirare pubblicamente il cazziatone con una supercazzola fallace in stile Mark Zuckerberg in Senato degli Stati Uniti sulla questione Cambridge Analytica sublimata dal “È stato un mio errore, e mi dispiace”). Ci avevano provato ed hanno vinto quelli di Lactivist (movimento per la libera manifestazione dell’allattamento) e continuano a provarci un sostegno vippissimo quelli di “Free the nipple” (altro movimento di sensibilizzazione per lo sdoganamento del topless femminile) .

La questione difficilmente potrà essere risolta con l’aiuto di nuove regole o con delle correzioni sugli algoritmi. Perché le intelligenze artificiali, oltre ad essere sempre più intelligenti dovrebbero diventare anche più sensibili e dotarsi di un’intelligenza emotiva. Dovrebbero avere la delicatezza di comprendere la differenza tra un capezzolo “artistico” ed uno che ha come intento l’adescamento sessuale nel senso più rigido dell’interrogazione. Perché tutto nasce con l’intento di limitare il proliferare della pornografia (vi ricorda qualcosa se vi aiuto con le parole “Caccia alle streghe?” – tuttora presente nella legislazione ufficiale di Arabia Saudita e Camerun)

Ma neanche noi siamo pienamente in grado di farlo, di rendere oggettiva la differenza in alcuni contesti che prevedono la presenza di una oGiottesca aureola. La questione resta completamente – e giustamente – governata dalla sostanziale soggettività e differenza di pensiero. Come possono delle righe di codice trovare una soluzione per noi?

Proprio per poter godere di un trattamento paritario ed eguale, si istituiscono regole che valgono per tutti. Senza regole non si può gestire il proliferare delle discriminazioni.

Peccato però che le regole, matrice e binario del pensiero libero e della democrazia intellettuale, non valgano per tutti. Basta infatti avere a fianco al proprio nickname di IG un bollino blu per essere parte di un’élite che ha molti più poteri della Maestà Banana Chiquita.

Questa non è una tesi complottista e non mi sento schiacciato dalla discriminazione (anche perché al momento sono libero di mostrare i miei capezzoli sui social a differenza di tante altre persone). Tutti quelli che amano e praticano la fotografia di nudo o di glamour avranno incontrato il problema di poter pubblicare delle immagini con dei seni scoperti o natiche al vento.

Ma se le natiche sono di un imperatore o un’imperatrice dei social, le regole non sono le stesse. Perché a noi, miseri accumulatori di pochi follower, senza spunta blu viene rimossa la foto da un algoritmo onnipresente. A Loro non viene fatta nemmeno una piccola ramanzina (se non via direct dal prete/suora che gli ha fatto catechismo in fanciullezza).

 Nonostante la vessazione costante, continuo a credere che le limitazioni siano un incentivo alla creazione prima ancoraeject (1) delle rivoluzioni (intese come stravolgimenti degli status quo). Possono però prendere strade diverse: la Forza da Jedi o il Lato Oscuro dell’Impero. Sta a noi capire da quale parte stare o capire chi è davvero il buono e chi il cattivo (come i tanti ribaltamenti di scena in Guerre Stellari ci hanno insegnato).

In alcuni casi, sta a voi decidere a quale parte appartengano, le restrizioni hanno portato l’essere umano ad esplorare nuovi lidi. Queste nuove frontiere, come il far west, non hanno ancora delle regole e quindi tutto è permesso (un po’ come le lotte clandestine tra porcellini d’india in acque internazionali). L’oggetto di limitazione si sposta quindi in un nuovo mondo finché non viene regolamentato. Per poi così passare ad un altro e poi ad un altro ancora. Vi ricordate di Tumblr? Terra libera di contenuti ad alto tasso erotico (spesso compresso in una gif animata) che ad un certo punto ha detto ”Basta! Stop alle porcate”. In breve tempo, sono nati nuovi luoghi in cui pubblicare contenuti espliciti e, grazie alla continua evoluzione dell’homo viagra-erectus, questi nuovi lidi hanno comportato il pagamento all’ingresso (lettini e ombrellone esclusi). Vedi Onlyfans, Fansly, e compagnia denudabile.  

Altro modo di sfruttare l’imposizione di limitazioni è quello di costruire alternative o addirittura dare un nuovo senso a ciò che è soggetto a restrizioni. Mi riferisco a tutti quelli che si ingegnano con l’intento di creare nuovi modi creativi per contestualizzare la censura. (per esempio, date un’occhiata su IG a @censuradautore2 che coinvolge illustratori per costruire storie di fantasia su un nudo non mostrabile). 

Ma perché non si può riportare tutto al diritto di decidere autonomamente cosa è giusto (vedere) e cosa è sbagliato? Quante ore di sonno mancato ai programmatori potrà costare implementare un filtro (visivo, magari opacizzato per di più già esistente) che ti avverte sulla “pericolosità sessualmente destabilizzante” di quello che c’è dietro il filtro? Dicesi “sensitive content filter”. Dopodiché possiamo continuare a sentirci normali nel guardare un’aureola o possiamo andare oltre e non guardare ciò che è oscurato. Quanti puritani, puristi dello scafandro da palombaro per le donne e i non-maschi-Neanderthal, resisteranno alla curiosità di guardare cosa c’è “oltre”?

Per ora, di positivo c’è che le limitazioni portano anche nuove cose come dicevamo e sembra che l’accessorio moda must have di questa primavera sarà il copricapezzolo.

Non c’è modo più dolce di vivere che sentire l’aria che ti accarezza senza filtri.

   

NOTA a margine ma da ritrascrivere nella parte più alta di qualunque ragionamento e DA ANNOTARE NEI PROPRI ANIMI: Il tema generale delle discriminazioni di genere è purtroppo molto più pesante se per un attimo stacchiamo gli occhi dal display dello smartphone. Alzando lo sguardo non troveremo molti capezzoli a vista – ma dipende anche da dove ci si trova quando si alza lo sguardo. Portando gli occhi un po’ più verso levante o verso sud, per esempio, si noterà che ci sono nazioni in cui le limitazioni alla libertà personale di esseri umani di sesso femminile o non binari sono molteplici e, in un mondo che vuole avanzare a tal punto da cominciare a organizzarsi per una colonizzazione di Marte, gravissime. La proibizione all’istruzione per le ragazze sopra i 12 anni in Afganistan, la coercizione e le violenze contro le donne in Etiopia, l’omofobia istituzionalizzata da leggi penali (in alcuni casi anche la pena di morte) in molti stati dell’Africa.

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