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“Rock & Talk” : Massimo Cotto

by Monica Camozzi

It’s my life (and I do what I want)

A cura di Monica Camozzi
Foto di Luca De Nardo

“Parlavo con Mick Jagger un giorno e lui mi raccontava che molte delle canzoni ribelli degli Stones sono nate in pantofole a casa. Solo vedendo la reazione della gente si sono resi conto che il rock era veicolo di qualcosa di diverso”.

Parlava con Mick, Massimo Cotto. E parlava con Bruce. Così, come un altro parla con il vicino di casa lui è entrato nella vita, nella storia di chi la storia l’ha fatta, poeticamente, esteticamente e musicalmente. Joe Cocker ed Eric Clapton sono scesi con lui nell’Odissea di alcol e droga, la settimana a casa di Leonard Cohen è stata indimenticabile.
E gli agenti di Bruce erano in apprensione, gli domandavano “ma tu lo conosci davvero”? Ignari del fatto che sotto la pelle di Cotto, nella sua anima, passava tutta la musica del mondo. Da quel giorno in cui, agonista di basket, giocatore diciassettenne di serie B, mentre era in macchina con il padre per andare a una partita, la radio passava un testo di Springsteen.

“Lo speaker diceva cose che non capivo, raccontava la storia di amore non più giovane, di una speranza all’orizzonte. Poi è partita Thunder Road. E ho compreso che nella vita volevo fare quello, raccontare storie e parlare alla radio”.

Ma sto benedetto rock, come lo definiresti?
Il rock era il veicolo più immediato per comunicare la ribellione. Per traslare in musica ciò che era diverso, il senso di libertà. Il vero senso del rock era rispettare l’opinione di tutti, ma fare quello che vuoi tu, come nella canzone degli Animals. Prima era come il sale, stava ovunque. Oggi non è più così. Ora il rock lo puoi gestire, ci sono ottimi gruppi che di ribelle hanno molto poco”.

“Al primo tour americano di David Bowie c’erano poche centinaia di persone, poi è passato alla storia. La forza politica del rock è fondamentale”.

Per raccontare, tu ascolti. Le frasi più belle che hai sentito?
La bellezza vera era vedere questi personaggi immortali lasciarsi andare. Capire che si fidano di te e accade non alla prima domanda ma alla quarta, alla quinta, quando fai una domanda sull’infanzia e ti viene data la risposta.

Stai parlando della gabbia del successo? Apparire e non essere?
Il grande inganno è l’ego, come disse Gianni Minà: “quando sali sul palco indossi la giacca dell’ego, mentre quando vivi indossi abiti normali”. La convinzione che il successo risolverà ogni problema cade velocemente. In realtà quando sei famoso rimani più solo di prima e non è un luogo comune. Ricordo la frase di Elvis nello splendido film di Luhrmann, quando gli fece dire “sono stanco di fare Elvis”.

“Un artista, come tutti, ha bisogno di essere amato e accettato. Il successo in realtà amplifica i problemi e fa scattare spesso un corto circuito”.

Si può chiudere una vita in un libro? Ne hai scritti decine…
Luciano Ligabue ha detto la frase più bella in questo senso. Avevamo appena finito di scrivere il suo libro, eravamo a tavola a Reggio Emilia e lo sentivo raccontare aneddoti che a me non aveva citato! Gli ho chiesto perché li avesse tralasciati e lui ha risposto “nessun libro è così potente da contenere tutta la tua vita”.

Gli artisti sono belli come le loro canzoni? O sono deludenti?
Anche qui, mi tocca citare Ruggeri (Enrico), quando disse: “le mie canzoni sono molto migliori di me”! I giovani pensano che tutto dipenda dall’ispirazione, dall’attesa di un’idea rivoluzionaria in realtà è come andare in palestra, allenarsi a tenere aperta la porta dell’inconscio. Certo, canzoni come Caruso di Dalla, come La Cura di Battiato sono irripetibili. Lui stesso disse che La Cura gli era stata trasmessa sotto dettatura da un essere superiore!

“Leonard Cohen aveva una tale accuratezza nella scelta delle parole da trasformarle in poesia anche quando parlava”.

Quindi dobbiamo rassegnarci, non c’è dono senza dannazione?
Bruce diceva “dammi tre minuti della tua vita per ascoltare musica e con questa musica in soli tre minuti, la vita te la cambierò”. Il problema vero è che l’arte ti nutre da un lato e ti fa morire di fame dall’altro, ti logora. Più sali in vetta, più conosci gli abissi della solitudine.

E ai ragazzi che vanno ai talent cosa diciamo?
Dipende. Negli Usa esistono i talent, ma la cosa non finisce lì, dopo tre mesi di tv segue la proposta discografica. Qui si prova a buttare fuori dischi e chi va, va. Gli altri vengono dimenticati. A questo proposito, una descrizione del fenomeno la diede Patty Pravo durante un Sanremo.

“Il problema dei talent italiani è che spesso fai credere a un giovane di avere sfondato perché ogni giorno è sotto i riflettori e dopo un anno lo ritrovi a cantare nei bar”.

Che disse, Patty Pravo (anche di lei, ovviamente, c’è la bio firmata Cotto)?
Eravamo a Sanremo, era il 91, lei portava E dimmi che non vuoi morire. Vicino a noi c’erano i ragazzi di Sanremo giovani, galvanizzati, con la gente fuori che li chiamava. Lei si girò, li guardò e mi disse: “Massimo guarda, si comportano come se esistessero”.

“Alcune delusioni, intervistando una persona famosa, sono state feroci, ma continuo a essere fiducioso. Non puoi riscrivere la storia sulla base della fragilità umana”.

A proposito di grandezza e fragilità, tu hai avuto un incontro piuttosto denso con Alda Merini. Cosa ricordi?
Lavoravo per una delle prime web tv che avevo creato e che si chiamava Macy. Arrivai ad Alda tramite Giovanni Nuti, che ha scritto molte canzoni basandosi sulle sue poesie. Mi disse: “ti posso portare da lei, ma sappi che non so se ti farà entrare, dipende”. A una giornalista del Times aveva detto “torni domani” per una settimana. A me è andata meglio, ricordo che mi aveva comprato due foto dei navigli di una volta, me li aveva autografati poi si era seduta mostrandosi brillante, simpatica. Mi aveva fatto fare il giro della casa e mi aveva detto: “la gente non ha mai capito che io scrivevo solo per lui. Per mio marito”. L’intervista è ancora inedita.

“Dissi ad Alda Merini che una delle sue poesie mi aveva salvato la vita. E lei mi rispose: “che vita di merda, hai avuto”. Poi me ne scrisse una, Tutta la terra del nostro silenzio”.

Fra le tue pubblicazioni svetta la storia di “No woman no cry”. Cosa intendi?
Non ho avuto la fortuna di intervistare Bob Marley, ma ero a San Siro quel giorno. No woman no cry è una di quelle canzoni che definisco capaci di fermare il tempo, di superare le barriere geografiche. Come Imagine di Lennon, o People have the power di Patti Smith. Fra i presenti al concerto di Marley, forse un 10% era appassionato di reggae, ma erano lì per altro. Quella canzone la ho ascoltata in Cambogia, nei posti più impensabili e non perdeva il suo potere. Allora sono andato a scoprire la sua genesi.

Qual è la prima canzone che hai fatto ascoltare a tuo figlio?
In pancia siamo stati folgorati da Einaudi. Poi, ovviamente, la Thunder Road di Springsteen. A 8 anni conosceva Il testamento di De André. Del resto cammina come me, inciampa anche nel mio stesso modo.

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