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Ritratti: Marilyn è ancora viva

Nel sessantenario della sua scomparsa Marilyn è più presente che mai. A ridarle respiro sono social network, film e indagini sul suo cold case.

A cura di Fabrizio Maria Barbuto

Con 1,8 milioni di followers su Instagram, quattro milioni di post corrispondenti all’hashtag del suo nome e un film a lei dedicato di prossima uscita su Netflix (Blonde), Marilyn Monroe ha monopolizzato perfino l’era digitale, proprio lei che si spense ben 60 anni fa, quando lo smartphone sarebbe sembrato fantascienza e le dive non discendevano mai dall’Olimpo dorato di Hollywood, determinate a difendere quel mistero che le celebrità di oggigiorno rivendono a buon mercato ai fruitori dei loro contenuti social.
Come il dito premuto sull’erogatore di una boccetta, la sola parola “Marilyn” basta a esalare nell’aria una fragranza che evoca femminilità e avvolge in un’impalpabile nuvola cipriata. Un fenomeno più unico che raro sopravvivere oltre la propria morte, eppure Marilyn c’è riuscita e con la seducente incoerenza cui c’ha abituato in vita dimostra di poter essere tanto cenere quanto fiamma nel far divampare i sogni erotici di chi ancora la desidera.

Il mondo non la dimenticherà mai, eppure sembrava destinata all’oblio già alla nascita Monroe, quando fu data alla luce da una madre affetta da disturbi psichici che non la desiderava e da cui la diva ereditò forse una follia che è spesso argomento di documentari, film e saggi. Attraverso l’abuso di psicofarmaci, probabile causa del suo prematuro decesso, Marilyn, al secolo Norma Jeane, cercava di imbrigliare le inquietudini che la tenevano sveglia fino all’insonnia patologica. Per quanto il pubblico l’amasse ella non si considerava meritevole di cotanta ammirazione e benevolenza. Al tempo dei suoi grandi successi la star era onnipresente, rincorsa, contesa ed acclamata, eppure perseverava a identificarsi con Norma Jeane Baker, la fanciulla scialba verso la quale nessuno volgeva lo sguardo, neppure i genitori adottivi da cui la diva implorava attenzioni che non giunsero mai. Fu proprio il clima di indifferenza nel quale crebbe a instillare in Marilyn l’ambizione di fare cinema, determinata com’era a esorcizzare il timore di essere invisibile. Tuttavia neppure quando l’intero pianeta si accorse della sua esistenza Monroe tirò un respiro di sollievo, e tra amori tormentati e frequenti crolli nervosi realizzò che la solitudine era una condanna naturale, una sentenza inoppugnabile cui arrendersi. Anche in quel lontano 4 agosto 1962, esanime nel suo appartamento di Sunset Boulevard, Marilyn era sola. A sei lustri di distanza dal tragico evento il pubblico non s’è ancora fatto una ragione dell’uscita di scena della diva e la sua misteriosa dipartita pare destinata ad alimentare fantasie e leggende. Tra le tante perfino quella che l’attrice non sarebbe morta e che, fermata nella fresca e voluttuosa bellezza di un tempo, sia da qualche parte in attesa di rivelarsi eternamente giovane, eternamente splendida. Improbabile, tuttavia è bello convincersi che Marilyn, famosa per i lunghi ritardi, ci stia sottoponendo al più snervante di essi da 60 anni, in attesa di fare capolino per confermare che la sua scomparsa, un po’ come la felicità esibita di fronte all’obiettivo, sia stata solo una messa in scena.

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