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Quanto contano le donne nei musei odierni?

by Matteo Muzio

Il docente Maurizio Luvizone ha interpellato quindici curatrici di gallerie d’arte per capire quanto conti “lo sguardo femminile”

A cura di Matteo Muzio

Il museo negli ultimi anni si è molto evoluto da semplice struttura che offre la fruizione di opere d’arte, manufatti e altre installazioni a luogo dove fare un’esperienza irripetibile che vada al di là della visione di ciò che viene esposto. Per questo l’impronta di chi si occupa della curatela oggi è particolarmente importante. Maurizio Luvizone, manager, docente presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti e consulente in gestione delle organizzazioni culturali, scientifiche e non profit, ha scritto un libro intitolato “Sguardi femminili sul museo”, edito da Libri Scheiwiller, dove analizza l’impatto di quindici curatrici e direttrici di gallerie d’arte di tutto il mondo, dall’Italia passando per gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Russia, fino alla Nuova Zelanda. Lo abbiamo raggiunto per capire come cambia la visione museale quando una donna è al comando.

Professor Luvizone, nell’introduzione al suo libro lei cita le “paladine” della prima rivoluzione museale, tra cui Palma Bucarelli e Fernanda Wittgens. Oggi le direttrici sono molte di più e alla guida dei maggiori musei del mondo. Si può dire ormai superata la diffidenza di una parte degli addetti ai lavori nei loro confronti oppure c’è ancora un sessismo di fondo?
Per fortuna, nel grande mondo dell’arte, la figura femminile da “musa ispiratrice” è certamente diventata protagonista attiva. La presenza delle donne nel settore della conservazione e valorizzazione dei beni culturali mi risulta sia pari al 70% del totale degli addetti. Il problema, in Italia, è che nei ruoli apicali lo spazio per lo “sguardo femminile” è ancora poco significativo. Nei 43 più importanti musei statali (quelli che, per intenderci, sono governati dal Ministero della Cultura) abbiamo solo 14 donne alla direzione. Rispetto al resto del mondo, evidentemente abbiamo ancora molta strada da fare.

Perché lo sguardo femminile riesce a cogliere meglio gli aspetti decisivi della rivoluzione generale che investe oggi il museo?
Per il nuovo modo di intendere e fare museo, ritengo che il genere femminile possa esprimere una marcia in più. Questo “nuovo modo” è caratterizzato da un forte orientamento alla felicità delle tipologie di pubblico piuttosto che a quella dei conservatori, all’inclusione e partecipazione attiva dei visitatori, alla “presa in carico” di tutti gli aspetti dell’impresa-museo (patrimonio-collezione, politica culturale, produzione, gestione economica, relazioni con il territorio e gli stakeholders) e alla “messa a disposizione” dell’offerta museale come esempio di marketing gentile. Un marketing che tiene conto della fragilità della cultura e la mette al riparo dalle aggressività di certa comunicazione commerciale che non si occupa di vendere ma semmai di far incontrare più e meglio la proposta artistica e culturale con il pubblico a cui è rivolta.

Ci sono nuove attitudini e competenze che il superamento dei concetti di conservazione e curatela consentono?
Ho molto rispetto per il ruolo dello studioso e del conservatore museale. Le competenze classiche sono necessarie, ci mancherebbe, ma non sono più sufficienti. Per gestire il museo come “fabbrica del Bello” è necessario oggi sapere, saper fare e… far sapere. Nel sapere c’è la conoscenza, nel saper fare la capacità imprenditoriale, nel far sapere la necessità della comunicazione come terzo importantissimo anello della catena del valore.

Come lei stesso scrive, inclusione e accessibilità sono dei mantra museali. Quali esperienze più illuminanti sono emerse negli ultimi anni?
Anche su questo tema abbiamo spazi di miglioramento enormi. Molti musei in Italia non sono ancora a norma e, per motivi tecnici ed economici, sono ben lontani, sul tema della sicurezza e dell’accessibilità, non solo dall’eccellenza ma anche dalla sufficienza. Tuttavia, quando parliamo di grandi musei, gallerie e pinacoteche, che ovviamente beneficiano di risorse adeguate, possiamo parlare di ottime pratiche e sistemi di livello internazionale. Penso al Parco archeologico del Colosseo, agli Uffizi, al Museo egizio, a Brera.

Kyrsten Lacy, direttrice dell’Auckland Art Gallery, nella sua intervista afferma che il museo “non può più guardare allo sguardo femminile come in contrapposizione a quello maschile”. C’è allora la sintesi possibile?
Lavorando a questo libro ho rafforzato la convinzione che non ha alcun senso parlare di competizione, di contrapposizione di generi. L’eccellenza dell’offerta culturale e l’efficienza della squadra che ci lavora si basano sull’integrazione delle competenze, delle attitudini e delle sensibilità. La biodiversità delle esperienze e degli sguardi genera ricchezza. Il maschio, per natura, è più orientato alla gestione del potere e quindi guarda al risultato come obiettivo di affermazione individuale. Progettare e distribuire cultura significa invece condividere, partecipare, includere. Non si insegna ma si impara insieme, non si danno risposte ma si stimolano domande. Ecco, su questi temi l’approccio femminile è decisamente più avanti.

Uno dei temi che emerge è la percezione del titolo di manager culturale. Come si rapportano le professioniste con questa definizione?
Rimango sempre molto perplesso di fronte a chi, in ambito culturale – siano donne o uomini, non importa – mostra forme di allergia (se non di aperta ostilità) verso la parola manager. La storica dell’arte o l’archeologo che dirigono un museo devono avere competenze gestionali, essere manager – è ovvio. Credo di poter dire che le protagoniste di questo libro ritengano che essere considerate manager culturali sia un titolo di merito, un valore aggiunto, non certo una diminuzione o un’offesa.  Va però ricordato che quello di manager culturale è un ruolo specifico, particolare, caratterizzato da competenze e pratiche spesso molto lontane e diverse da quelle richieste al dirigente di un’azienda industriale o commerciale. E qui torniamo al tema della “gentilezza” e della “presa in carico”. Del non vendere, ma mettere a disposizione.

Nel libro, lei cita Mahler, e a proposito di gestione museale si augura un orientamento “alla custodia del fuoco più che al culto delle ceneri”.
Certo. I filologi ci ricordano che la parola “cultura” rinvia all’idea – bellissima – di coltivare la terra. Di avere a che fare, quindi, con qualcosa che esiste, che è solido e terreno. Purtroppo, in Italia sono ancora molti quelli che difendono un’idea di cultura molto vicina al culto: sacra, intoccabile, ferma e autoreferente.  Sono coloro che assegnano al museo la missione di conservare le ceneri del passato e diffidano di chi, dalle stesse ceneri, vuole produrre fuoco.

 

CREDITS: Tate Photography

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