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Quando Marcello raggiunse Sylvia

A cura di Silvia Campisano

Quando Marcello raggiunge Sylvia immersa nell’acqua di Fontana di Trevi, d’improvviso il getto s’interrompe e nella notte irrompe il silenzio. Lui guarda il suo corpo voluttuoso senza neppure sfiorarlo, lei rimane immobile, sospesa tra il buio e la luce.

“Angelo e diavolo, amante e madre, bambina e già grande”.

La dualità del femminile emanata dalla Ekberg in una delle sequenze più iconiche del nostro tempo è il principio di ogni donna immaginata da Fellini. Nonostante le ormai datate accuse di maschilismo, Fellini, ancor prima de La dolce vita, era un uomo profondamente affascinato dal principio femminile: lo amava al punto da esserne a tratti intimorito, come qualcosa di cui si può comprendere solo in parte. Ogni donna che compare nel cinema del regista riminese non è solamente la voce di un conflitto storicamente e socialmente definito – di quando si diventava sempre più emancipate, sempre più “pericolose” – ma diviene emblema di simboli più profondi e universali. Immagini che oscillano tra realtà e finzione, ricordi di un’infanzia controversa o figure apparse solamente nei sogni, le donne felliniane sono donne magiche, custodi di un inconscio collettivo.

“La passione di Fellini per l’esoterismo, spesso presa poco sul serio dalla critica, si sviluppa, prima ancora che nel suo cinema, nel Libro dei Sogni”

Il Libro dei Sogni è la traccia di un’intensa attività onirica dove corpi di donne dai seni immensi e dalla marcata sessualità sembrano assumere tratti sovrannaturali. Tra prostitute, amanti, mogli castranti o immagini idealizzate, un enorme popolo di donne ha affollato per lungo tempo la mente del regista. Un harem caotico dove un sottilissimo filo si intreccia tra i volti conturbanti di tutte le attrici che partecipavano alle colossali e surreali produzioni del tempo.
Delle donne di Fellini conosciamo sempre poco – non ci è dato sapere – non sappiamo da dove vengono né dove andranno, spesso non riusciamo a comprendere fino a che punto esse siano effettivamente reali o soltanto proiezioni di una fantasia maschile. Tutte appaiono avvolte da una luce inusuale, si distinguono dagli altri personaggi attraverso il corpo prorompente o il semplice sguardo. Ma qualunque sia il loro ruolo, ognuna di loro, nell’imprevedibile trama di Fellinia, porta a un processo di crescita e a un superamento della crisi. Si potrebbe quasi affermare che il più grande potere della donna di Fellini è quello che si manifesta nell’atto salvifico. Come Claudia, che interamente vestita di bianco si avvicinava a Guido porgendogli l’acqua, tentando di ridare la vita, l’energia e la creatività perduta al protagonista.

“La bellissima Cardinale in 8½ incarna il principio dell’Anima secondo Jung: la capacità di apportare l’Eros alla coscienza, di integrare al maschile quella parte profonda e smarrita nel tempo”.
Questo incontro tra l’uomo e la donna si dispiega in una lotta tra sessi, nella fuga di una notte o in una dolce danza accompagnata da Nino Rota: la dimensione altra e magica del femminile dialoga con il maschile.
Il corpo della donna diviene così non solo un invito ad abbandonarsi al piacere – un piacere primordiale e istintivo – ma il richiamo a perdersi al mistero della natura.

“Il corpo della donna diventa il richiamo alla dimensione irrazionale e inconscia di sé”.

Un’iniziazione che talvolta restituisce la capacità di vedere, talvolta inibisce. Come Guido, che in una danza finale riesce finalmente a ricongiungersi al femminile, o come Marcello, che rimane immobile davanti a Sylvia, in attesa di un bacio che non avverrà mai.

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