A cura di Monica Camozzi
Aleph, nella Kabbalah, è il respiro primario. E sentire Omar Hassan descrivere “il primo respiro della bomboletta quando la agiti, fa un pallino e cola” ha qualcosa di liturgico. Di metafisico.
Lui, il pugile artista, con le sue luci pittoriche capaci di illuminare una stanza, con il suo microcosmo di pallini-metafora dell’umanità, rappresenta davvero la magia dell’espressione ideale sulla forma.
Ed è li, dal respiro della bomboletta, che tutto è nato.
“Io nasco con quella serie di pallini colorati,
che poi sono un’interpretazione della società odierna. In questo insieme multiforme di pallini, che cercano talvolta di sopraffarsi ma convivono uno accanto all’altro, ognuno diventa una luce”.

Hassan riesce a esprimere il concetto dell’insieme e della monade, in maniera unica, come sono le sue sorgenti luminose accese sulla tela tanto che “qualcuno alla mostra di Palazzo Reale, a Palermo, andava lì con la mano per vedere se c’èra proiezione di luce artificiale”.
I tuoi pallini sono diventati un’opera per Driade, ma stavolta realizzati con la lana policroma, come è nata la collaborazione?
Io e Fabio Novembre volevamo fare qualcosa insieme. Amo le contaminazioni e ho l’attitudine a portare tutto ad esprimersi sotto forma di arte. Ci siamo trovati più volte e realizzato questa specie di arazzo, creato con pallini di lana alla maniera in cui realizzo solitamente i quadri.
Quando ti sei scoperto artista?
Ne ho preso consapevolezza iniziando a studiare arte, ho notato che gli artisti avevano una forma mentis identica alla mia, facevano le stesse cose che mi venivano spontanee e ho pensato “ma allora sono anch’io questo”. Man mano che proseguivo con l’Accademia prendevo coscienza: l’ho capito leggendo la storia di altri.
Hai trasferito il gesto della boxe sui quadri, “prendendo a pugni” la tela e materializzandovi del colore, come è nata questa consuetudine artistica?
A 7 anni una diagnosi di diabete ha cambiato la mia vita. La mai carriera di pugile agonista ha avuto uno stop all’età di 19 anni ed è lì che mi sono chiesto cosa avrei fatto e mi sono instradato verso l’arte. La vocazione a dipingere era già emersa da piccolo: per la precisione un intero corridoio, con grande gioia di mia madre (ride). Ringrazierò sempre Alberto Garutti, che ha consolidato in me la consapevolezza di essere artista, facendomi capire fra le altre cose come un artista si comporta e agisce verso il proprio archivio. Ed è arrivata spontaneamente l’ispirazione a portare la metafora sportiva dentro un quadro.
Ha avuto subito successo?
Sì. Ogni acquirente ha il video completo del processo artistico pittorico, glielo consegno su chiavetta.
Tutti i miei lavori potrebbero finire con un segno: la ripetizione del gesto, all’infinito, per migliorarlo. Un concetto profondamente Zen.
Inoltre il colore può essere un’arma a doppio taglio ma risulta il linguaggio più semplice per avvicinare tutti.
L’arte è concetto o emozione?
Il concetto dietro il gesto deve esistere. E a chi vuole ascoltare mi piace spiegarlo,
l’arte però deve essere pancia, emozione primaria.
Spero sempre che le persone vengano rapite prima dall’effetto e poi arrivino alla spiegazione.

Sei un provocatore?
No, la provocazione è finita con Duchamp e Man Ray. Anzi, sono figlio di una cultura della tolleranza che viene da genitori di culture diverse, italiana ed egiziana. La curiosità, la voglia di sapere “come si fa questo da te” mi ha portato a un’apertura mentale e di cuore. Sono amico di Ghali, di Mahmood, anche loro propensi a fare risaltare la “luce”, che non ha colore politico.
Anche un simbolo del bel vestire classico, come Kiton, ha creato una sinergia con te…e qui come è nata?
Ciro Paone è un grande collezionista d’arte, aveva acquistato un’opera della serie Timelines, è nata così. Abbiamo realizzato una capsule limitata con una profonda ricerca della texture che facesse risaltare la materia, con enfatizzazione sulle cuciture. Tutto è sgorgato da un amore per l’arte e dall’intento di creare una collezione ad hoc, come se il quadro fosse “appiccicato” sui capi.
Anche la tua collab con Giacomo Poretti e il suo Porecast era bellissima…
Pensa che lì il collezionista aveva rifiutato l’opera, pensava fosse accartocciata invece era un effetto pittorico. Alla fine ne ha prese due…
Progetti nuovi?
Sì, uno bellissimo, a Milano Malpensa, sulla porta principale. Si chiama Exit Lights ed è la più grande opera che io abbia mai realizzato.



