L’arte del bianco e nero: il viaggio emozionale di Nicola D’Orta
A cura di Monica Camozzi
Nonostante le due lauree –triennale e magistrale- in architettura, il destino aveva deciso che Nicola D’Orta avrebbe fatto il fotografo. In primis, regalandogli un padre con la passione per la fotografia e facendolo imbattere nella prima macchina analogica a 10 anni.
In secondo luogo, facendogli vincere una borsa di studio indetta a Venezia per frequentare un corso di fotografia, mentre lavorava come architetto.
Perciò, nonostante il lavoro presso uno studio di restauro, la specializzazione ulteriore, la frequentazione di IED, qualcosa ha deciso che Nicola avrebbe prodotto meravigliosi ritratti con il sapore di cortometraggi.
Nel suo caso si può compiutamente parlare di “blink”, quel fattore che ti colpisce al cuore nel lasso di un battito di ciglia, che ti “porta dentro” un’alchimia tridimensionale densa di respiro, anelito, un filo di malinconia metafisica.
Bianco e nero sempre?
È un imprinting, rubavo la macchina di mio padre, andavo in giro a fare foto e le sviluppavo in camera oscura ma sviluppare il colore era troppo difficile ai tempi. Richiedeva numerose varianti di temperatura e io avevo costruito il serbatoio per l’acqua nel box dei miei genitori…così mi sono appassionato al bianco e nero e non l’ho più lasciato.
Le tue foto sono un tuffo nelle profondità del vissuto, una specie di metaverso emozionale. Come riesci a crearlo?
In primis, fotografo chi conosco.
Provo a raccontare chi mi sta di fronte cercando di capire chi sei, cosa fai e perché ti serve quell’immagine.
Il primo stadio di connessione è la fiducia reciproca: tu ti stai affidando a me per esprimere un mondo, io mi affido a te per il tuo potenziale di raccontare una storia. Continuo a studiare la luce e coltivare quella parte emozionale del rapporto con il soggetto fotografato, della scelta di una location. Inoltre i miei set sono open, mi porto del vino, chiacchiero, studio la luce.
La tridimensionalità delle tue immagini è una conseguenza?
Nell’analogico io incido fisicamente una pellicola, tolgo o lascio spazio. Il digitale registra con un sensore su un unico piano: è già una enorme differenza. Non vorrei fare discorsi da super Nerd ma ho sempre riscontrato una diversità quando vado a stampare o ho la pellicola in mano. Ma ora, con la AI, nel futuro prossimo il nostro digitale diventerà la pellicola e l’intelligenza artificiale il modus operandi dominante…
Ho come l’intuizione che non userai l’AI…
No, penso sia una grande opportunità per tutti colori che amano l’artigianato perché tantissime aziende seguiranno la direzione della novità tecnologica ma… credo che dopo questa abbuffata di AI si scocceranno di vedere tante immagini simili e vorranno riprovare l’ebbrezza dell’”antico”.
In ogni caso, l’intelligenza artificiale non mi preoccupa minimamente: è una forma artistica come tante, mi piace questa apertura verso un’arte che sta crescendo ma vedo al pari grandi opportunità per gli artigiani che rimarranno focalizzati su una produzione di valore diverso.
Cambierà il modo di raccontare?
Pensiamo a come è mutato l’approccio alla foto ricordo. Prima facevamo un viaggio e scattavamo una manciata di foto perché il rullino costava, stampare richiedeva tempo e denaro. Oggi non abbiamo nemmeno il tempo di andare a rivedere l’oceano di foto fatte in maniera istantanea, con la velocità del consumismo che invade anche l’esperienza fotografica.
Ma l’unico modo per dare un valore profondo di ricordo a una foto è ancora stamparla…
L’80% delle persone non sa più scrivere in corsivo, calligrafia e disegno a mano sono stati dimenticati. Per questo l’artigianato ha un potenziale enorme. La componente emotiva dello scatto, il lavoro di team, la condivisione di esperienze formative, la costruzione e la elaborazione di un set sono tutti aspetti che rendono unica quella parentesi. E che portano accrescimento a un essere umano. Certo, l’AI in due secondi ti ha fatto il ritratto…
I grigi sono il tuo mare cromatico elettivo?
I grigi sono il mio colore espanso nelle sfumature, riporto ogni frequenza cromatica al grigio nella sua scala infinita.
La mia anteprima in camera è sempre bianco e nero, peso bene l’immagine, do la giusta quantità di luce e ombra nel fotogramma…quando sono partito scattavo d’istinto, ho approfondito le mie conoscenze di fotografia dopo 3, 4 anni. Un giorno un ragazzo mi scrisse “assomigli a Peter Lidbergh”e non sapevo chi fosse! Poi sono andato a vederlo e…oggi incarna il mio sogno. Vorrei fare foto simili alle sue campagne per Armani. Mi acculturo sempre di più, ho sete di assimilare, conoscere, studiare.
Malinconia come registro espressivo voluto o…ti esce spontanea?
È come se avessi un doppio, nella vita sono una persona gioiosa e sorridente, sul versante artistico mi escono queste foto nostalgiche con espressione neutra…
Però Giorgia sorrideva! Come è stato l’incontro con lei?
L’aneddoto con Giorgia è stato bellissimo. Era prima di Natale a Roma, a lei servivano foto e per me era un onore scattarla. Arrivo in zona Eur con la troupe e mi accorgo che la telecamera non si accende perché mancano le batterie. Abbiamo atteso 20 minuti affinché me le portassero ma ne è valsa la pena, quel servizio lo ha usato e pubblicato molto. Non posto mai soggetti che sorridono ma lei era così naturale…









