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Il click? E’ un 10%. Il resto è cultura

A cura di Luca De Nardo

Parlare con Mattia Baldi è un’esperienza visiva: mentre le parole scorrono, si strutturano immagini che potrebbero essere tratte da un romanzo della Duras, da un repertorio avventuroso di Salgari.  La Cina, anzi l’Asia, respirano insieme al suo diaframma: la pulsione che lo ha portato in Oriente a soli 22 anni, dopo l’Accademia di Belle Arti, nasce da un afflato istintivo, cova sotto le ceneri delle arti marziali che amava sin da piccolo. Quella sua copertina di Playboy con la prima modella thai sulla pagina portante del  magazine -scattata in un vero bordello ottocentesco di Bangkok con quello stile cinematografico, da direttore della fotografia- esprime la vita di un affresco popolare e la raffinatezza di un dipinto aulico. Lui riesce a fare entrare nell’intercapedine della fotografia secoli di storia dell’arte, vita di strada, marketing americano e ermetismo asiatico. Tutto parte da un prozio fotografo futurista, un liceo dove si disegnava 45 ore a settimana e da una mobilità intellettuale che precede – o affianca- quella fisica. 

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La fotografia non ti ha ammaliato subito?
No, ci sono sempre vissuto accanto perché il mio prozio, il fratello del nonno da parte di padre, era un famoso fotografo futurista. Faceva alchimie alla Man Ray, sovraimpressioni, doppie esposizioni, spesso anche senza macchina, in camera oscura. Papà faceva il giornalista fotografico, ne scrisse tantissimo. Per me a quei tempi il fotografo era mestiere legato a matrimoni e ristoranti, non mi attraeva proprio…

Poi che è successo?
E’ successo che sapendo disegnare, mi hanno mandato in un liceo dove non si faceva altro. Dopo quello, era fatale confluire all’Accademia di belle arti con specializzazione pittura. Il primo anno fu divertente. 

Conobbi un ragazzo inglese che lavorava per il Vaticano, disegnava le icone dei santi nuovi. E feci l’assistente di una pittrice, Daniela Papadia. 

Lì iniziai a usare una vecchia Nikon per scattare foto degli artisti mentre lavoravano. Mi interessava il banco ottico, avevo alcuni libri di Avedon: quando vinsi un concorso di pittura, ricevendo un premio in denaro, lo usai per pagarmi il master alla scuola romana di fotografia.

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Quel patrimonio di storia dell’arte, pittura, mi sarebbe servito tantissimo negli anni a venire. Anche per valutare una modella durante un casting o per capire se un soggetto fosse fotograficamente collocabile. 

E poi, così, di colpo, sei andato in Cina?
Sì, sono sempre stato attratto dalla loro cultura, parlavo un inglese peggiore di quello di Renzi ma avevo una familiarità con i cinesi innata. Inoltre la Cina prima delle Olimpiadi offriva molto lavoro. Erano gli anni d’oro, dal 2001 al 2010, li ho vissuti tutti, Quando sono rientrato in Italia non sapevo che di lì a poco sarei ritornato in Oriente

Venni assunto dalla Ford come esperto dell’area Asia Pacifico, era un ottimo lavoro con sede a Bangkok, mi ha portato nel mondo della fotografia commerciale ad altissimo livello.

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Anni in Asia: cosa ti hanno lasciato?
Tantissimo in termini esperienziali, ho girato per Singapore, Corea, Giappone, Sud est asiatico, scattando campagne importanti per tanti brand americani, inglesi, italiani.

Ma nelle campagne da 4 milioni di dollari il fotografo ha voce in capitolo?
Si può dire che, anche se tutto nelle grandi campagne è deciso prima, il fotografo deve essere bravo a interpretare, un po’ come il direttore della fotografia in un film. Inoltre, a livelli alti la tua opinione viene richiesta, ma devi essere un grosso nome ed è a quel punto che diventi artista. 

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Quel capolavoro sulla copertina di Playboy come è uscito?
Avevano selezionato 5 fotografi di riferimento per i loro paesi, ma volevano immagini che avevo già scattato e secondo me non andavano bene. Perciò ho proposto di riscattare alcune foto ad hoc, il budget c’era. La vera sorpresa è stata la modella: la mia, quella che usavo di consueto e che aveva la raffinatezza idonea a quel tipo di foto, si era ammalata.

Non mi aspettavo che Playboy mi mettesse in copertina. Nemmeno la modella, la prima thai in quel ruolo:  ha avuto molto successo, con una lunga intervista su GQ.

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A proposito di modelle, tu hai realizzato uno splendido libro, Casting, a book of women, dove non ci sono le classiche bellone da copertina, ce ne parli?
In effetti, quel libro ha avuto un tale seguito che ne ho fatta una seconda edizione e stiamo pensando di farne una terza. Presenta modelle scartate che dovevano diventare qualcuno ma non ce l’hanno fatta. Alcune non hanno mai pensato di fare le modelle perché non possiedono i canoni standard ma hanno un’estetica forte. 

Casting, a book of women è il compendio della mia esperienza nel mondo del modelling e va decisamente contro i canoni di bellezza del mondo in cui viviamo 

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Ho selezionato le foto su oltre 14.000 scatti in un anno e mezzo. Sono 41 modelle, ognuna ha due  o tre foto. 

Da cosa dipende la fotogenia?
Nel cinema non conta la bellezza fotografica, ma cosa esprimi quando ti muovi. Conta molto il casting director, la persona che riesce a vedere oltre. Tutti possono avere qualcosa di bello, ma dipende da cosa cerca chi sta guardando! Io, ad esempio, vedo già la persona contestualizzata in un mood. 

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Spesso fermo le persone in metropolitana, mi aiuta il background di cultura classica o visiva nella selezione dei soggetti

Ma è altresì importante capire se una persona ha somiglianza con attori famosi, se ha caratteristiche di espressività o vitalità diverse dal consueto. Quando sceglievamo le modelle nell’agenzia di Bangkok ne arrivavano migliaia. Quella cha ha avuto successo era una delle meno belle. Ma aveva aggressività, voglia di fare, un viso particolare. 

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Chi sa posare dedica del tempo a guardarsi nello specchio, nei video, una dose di narcisismo è quasi imperativa. Inoltre le brave modelle sono spesso fotografe altrettanto valide. 

Ti rigiro la domanda sul fotografo, come professione. Cosa determina il valore?
Il fotografo è un lavoro quasi interamente culturale, il click è un 10%. Se ci pensiamo, il direttore della fotografia in un film gira con un A4 stampato male in mano, è tutto nella sua testa. Oggi fa i Cesaroni, domani Ridley Scott, è un mestierante. Poi ci sono le eccellenze, come Storaro. 

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