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Marco Lodola

Marco Lodola: le fiabe fotoniche di Lodoland

by Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi

La cosa più bella di Marco Lodola, l’ha detta il suo amico Jovanotti, definendolo in bilico “fra l’arte e l’insegna di negozio, fra il monumento e il giochino per neonati, il sonaglino per fare addormentare i pargoli e il faro per vecchi marinai alla deriva”. Il cavallo a dondolo iconoclasta di Lodola, pieno di neon e faccine colorate, ha portato Teresina, la figlia di Lorenzo, diretta nel mondo rutilante e iperbolico di Lodoland, dove tutto è luce. Non c’e spazio per pensieri cupi, a Lodoland. Lui taglia fuori in un colpo solo sedute psicoanalitiche e discese nei recessi dell’inconscio, inondando la realtà di supereroi, unicorni, principesse e creature fantastiche. Oppure trasforma la percezione del quotidiano: nessuno può dimenticare il teatro Ariston “lodolizzato”, acceso di  un colore che avrebbe fatto impallidire Boccioni, il modo in cui ha trasformato Perugia in “Infinita città”,  il suo Balletto plastico alla Biennale di Venezia, la sua ballerina paradisiaca (Eden) sopra gli archi del palazzo di piazza Duomo dove c’è Mondadori. E poi la Vespa, la Dolce Vita, Miss Italia, i presepi luminosi, il suo autoritratto scintillante nel corridio vasariano. 

Lodola passa, illumina, innesta, porta la sua via lattea e se ne va. Il suo imprinting è fiabesco, onirico, ha i connotati degli occhi di meraviglia con cui i bambini osservano il mondo. E così facendo abbatte i perimetri che suddividono il sacro dal profano: può interpretare la Tosca di Puccini, le vetrine di Dior, gli Avengers, la Venere svelata di Umberto Eco. 

Marco Lodola

Marco Lodola

 

E forse ha ragione Roberto d’Agostino quando dice che la sua plastica illuminata è perfetta per rappresentare “il non valore del mondo” così flessibile, leggera, trasversale e distaccata dalla profondità oscura delle cose. 

Illumini tutto, da quando esattamente?
Nasco pittore, a scuola facevo il cerchio bello sul foglio (ride), ho proseguito con il liceo, l’accademia fino a che sono stato folgorato dalle insegne pubblicitarie. LE vedevo come sculture, al di là della loro valenza commerciale. 

Marinetti diceva che le insegne sono visi luminosi

Dopo anni di storia dell’arte e di monumenti bui, che la notte non si vedono più, mi sono detto “faccio una cosa al contrario”. E’ nata così. 

Lodoland è uno stato interiore?
Per me è una droga, non stacco mai, anzi, quando sono in studio entro in un mondo parallelo dove esorcizzo tutto, azzero i danni della vita. E’ un esercizio zen, questa corrente elettrica manda via i pensieri tristi. 

Nella vita ci vogliono due cose, Karma e Culo. Come diceva Fellini, la vera fortuna è quando ti danno soldi per qualcosa che faresti gratis.

C’è qualche artista che ti ha acceso il cuore, all’inizio?
Fortunato Depero (che è stato accostato alle sue opere nella mostra Futurismi a Venezia nel 2001, ndr), sicuramente Warhol. Fra i grandi anche Matisse, con il suo uso del colore. E poi a Firenze mi avevano colpito le cellette di Beato Angelico, gli impulsi sono arrivati naturalmente, anche mentre ero per strada. Picasso diceva sempre che tutti copiano. Poi, siccome non ci riesci, il risultato del tentativo sei tu. 

Ti hanno definito parte dei nuovi Futuristi, che ne pensi?
Alla fine degli anni Ottanta abbiamo creato un gruppo di artisti in cui nessuno dipingeva, usavamo tutti materiali diversi: plastica, luce, panno lenci. La gente ha bisogno di fare etichette, di categorizzare, perciò ci hanno battezzato nuovi futuristi. Io non ho un gran rapporto con i critici d’arte…

Se guardi i miei cataloghi, ho sempre preferito riportare pareri o articoli fatti da musicisti, attori, persone al di fuori della critica d’arte. Non mi interessa il parere dei critici

Qual è il tuo più grande nemico, la noia? Il pianeta magico che crei la sconfigge?
La noia mi spaventa un sacco! E poi vado in crisi sul problema ontologico: non mi interessa capire cosa succederà, piuttosto dove sono stato prima, milioni di anni fa! E se ci penso mi frego da solo perché se non sono riusciti a risolvere l’enigma uomini migliori di me…Sei sospeso, ma se c’è  la luce cambia tutto. 

E’ vero che volevi fare il musicista? 
Si, assolutamente si, è più divertente. Ma suono male, perciò ho messo su uno studio di registrazione da cui sono passati in tantissimi, Grignani, Jova, 883 tanto per citarne alcuni. Ho avuto la fortuna di realizzare le copertine di dischi, le scenografie di concerti. Ne ho fatte di tutti i colori, è il caso di dirlo!

Con Andy dei Bluvertigo abbiamo fatto una mostra a quattro mani, LodolAndy a GoGo’

Sei stato uno dei pochissimi artisti invitati a esporre dal governo della Repubblica Popolare Cinese, ma sei scappato dall’aereo all’ultimo: perché? 
Ah, perché avevo avuto un sogno preveggente: una carlinga bianca con interni rossi. Poi, mentre mi imbarcavo a Zurigo, la vedo materializzata davanti a me: bianca, con gli interni rossi! Ho pensato “qui cade l’aereo” e sono uscito. 

Ti sei sposato con Giovanna Fra, artista (ha celebrato Enzo Iacchetti, ndr) avete fatto anche mostre insieme. Complementari in tutto?
Lei è pittrice, fa opere astratte, per due o tre anni abbiamo incrociato i percorsi e ne sono scaturite mostre interessanti, è stata una bella esperienza. Poi, ognuno torna alle sue cose. 

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