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L’ultimo soffitto di cristallo per le donne? Il board aziendale

by AdminAg

a cura di Matteo Muzio

Quando si parla di contributo delle donne alla vita economica del Paese, spesso si tende a cercare raffronti con un’altra Italia, da confrontare con quella presente. Quell’arcaica, del mondo rurale e contadino, scomparsa nel secondo dopoguerra. O l’Italia fascista, con il suo congelamento artificioso della donna in un confine assurdo. Infine l’Italia del boom, dove le italiane si sentono sempre più soffocate in un ruolo che non sentono loro. Utile per capire l’evoluzione della società italiana, ma comunque si tratta di epoche lontane nel tempo.

Parliamo del 2011: a inizio anno nei consigli d’amministrazione delle aziende italiane quotate in Borsa sedevano soltanto 169 donne su un totale di 2646 componenti dei board. Nei collegi sindacali delle imprese, invece, il numero delle donne era ancora più basso: soltanto 55.

A luglio 2011, in un periodo di forte polarizzazione politica, una legge bipartisan, la Golfo-Mosca, impose una quota minima del 20% di donne nelle assemblee dirigenziali, saliti al 30% nel 2015 per raggiungere il 40% con la legge di bilancio stilata a dicembre 2020. Secondo l’ultimo rapporto della Consob, a primavera 2022 c’erano il 41% delle donne nei cda italiani. Qualora non venisse rispettata la legge, il board decadrebbe.

Questo cosa implica? Implica che finalmente le donne cominciano ad avere un impatto rilevante nella cultura aziendale, dopo più di dieci anni che la legge è stata varata. Certo, mancano ancora molti altri tasselli per arrivare a una parità non imposta per legge, tra cui un pieno sdoganamento del welfare familiare in forma di posti asilo nido per neomamme, anche creando strutture aziendali. Sembra utopistico, così come nel 2011 poteva sembrare utopistico imporre donne per legge nei board delle aziende. Eppure appare lampante come un maggiore bilanciamento della rappresentanza possa portare a una miglior governance aziendale, riducendo il decisionismo “testosteronico” a cui ci ha abituato in passato la cultura aziendale italiana, molto più arretrata del resto d’Europa, dove la donna amministratrice delegata, pur non essendo la norma, è diventata familiare, specie nei paesi scandinavi o nelle isole britanniche.

Già, perché l’imprenditoria in Italia rappresenta l’autentico tetto di cristallo da sfondare per le donne, molto più della politica dove, a partire dallo scorso ottobre, abbiamo una leader di governo donna. Sarebbe il coronamento di un percorso iniziato più di cent’anni fa, in un contesto ancora più difficile di quello odierno. Nel 1915 il lavoro femminile era ancora una rarità: le donne che volevano sfuggire alla schiavitù di un marito avevano come via d’uscita solo alcune vie ben limitate. La carriera di insegnante, di segretaria aziendale e di centralinista offrivano una porta d’accesso a uno stipendio. In una lettera inviata negli anni ’20 una maestra genovese scriveva a una sua amica “Un marito non è pane”. Durante gli anni di guerra, invece, le donne italiane ed europee hanno avuto accesso a lavori pesanti: tranviere, autiste, operaie in fabbrica, per sostituire gli uomini al fronte. Una “bizzarria” però che negli anni ’20 sarebbe dovuta rientrare con lo slogan coniato dal presidente americano Warren Harding che proclamò “il ritorno alla normalità”. Le donne però non erano così d’accordo. Cominciarono in alcuni paesi a votare e ad eleggere come rappresentanti alcune di loro nei Parlamenti.

Non fu il caso dell’Italia. Il suffragio universale arrivò dopo un’altra guerra mondiale, ancora più devastante della prima. Le donne spesso si trovarono ad agire da capofamiglia. Migliaia di ragazze forgiate dalla propaganda del Ventennio a essere solo mogli e madri diventarono ingranaggi insostituibili della rinascita italiana. Ancora però mancava molto. La famiglia era per molte ancora una prigione, anche per chi nasceva benestante. Il diritto era orientato a difendere il maschio, definito “capofamiglia” e che deteneva la “Patria Potestà” su figli che non cresceva. Nei lunghi anni Settanta, la marcia dei diritti ha eliminato pian piano gli ostacoli sulla via della libertà femminile: parità completa di diritti dei coniugi, divorzio e infine il diritto ad abortire. L’ultimo muro, il più difficile da abbattere, è rimasta la mentalità: il comune sentire che ritiene che le donne siano meno adatte a governare un’impresa, ad esempio.

La stessa storia dell’economia italiana smentisce questa ipotesi, basti pensare a una figura come quella di Luisa Spagnoli, che ha segnato un’epoca e uno stile partendo da un piccolo laboratorio di sartorio. Per venire a un’epoca più vicina a noi, c’è il caso di Emma Marcegaglia, leader del suo gruppo e anche di Confindustria per un periodo. Come dice Azzurra Rinaldi, docente di economia politica presso l’università Unitelma di Roma, all’interno del suo libro “Le signore non parlano di soldi”, questo stato di perenne disparità non conviene neppure agli uomini, che si trovano nella scomoda posizione di “difensori dello status quo” anziché cooperare insieme con le donne a una maggior crescita economica e a una miglior gestione aziendale. Per citare l’ex presidente del consiglio Mario Draghi, la parità non si raggiungerà con un “farisaico rispetto delle quote rosa”, ma quando non si vedrà la differenza di gestione tra uomini e donne e sarà assolutamente normale che le persone vengano scelte per le proprie capacità manageriali.

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