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L'orto americano di Pupi Avati: un amore perduto tra ombre e segreti

L’orto americano di Pupi Avati: un amore perduto tra ombre e segreti

di Monica Camozzi

Un racconto avvolto nel mistero e nella passione, tra l’Italia e l’America, dove amore e morte si intrecciano in un incantevole viaggio psicologico

Italia, Bologna, giorni della Liberazione. Una ragazza in divisa da ausiliaria americana si affaccia per chiedere indicazioni nella bottega di un barbiere. Un giovane scrittore, dentro il negozio, la vede e si innamora a prima vista. Un po’ come successe a Pupi Avati vedendo Amelia Turri passeggiare per le strade di Bologna con il fidanzato di allora. “Lei, bellissima, camminava nelle strade di Bologna tenendosi per mano con un tipo bello, alto, era un principe, Gianluigi Zucchini. E io, vedendola, mi resi conto che era la tessera mancante del mio puzzle. Che era la “lei” della storia della mia vita.“

Nel L’Orto americano c’è tanto del regista, autore, scrittore (montatore e musicista Avati). Soprattutto, c’è quella sua passione per il paranormale che lo portò a confezionare quel “gotico padano” che era La casa dalle finestre che ridono, nel 76, oltre ad altri titoli come Signor Diavolo e Zeder. Stavolta, oltre alle pianure nostrane, ci sono anche le lande dell’Idaho perché “L’America rurale è del tutto simile alla nostra Emilia-Romagna.” La storia si snoda nello scenario inquietante del traffico clandestino di cadaveri, con un protagonista – un giovane psicopatico ed aspirante scrittore che porta con sé un album dei suoi parenti morti – alla ricerca del suo amore perduto. Ed è in America che, in modo rocambolesco, ritrova le tracce della ragazza, ritornando in Italia a cercarla, sentendo voci, scavando nell’orto di una vicina da cui provengono urla.

La prova magistrale di Filippo Scotti

Il giovane attore, classe ’99, ha tanto teatro alle spalle e traguardi già importantissimi: premio Marcello Mastroianni a Venezia, candidatura a miglior attore protagonista al David di Donatello 2022 e premio Guglielmo Biraghi ai Nastri d’Argento. Nel 2021 lo abbiamo visto in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, dove interpretava Fabietto Schisa, alter ego dello stesso regista da giovane. Qui, Filippo salta sul treno in corsa, entrando nel cast una settimana prima delle riprese. “Iniziamo lunedì, la sceneggiatura ce l’hai,” gli dice Pupi. “Non avevo ancora dato una risposta, ma per lui ero già dentro e sono entrato nel suo modus operandi, nella sua modalità di amarti.” “Un set pieno di amore” sono parole che Filippo usa spesso descrivendo l’esperienza. “Il mio personaggio non ha nome, l’ho costruito partendo da questo. Pupi Avati mi ha dato una profonda libertà sul set.” Bellissimi, i racconti dell’atmosfera che scaturisce dalla personalità del regista: “Alle volte il set si fermava, cadeva un silenzio irreale e Pupi appariva e riscriveva la scena. Ho costruito il personaggio attraverso i suoi aneddoti fuori dal set, i dubbi che nascevano durante la lavorazione.”

Bianco e nero e nebbia padana

Altri volti che si trovano nel film sono quello di Chiara Caselli, di Alessia Fabiani e Andrea Roncato, che recita il ruolo di un poliziotto che raccoglie una denuncia dando alla scena un involontario risvolto comico. Se la trama dalla metà ha dei cedimenti, avvitandosi in un citazionismo che ricorda il cinema americano degli anni Quaranta, il bianco e nero, con fotografia di Cesare Bastelli, è convincente. Alcune inquadrature ricordano i primi piani di Hitchcock. Le arcane paure si dipanano sul Delta del Po, sulla scia di un killer che massacra donne e di un amore che resta il vero propulsore, in barba all’horror.

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