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LORENZO QUINN

“Scolpire le mani mi permette di usare un linguaggio universale”

A cura di Matteo Muzio e @lastanzettarosa

Lorenzo Quinn è molto di più che uno scultore. Rispetto a molti suoi colleghi, le sue opere non si trovano solo in lussuose case private o in rinomate gallerie d’arte, ma spesso sono nelle piazze o altri luoghi pubblici. Inoltre, ha scelto una tradizione scultorea italiana di vecchia data: la figurazione, come modalità espressiva, e non l’astrattismo. Figlio dell’attore americano di origine messicana Anthony Quinn e della costumista Jolanda Addolori, inizia la sua carriera di scultore dopo aver studiato un torso di Michelangelo mentre si trovava all’Accademia di Belle Arti di New York. Lorenzo Quinn, nella sua professione, si concentra su uno degli elementi anatomici più difficili da realizzare: le mani dell’uomo, quasi impossibili da riprodurre anche dai programmi di intelligenza artificiale.

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Grazie ai tuoi genitori Anthony e Jolanda, hai un retroterra umano molto ricco e una storia familiare che valica i confini dei continenti ed ha radici storiche solide. Quanto ha influito questo radicamento personale nei tuoi lavori artistici?
La mia famiglia è simile ad altre famiglie con una certa fama e che attorno a sé crea un entourage solido. Ovviamente bisogna anche considerare delle forti radici. Nel mio caso, nascere in questo ambiente mi ha permesso di fare tante belle cose, ma soprattutto la possibilità di scegliere un percorso di studi che mi interessasse. Aver studiato all’Accademia di Belle Arti di New York è stata una scelta per la quale sarò eternamente grato alla mia famiglia; d’altra parte però è una spada di Damocle perché c’è anche un lato negativo.

A cosa ti riferisci?
Si creano delle aspettative: un artista che non ha un genitore famoso lo si apprezza così com’è, un artista che invece ha un padre famoso in tutto il mondo è più difficile che venga accolto con tale libertà mentale, perché deve dimostrare di valere e che quello che fa è degno di apprezzamento. C’è chi può pensare che sia più facile perché la “porta” verso il successo sulla scena artistica può già essere aperta, però date le premesse devi darti da fare forse anche di più, salendo uno scalino dopo l’altro, senza sconti. Altri invece che provengono da un retroterra non conosciuto, una volta aperta questa porta riescono a prendere l’ascensore.

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In sintesi: una famiglia importante conta molto?
Oggi io ho 57 anni, ho fatto progetti e installazioni in tutto il mondo, le mie opere contano miliardi di visualizzazioni sui social, sono stato intervistato innumerevoli volte, sono attivo lavorativamente da trentacinque anni e vengo ancora interpellato su mio padre. Quindi direi proprio di sì, nel bene e nel male.

Uno dei temi ricorrenti del tuo lavoro scultoreo riguarda la raffigurazione delle mani, che spesso diventano protagoniste assolute dei tuoi lavori.
Il linguaggio delle mani è un linguaggio universale.  Le mie sculture portano un messaggio e le devo realizzare in modo che la gente possa capire cosa voglio dire.  Se rispondessi a queste domande in cinese non ci capiremmo. Con le opere è la stessa cosa, bisogna parlare la stessa lingua. 

Il linguaggio delle mani è un linguaggio universale

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Come mai hai deciso di onorare sia lo strumento esecutivo delle opere artistiche ma anche un qualcosa di molto difficile da riprodurre per chi approccia al disegno?
Siccome voglio che la gente si possa identificare con l’opera e che comprenda il messaggio che c’è dietro, (ogni mio lavoro genera una riflessione, trasmette dei messaggi d’amore o concetti che riguardano la protezione dell’ambiente o altri temi sociali importanti) devo fare in modo che siano leggibili. Non tutti sono esperti e la mia arte è rivolta alle persone che camminano per le strade. Un’opera pubblica è visibile da chiunque, è rivolta a tutti e deve essere in grado di raggiungere ogni persona senza distinzione sociale, etica o di genere. Proprio per questo uso tanto le mani, perché si tratta di gesti e tutti riusciamo a capirli, in tutto il mondo.

Hai lavorato molto sia per la Chiesa cattolica che per altre commissioni monumentali. Credi che l’arte contemporanea debba uscire dalle collezioni dei privati per essere liberamente offerta alla fruizione del grande pubblico come in passato?
Avere un’opera pubblica, secondo me, è l’obiettivo di ognuno ma non è facile perché comunque ci vuole un committente, un finanziatore, una galleria. Insomma, è molto complicato.

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Però quando accade è meraviglioso e quindi io aspiro a fare molto di più e a continuare a produrre sculture destinate a spazi aperti, anche perché si riesce a comunicare, come ho detto prima, a persone che non sono dell’ambiente artistico, che non frequentano abitualmente i musei o le gallerie e così si ha una diffusione più ampia del messaggio che si vuole dare. 

Ad esempio, cerco di mandare un messaggio di Amore e di Unità, per trovare quello che abbiamo in comune, abbandonando ciò che ci separa o ci divide. 

Attraverso le mie opere cerco di mandare un messaggio di Amore e di Unità

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Quanto può essere importante la dimensione spirituale nel processo creativo?
Io credo in un’energia. È difficile affermare che questa energia non esista perché, se studiamo l’universo possiamo vedere che non possiamo andare indietro nel tempo all’infinito. Se così fosse, noi non potremmo esistere. Questo è un tema che mi affascina e che sto studiando molto. Perché se ci fosse un infinito tra il numero zero e l’uno, non arriveremmo mai al numero uno ma siccome la nostra storia è già nel numero uno, vuol dire che c’è un “Prima” e non c’è un infinito presente.

Cosa intendi?
Chiediamoci chi ha inventato questo “Prima”? Non sappiamo cosa ci fosse prima del Big Bang. Quindi nel mio lavoro io cerco di raccogliere tante informazioni, non solo sulla religione ma anche sulla filosofia e la scienza. I concetti li trasmetto in un modo rispettoso di tutti i Credo e le etnie, in modo da essere universale.

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Una domanda sul futuro: essendo uno scultore, senti meno di altri tuoi colleghi la pressione dell’intelligenza artificiale sul tuo lavoro?
Per il momento la pressione non la sento affatto, magari in un futuro userò anche io l’Intelligenza Artificiale. Il problema dell’AI è che tanti artisti la vedono magari come una scorciatoia per creare, ma non è così, perché comunque ci vogliono delle basi importanti e bisogna produrre qualcosa di nuovo e avere un proprio stile. Proprio quest’ultima è la caratteristica più importante che un artista deve avere. Ciò che gli consente di essere riconosciuto grazie a quella peculiarità che lo rende differente dagli altri, quindi riconoscibile. 

Il problema dell’AI è che tanti artisti la vedono come una scorciatoia per creare

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In conclusione, possiamo dire che le mani sono il tuo segno distintivo?
Non solo le mani, creo anche corpi, però sono proprio le estremità con cinque dita quelle che mi hanno reso noto nel mondo. Ogni artista deve avere un proprio tratto distintivo; Botero, per esempio, lo si riconosceva per le persone grandi e Giacometti per le persone magrissime, quasi filiformi e potremmo continuare facendo altri esempi. L’unico che non si accontentava mai, che cercava continuamente nuove forme di esprimersi era Picasso. Picasso però era un Grande e noi non lo siamo.

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