Il centenario di Leica: un viaggio tra innovazione, passione e tradizione fotografica
Ogni singolo passo compiuto nella sua vita di meccanico di precisione, ingegnere ottico, designer industriale, lo portò verso quell’idea di quella piccola scatoletta alla quale agganciare l’obiettivo cinematografico da 50 mm, dentro il quale inserire un metro di pellicola preforata.
L’apprendistato come meccanico di precisione, a soli 14 anni; poi per Carlo Zeiss, ai microscopi, passando quindi all’azienda Ernst Leitz di Lipsia, per occuparsi di ricerca: tutto convergeva verso una delle più grandi innovazioni della storia della fotografia.
Ma come in tutte le cose, nulla può la tecnica senza la passione: fu quella, la passione per la fotografia, a portarlo a costruire una cinepresa da 35 mm, ponendo le basi per la nascita di Leica. Per migliorare le valutazioni del girato nell’industria cinematografica, Oskar decise di esporre la pellicola da 35 mm, costruendo una piccola scatola (la camera oscura) alla quale agganciare l’obiettivo cinematografico.
Ma decise di raddoppiare la superficie del fotogramma, portandolo a 24×36.
Dobbiamo qualcosa anche all’asma di Barnack, grande appassionato di fotografia ma incapace di maneggiare la pesante attrezzatura dell’epoca: per questo costruì un prototipo per se stesso, talmente funzionale da essere messo in commercio come vera fotocamera.
Il nome Leica sta per Leitz Camera: ma invece delle lastre, usate nelle fotocamere Leitz, Leica usa la pellicola cinematografica standard da 35 mm (formato 24×36), ruotandola in orizzontale.
Con i suoi 350 grammi di peso, la Leica I presentata a Lipsia rivoluzionava la modalità di fare reportage, di approcciarsi alla fotografia.
Barnack morì tre anni dopo aver progettato la sua serie più famosa, la Leica M, ancora attuale e aggiornata al mondo digitale.

I primi tributi, a Dubai: cinque fotografi/e emiratini catturano l’anima della città
La celebrazione del centenario parte da Dubai che, per l’occasione, illumina il Burj Khalifa in modo spettacolare.
Ma il vero omaggio è quello che si traduce nel lessico fotografico. Ovvero il libro “Dubai: Light, Lens and Legacy – Celebrating a Century of Leica”, denso di immagini che descrivono lo spirito, l’evoluzione, il progredire della città per mano di fotografi del luogo.
Al pari, Dubai ha rivissuto l’emozione che attraversava le cento immagini, simbolicamente rappresentative di un secolo, esposte alla mostra presso il Fondry By Emaar nel quartiere Downtown.

Conversazioni fotografiche: un dialogo costruito sulle immagini.
Sono 29 le Gallerie Leica sparse per il mondo. E proprio qui, la produzione fotografica darà vita a un dialogo silenzioso ma efficacissimo, fra talenti conclamati e giovani promesse, emerse dal premio Leica Hall of Fame. Dopo Franziska Stünkel, che a Francoforte ha affiancato le sue opere al talento di Walter Vogel (entrato nella Leica Hall of Fame nel 2019), a febbraio è la volta di Joel Meyerowitz e Barbara Davidson.
Entrambi, Stünkel e Vogel, sono fotografi di strada ed entrambi lavorano con una Leica M.
“Non smetterò mai di sorprendermi di fronte all’immenso universo delle fotografie Leica, opere straordinarie e di grande valore, che hanno influenzato la nostra percezione del mondo”, ha detto la fotografa e regista in occasione del centenario. “Grazie a Leica riesco a unire importanti fotoreportage e scatti più artistici. Attributi quali i legami umani, l’autenticità e il coraggio sono rappresentativi della fotografia Leica”. Per la mostra Stünkel ha ripercorso i luoghi battuti da Vogel, rimanendo però fedele al suo linguaggio visivo. Ad esempio il World Trade Center, con le torri ancora erette. “È stato commovente ritrovarsi a quasi settant’anni di distanza proprio nello stesso luogo con la mia Leica. Continuavo a pensare e ripensare quanto fosse riuscito a cogliere nel profondo persone e luoghi”.
Molto interessante, il raffronto fra la modalità documentale di Vogel e lo stile focalizzato sui riflessi di Franziska, testimonianza di come la tecnologia sia strumento nelle mani di chi la utilizza ed esprima l’anima del fotografo. Perché Stünkel è così legata a Leica?
“Quando fotografo voglio essere parte dell’ambiente in cui mi trovo. La Leica M è piccola, e me lo consente.”

Giugno, Milano: il meraviglioso duetto Berengo Gardin/Ramistella.
Grande attesa, a Milano, per la mostra di Gianni Berengo Gardin (in combinazione con Roselena Ramistella) e per la rassegna di agosto a Melbourne, che vede affiancati Steve McCurry e Jessie Brinkmann-Evans.
Ramistella, classe 1982, è ambassador Leica: siciliana, di Gela, dopo un percorso di studi in Scienze Politiche indaga i grandi temi sociali attraverso la fotografia, con una ricerca di taglio antropologico e una grande sensibilità nel descrivere il rapporto uomo-natura. Non a caso, la giovane fotografa ha vinto il Sony Awards nella categoria Natural World and Wild Life con il reportage Deepland, capace di scaraventarti soavemente ma in maniera potente nel respiro delle persone, di farti sentire il profumo della stasi estiva, l’afrore di una criniera.
Berengo Gardin invece arriva a Leica nel 1954, comprandola a rate a Venezia, in un negozio vicino all’Arsenale. Gardin diventa un vero appassionato della grandiosa fotocamera, tanto che sulla trentina di macchine in suo possesso la metà circa sono Leica. Dalla M3 Berengo Gardin è passato alla M4, per poi passare alla M6 e M7, compagne di vita e sempre a pellicola. L’inquadratura doveva essere curata perfettamente al momento dello scatto, con piccole rifiniture successive.
In una bellissima intervista rilasciata a Wetzlar Historica Italia, il grande fotografo dichiara di amare Leica perché permette di osservare chi entra ed esce dalla scena inquadrata, con uno scatto silenzioso e velocissimo. Sul fattore cruciale della sfocatura, Berengo Gardin sottolinea come l’effetto di Leica sia meno “impastato” e molto più gradevole: addirittura gli obiettivi Leica consentono una profondità di campo che permette di usare la tecnica dell’iperfocale, snellendo e rendendo più sicura la messa a fuoco.
