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Tony Effe

La strada che da Elvis (The Pelvis) conduce a Tony Effe

di Monica Camozzi

Dalla ribellione di Elvis ai successi controversi di Tony Effe: evoluzione e contraddizioni del mito del “cattivo ragazzo” tra musica, provocazioni e dinamiche sociali.

In fondo: perché con Lucy in the Sky with Diamonds il chiaro messaggio dell’LSD dovrebbe passare e il “cracc…e più bello d’Italia” viene escluso dal concertone di Capodanno per messaggi invisi all’opinione pubblica? Certo, l’esplicitazione dei messaggi vira un tantino dalla metafora colta, ma tant’è.

Non siamo qui a misurare il talento, quello lo fanno i critici musicali: però è indubitabile che il ricciuto ragazzo, baciato da un’autoconsiderazione quasi celestiale, dilaghi sulle copertine e abbia lo stesso effetto sul pubblico femminile di cui godeva il Califfo (soprannome affibbiato a Franco Califano per le sue scorribande amorose).

Elvis The Pelvis si era rinchiuso nella villona di Memphis con droga, belle fanciulle e gli amici della cosiddetta Memphis Mafia, mentre finivano gli anni Cinquanta, ma lo si perdona perché colpito al cuore dalla morte della madre.

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Tony, al secolo Nicolò Rapisarda, ha foto tenere abbracciato a mamma che probabilmente lo accompagnava ai provini, visto che ha esordito a soli 4 anni in Viaggi di Nozze. Ed è proprio lì, da uno dei personaggi recitati da piccolo, che ha preso il nome Tony. Effe viene da Fendi: perché i “gangsta” devoti alla triade donne-motori-denaro hanno impalcature estetiche impegnative.

E nomi assolutamente evocativi: meno impattante sarebbe presentarsi come Cosimo Fini (Guè) o Dylan Thomas Cerulli (Dark Pyrex). Avrebbe un grip meno efficace sulla fascinazione che suscita l’archetipo del “cattivo” ragazzo.

Sempre la stessa storia? Quella dell’iconoclasta, contro le convenzioni, provocatore, sciupafemmine (o sciupamaschi, o sciupaƏ, è uguale).

Sì, ma è divertente analizzarla e soprattutto è istruttivo vedere quanto alcuni “segni” impattino in termini di dinamiche collettive, scatenando l’appartenenza, il riconoscimento, il fastidio.

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Da una base reale al suo sviluppo immaginario

La trap dovrebbe amplificare con stridore voluto il vero, profondo disagio sociale delle periferie. Le parole diradano, diventano pallottole secche, amplificate dall’autotune.

Qui, da noartri, si veleggia fra Trastevere, Campo de’ Fiori e Monti, zone agiate insomma. Però, con una punta di originalità lessicale: termini come Eskere (Crasi di Let’s Get It), Flexare (sintesi del concetto di impegnarsi), Bibi (Bitch diplomaticamente declinato) sono diventati una lingua codificata, simulando con le parole l’intercapedine del ghetto. Certo, a suon di borselli Gucci e Rolex e Ferrari F8 Tributo (ultima supercar di Toni Effe), ma poco importa, è il fenomeno alla base a suscitare interesse.

E poi c’è sempre un coté mistico: se Kanye West si fa chiamare “ye” (nome usato nella Bibbia, a significare noi, perciò diventa ecumenico), la Dark Polo Gang amava il 777, numero angelico (ricordati di lasciare il controllo e fidati del tuo destino).

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Tutto molto bello, in teoria, finché non ci si schianta contro alcuni muri sessisti (“le ordino da casa come Deliveroo”), decisamente svilenti per chi naviga in acque culturalmente floride (“serve una che mi succhi il c….per il 14 febbraio”) e anche un poco per il Codice Civile (“ti piace solamente quando divento violento”).

Non a caso il Sindaco di Roma ha escluso il nostro super macho dal Concerto di Capodanno, dopo una pioggia di proteste, affrettandosi a dire che Tony è libero di esprimersi ma che i soldi della pubblica amministrazione non si possono usare per coinvolgere artisti controversi.

Però, come diceva Gianna Nannini, lo scandalo funziona sempre. E se a Elvis bastavano il movimento pelvico, le “rubber legs” e il “windmill” (movimento rotatorio delle braccia), Nicolò deve alzare il tiro.

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Damme ‘na mano

Sarebbe piaciuto al Califfo, questo titolo. E infatti viene evocato in una frase del testo: forse alle ragazze degli anni Ottanta era andata un filo meglio, visto che il libico naturalizzato romano aveva partorito voli lirici come Minuetto, un intero disco per Mina, Un grande amore e niente più per Di Capri. Infatti sul Palco dell’Ariston, con buona pace delle Giovanne d’Arco del Patriarcato, Tony ci dice “sono un classico uomo italiano, amo solo mia mamma Annarita”. “Vuoi andare a cena, ma c’è la partita”.

Chissà che ne è stato del dissing con Fedez (il dissing, altro pezzo forte dei rapper). Lì se le erano cantate di santa ragione, usando la sciabola bionda e tagliente di Chiara. I tagli devono essere volati un po’ ovunque, se oggi Federico Lucia, commentando la sua Battito, la definisce “un brano molto intimo. È un brano sulla depressione costruito come fosse una canzone d’amore. Se fosse un’immagine sarebbe un pixel nero”.

I ragazzi di Gioventù Bruciata si schiantavano con la macchina (e James Dean si schiantò davvero un mese prima dell’uscita della pellicola), impersonificando la ribellione all’autorità e alla classificazione della vita in regole. Qui lo schianto talvolta, non solo per chi canta ma per chi ascolta, è solo interiore.

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