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La Sala Reale della Stazione Centrale di Milano, uno scrigno per viaggiare anche nel tempo

A cura di Matteo Muzio
Fotografie di Luca De Nardo

Per dieci giorni fino al 23 novembre gli spazi inaugurati nel 1931 per ospitare il Re e la Regina d’Italia hanno ospitato una mostra dedicata ai dieci anni della Fondazione Fs Italiane e al suo immenso patrimonio fotografico. Adesso questo spazio rimane aperto solo su appuntamento.

Fino al secondo dopoguerra, le stazioni ferroviarie sono state al centro dei vertici internazionali tra capi di stato, ministri e diplomatici. I viaggi in aereo, rischiosi e pieni di incognite, venivano spesso lasciati a piloti esperti che se la sentivano di affrontare eventuali problemi di viaggio.

Così ci sono storiche foto di capi di stato che vengono accolti appena mettono il capo fuori dal finestrino di un treno speciale riservato.

Anche per questo le autorità avevano bisogno di uno spazio a loro dedicato, visto e considerato quanto all’epoca l’idea della stazione quale piccolo centro commerciale fosse ben al di là di ogni immaginazione. 

Un esempio grandioso di questo è la cosiddetta Sala Reale della Stazione Centrale di Milano, che è per dieci giorni è stata aperta al pubblico per la mostra del decennale della Fondazione Fs Italiane, l’ente culturale che si occupa di tutelare l’immenso patrimonio culturale delle ferrovie italiane, che riguarda non solo i materiali rotabili come i treni e alcune carrozze storiche particolari, alcune delle quali, come la Belvedere dell’elettrotreno Arlecchino, hanno lasciato un marchio nei ricordi dei passeggeri che hanno avuto il privilegio di salire a bordo. Uno spazio che, immaginato dall’architetto Ulisse Stacchini nel 1912 dopo aver vinto un concorso per costruire una nuova stazione in sostituzione di quella costruita all’inizio dell’Unità d’Italia nel 1864, è stato completato da questo piccolo gioiello sconosciuto ai più che era destinato all’uso principale di re Vittorio Emanuele III e di sua moglie, la regina Elena del Montenegro, che disponevano di 416 metri quadrati suddivisi su due piani con due spazi differenti per dare uno spazio adeguato anche per il personale che accompagnava i sovrani.

Uno spazio che però era destinato anche ad accogliere chi arrivava da fuori per incontrare chi, a partire del 1931, anno dell’inaugurazione della stazione completa, era a capo del governo italiano. Una persona sola, come ben noto.

L’occhio del visitatore rimane catturato dalla magnificenza di quegli spazi, che qualcuno sarcasticamente ha definito “assiro-milanesi” per le atmosfere che evocano le scenografie di Cabiria, film cult del 1914 alla cui sceneggiatura ha partecipato Gabriele D’Annunzio.

Più propriamente, è la gemma della corona di una stazione “tedesca”, che prende a modello gli scali ferroviari di Lipsia e di Stoccarda, tanto che l’architetto Giuseppe De Finetti commentò sarcasticamente: “Fu per questo che dopo aver contribuito a sconfiggere in guerra la inciviltà teutonica l’Italia riprese ad attuare un’opera quasi «hohenzolleriana» quale è la Stazione Centrale di Milano”. Un evidente riferimento al ruolo avuto dall’Italia nella guerra del 1915-18 contro l’alleanza austro-tedesca, conflitto che fece sì che i lavori non iniziassero nemmeno ma vennero rimandati al 1925, grazie all’interessamento forte del sindaco di Milano di allora, Luigi Mangiagalli, che contribuì a realizzare quello che oggi appare anche all’osservatore più disattento quale un capolavoro dell’art déco primo novecentesco.

   

E pazienza se, data la particolare struttura sopraelevata, è più scomoda di altri scali simili.

Per chi volesse visitare la Sala Reale dopo questo breve periodo espositivo che si è appena chiuso, niente paura. È possibile prenotare una visita direttamente in stazione dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 14.30 alle 18, oppure contattando questi recapiti: Grandi Stazioni (Piazza Luigi di Savoia, 1/23 – 21124 Milano): tel. +39 02 66 73 511 – info@grandistazioni.it

Però sarebbe bello se si trovasse il modo per renderla visitabile senza prenotazione magari prevedendo un piccolo pagamento, per rendere onore a un modo di viaggiare che non esiste più ma che ci racconta molto di quello che siamo stati.

 

 

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