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Joel Meyerowitz: la rivoluzione del colore nella street photography

di Monica Camozzi

Una retrospettiva curata da Denis Curti, che esplora oltre sei decenni di innovazione e influenza nell’arte fotografica.

Prima antologica italiana di Joel Meyerowitz (New York, 1938), uno degli assoluti protagonisti della scena fotografica mondiale contemporanea, al Museo di Santa Giulia dal 25 marzo al 24 agosto, in grado di ripercorrere l’intera sua carriera, lungo sei decenni di attività, dagli anni Sessanta del Novecento ai nostri giorni. L’iniziativa, dal titolo A Sense of Wonder. Fotografie 1962-2022, curata da Denis Curti, promossa dalla Fondazione Brescia Musei in collaborazione con The Joel Meyerowitz Archive – New York, è l’inaugurazione più attesa dell’VIII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana.

A cominciare dagli anni Sessanta, Meyerowitz emerge come uno tra i giovani fotografi d’avanguardia più interessanti di New York. La sua ricerca corre in parallelo con quella di altri grandi autori quali Robert Frank, Gerry Winogrand, Diane Arbus. La rassegna presenta oltre 90 immagini organizzate per capitoli tematici e propone molte delle immagini che hanno contribuito a ridefinire il concetto di street photography, all’interno del quale Joel Meyerowitz fa il suo ingresso introducendo l’uso del colore per interpretare e cogliere appieno la complessità del mondo moderno.

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Mostra si muove come retrospettiva antologica che ripercorre le sue vite 10 capitoli

Lui si muove in vita come street photographer cercando suggestioni poi fa una cosa inaspettata perché nella foto di strada introduce colore.

Può sembrare banalità ma era considerato banale dai fotoamatori mentre lui la fa in maniera ragionata. Grandissimo innovatore capace di descrivere i codici contemporanei del reportage. Fa storie dove capisci che per lui è strumento di riflessione. La Guerra del Vietnam non è reportage, fa reportage su come vivono gli americani mentre c’è la guerra in Vietnam e fa capire che la fotografia non è documentazione ma è pensiero.

Codice espressivo che cambia molto nel tempo; le sue foto sono pensate, sono il risultato di un pensiero.

Rivoluzione non accettata. Combattuta. Un po’ come Bob Dylan che non voleva mai fare le stesse canzoni, ci ha creduto e ha continuato. Inventore della poetica del colore.

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Un autore così storicizzato, un centinaio.

Io amo il suo lavoro sulle città americane e quello che mi piace di più è che ha ispirato registi e influenzato intere generazioni di fotografi. Wim Wenders, amante della fotografia, ha guardato con grande interesse le immagini di Joel, a sua volta pittura di Hopper, non si inventa niente, ci si passa la palla.

Quadro che cambia nel tempo. Frank fa lavoro in anni precisi, ma il libro The Americans degli anni ’50 è un’America in cui gli americani non si riconoscono. Quella di Meyerowitz è invece un’America che non si guarda dentro fino in fondo: esempio del Vietnam, evidente la gente prende il sole, è un’America distratta, ma ha anche sofferto drammaticamente, con foto dell’11 settembre, reale e meravigliosa, con paesaggi pazzeschi, città bellissime.

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