Home Art & Style Intervista a Gianluca Marziani: conosciamo tutti Bansky perché ha molto da dire
banksy venice

Intervista a Gianluca Marziani: conosciamo tutti Bansky perché ha molto da dire

Secondo il critico, grande conoscitore dell’artista senza volto, l’arte deve uscire dal suo sistema tradizionale per aprirsi al grande pubblico e rendersi conto che è un pezzo importante dell’economia mondiale.

A cura di Matteo Muzio

Secondo il critico, grande conoscitore dell’artista senza volto, l’arte deve uscire dal suo sistema tradizionale per aprirsi al grande pubblico e rendersi conto che è un pezzo importante dell’economia mondiale.

In un mondo pieno di grandi personalità come quello dell’arte, c’è un autore che tutti conoscono del quale però non conosciamo né il nome, né il viso. Sappiamo però come si fa chiamare: Banksy. Perché non opera nelle gallerie ma nelle strade e negli spazi pubblici. Abbiamo fatto qualche domanda a Gianluca Marziani, critico e curatore che si occupa di arti visive a livello interdisciplinari nonché uno dei massimi conoscitori di Bansky su scala globale, sul quale ha scritto numerosi libri, tra cui l’ultimo, uscito per Giunti nel 2021, e scritto insieme a Stefano Antonelli. Per capire quali sono le ragioni del successo immenso di questo artista e quali sono le dinamiche che oggi muovono il mondo dell’arte.

Gianluca Marziani, lei è uno dei maggiori esperti al mondo di Bansky: si tratta di un artista unico, di cui non conosciamo il nomer sparisce l’elemento dell’ego dell’artista (o paradossalmente lo rinforza). Ci fa concentrare sul suo pensiero e non sulla tecnica. Banksy col suo modo di esprimersi fa sì che ci dobbiamo chiedere: anche l’arte contemporanea deve uscire dall’idea di fare cose per gli addetti ai lavori?
Un tema centrale oggi, è quello della comunicazione e dell’inclusività rispetto alla società. L’arte contemporanea dal dopoguerra in poi ha fatto un processo di autoanalisi e di chiusura, in autoreferenzialità; tutto questo è cambiato in maniera radicale con i social media. L’artista che ha capito meglio il ponte tra mondo analogico e digitale è Banksy; lo ha capito perché tutta la sua progettualità è un ponte tra un mondo che esiste ancora (pittura, scultura, tecniche tradizionali) e uno nuovo. Lui usa strumenti semplici come lo stencil abbinati agli interventi sulla città; non è un writer, ha un lavoro basato su un progetto e sui temi. È una specie di editorialista visivo della società, che affronta temi urgenti con opere di impatto visivo e catartico; questo, entrato nel flusso social, fa sì che diventi l’artista più rilevante del mondo.

Un artista da primato dunque
Non si parla di record di mercato ma di efficacia sulle persone: è un artista nominato in tutti i telegiornali che cambia continuamente le regole del gioco. È temuto e visto con snobismo dal sistema dell’arte, anche perché è l’unico artista non diventato tale col sistema galleristico ma tramite sé stesso. L’arte è un sistema con una filiera molto precisa e Banksy l’ha rotta: musei importanti come il MOMA non fanno mostre di Banksy ma i loro bookshop vivono grazie alle sue opere. Questo artista ha sottolineato un paradosso: tutti lo vogliono ma non sta nei musei. È un gioco di continue contraddizioni; è il mondo in cui un’opera disegnata su un’aspirina può costare quanto un appartamento di 200 mq in un grande città. L’arte è diventata un progetto finanziario, e quindi ha un peso di merce e valore; nonostante ciò, chi ci lavora deve saper trarre nuovi valori reali, al netto del valore finanziario.

banksy swinger building detail

Quindi si tratta di un rovesciamento di un concetto di artista alla Damien Hirst, costruito solo nelle gallerie.
Qui si centra il punto che ho toccato nel mio libro. Banksy e Hirst sono amici, il primo studio a Londra di Banksy era suo. Qualcuno ha detto che sono la stessa persona ma non è vero; sono due facce della stessa medaglia, uno ha basato tutto sul potere del sistema dell’arte, attraversandolo nel massimo degli esiti per arrivare a una liberazione dal sistema. Oggi ha dei manager e può permettersi di mandare a quel paese qualsiasi gallerista. Ha fatto il processo partendo dalla Biennale del ’93 di Bonito Oliva e avanti, Banksy invece viene dalla strada, dall’illegalità, dal mondo del writing e della street art e oggi pian piano si stabilizzerà un interesse attorno a Banksy con una gestione più galleristica del suo lavoro e si ritrovano sulla stessa posizione; Hirst partito dalle gallerie si sta emancipando, Banksy partito dall’emancipazione totale sta cercando di entrare nel sistema, anche se con le sue regole.

Da un lato c’è la street art, l’arte pubblica in senso assoluto e poi quella delle esposizioni. Quanto è compresa dal grande pubblico e dalle istituzioni l’arte urbana. Viene ancora considerato vandalismo o c’è maggiore sensibilità?
È sia una questione complessa che semplice allo stesso tempo. Il writing murario di vecchia scuola si è ormai trasformato in intervento di rigenerazione urbana. Questo ha un vantaggio, perché piace alle istituzioni. Abbellire un contesto di disagio piace alle istituzioni perché restituisce periferie a condizioni di minor degrado, allo stesso tempo si esce dal confine dei tag entrando in una dimensione più muralista, come facevano in Italia personaggi come Sironi negli anni ’30. C’è dunque una diversità di linguaggi, soluzioni e temi interessanti; ad esempio, abbiamo un artista come Blu che fa interventi pazzeschi.

Alla fine si è capito cosa bisogna fare della Street Art dunque?
C’è un doppio dibattito: chi dice che bisogna consumare le opere fino alla dissolvenza e chi dice che vadano conservate. Io penso che le più belle vadano salvate, la street art ci appartiene anche inconsapevolmente e dobbiamo essere cittadini più civili e attenti. L’importante è non scegliere un’arte puramente decorativa e celebrativa del Paese; in altri casi come il murale di Ozmo a Colleferro per Willy Monteiro è diventato un muro di preghiera laica e quindi si capisce quanto l’arte può ancora costruire immagini sacrali. È interessante che ancora oggi l’arte sia ancora oggi l’unico produttore di simboli visivi, non a caso nei Paesi con le dittature viene ancora definita pericolosa: perché può produrre sentimenti e spiriti di libertà. Ha uno strano potere, come un minerale da maneggiare con cura: irradia una radiazione potente e l’arte urbana genera processo di conoscenza artistica verso persone che non entrerebbero in un museo o in una galleria. C’è tanta polemica sull’artista Jago, poco amato dal sistema ufficiale dell’arte ma molto amato dai giovani; lui lavora sui sentimenti, una scelta vincente sui social.

Si è creata una dicotomia allora.
Bisogna tener conto di tante cose, l’arte ha pensato per troppo tempo di essere un pianeta a sé stante. Chiediamoci perché piace tanto un artista che non consideriamo tale? Sia Jago che Banksy sono molto amati dalla gente e poco dal sistema intellettuale, chi avrebbe ragione? Indubbiamente bisogna ascoltare le persone, poi sulla base di questo deve esserci un lavoro di supporto del gusto e poi con questi strumenti si fa quello che si vuole. Bisogna dare una guida e dei margini da cui non uscire. Stabilito questo, poi è una questione di gusti personali. Banksy è potente, la ragazza col palloncino è importante quanto la Monna Lisa, nonostante sia banale nella tecnica. L’arte si ottiene quando si riescono a comprimere forza, potenza, sensorialità in una singola immagine.

Un potere che va al di là di quella che è la capacità tecnica.
Esiste una resistenza di chi difende la manualità. Se lavori con elementi riciclati dal paesaggio e fai installazioni non è una questione tecnica ma simbolica, ti basi su quanto il messaggio possa essere forte. Ci sono artisti che fanno cose sensazionali senza saper disegnare. Il risultato sta in quello che esprimi, in quello che si vede. Poi ci sono persone con maniacalità cosmetica, ad esempio le sculture di Jeff Koons non possono avere un graffio, altri hanno diversi principi, ma a volte si esce dalla tecnica e si entra nel manierismo.

Un aspetto che abbiamo sfiorato è l’impatto social sull’arte. Prima la selezione degli artisti esordienti si andava a cercare andando in giro, ora è più facile capire chi vale e chi no?
Si riesce ora, con strumenti, a discernere più facilmente tra valido e non valido. Per un fruitore generico era molto più semplice il modo di prima, sapevi quali erano le gallerie e i musei e ti muovevi in un contesto chiuso. Oggi ci sono un’infinità di situazioni reali/virtuali, per un generico è diventato complicatissimo ma ora puoi scoprire tanta roba che ti somiglia, molto più di prima. Prima la selezione era fatta solo degli operatori culturali, oggi gli artisti possono proporsi da soli, alcuni in maniera ignobile ma tanti altra con qualità e un sistema organizzativo invidiabile. Ci sono autori senza gallerie e musei che fatturano mezzo milione di euro l’anno. Il concetto di museo è diventato aperto: cose nuove, realtà nuove e in questo arcipelago la cosa più complicata è saper navigare. Oggi è difficile concepire il miglior museo, il miglior artista. Ci possono essere tante autonomie sparse con presa forte su società e settore culturale: ad esempio abbiamo tanti artisti vecchi che non hanno saputo innovarsi, altri che vengono riscoperti per margini di qualità e altri ancora che magari non verranno mai scoperti.

bethlehem banksy

E quindi dove in che situazione ci troviamo?
Ci troviamo dentro una dinamica dove ci sono cose molto diverse; quando si progetta un’esposizione, ad esempio, bisogna pensare ai numeri della mostra, a quanto può incassare; per decenni non ci si poneva il problema, c’erano sia i musei pubblici che i grandi finanziatori, adesso ognuno può crearsi il suo museo con la sua microeconomia, creando un soggetto dell’arte, così cadono gli aloni di snobismo chic.

Torniamo sull’impatto espositivo, bisogna anche ragionare anche a livello economico?
L’arte non era mai stata chiamata sistema industriale, ed è un errore, perché può esserlo allo stesso modo di musica e cinema; se non diventa così, se rimane una cosa poetica per pochi ricchi, i finanziamenti pubbici vengono tolti senza starci troppo a pensare; se invece dai lavoro a 100mila persone improvvisamente diventi interessante perché hai formato un’economia

Altra cosa è l’aspetto esperienziale interattivo. Quanto è diventato importante?
Noi viviamo in una società digitale, quello che una volta era una cosa eccezionale come una sala immersiva, oggi è un valore acquisito. Oggi nascono musei basati esclusivamente su questo, porta poi al tema degli Nft e dell’arte digitale. C’è stato un paradosso e confusione iniziale, dopo la grande bolla però ci sarà una rinascita con processi qualitativi. Nella cultura immersiva si andrà verso processi più specifici, dettagliati, sartoriali; ci saranno sempre musei stupidi così come brutti ma il concetto stesso sta cambiando, l’immersivo è utile perché le persone vogliono esperienze sulla pelle in un mondo sempre più digitalizzato. Il contraltare allo schermo dell’essere umano è un detox di sensorialità analogica e crescerà sempre di più. Oggi con una tecnologia veloce e potente sarà tutto sempre più immersivo, entreremo sempre più negli studi degli artisti e nel modo di fare l’opera. La gente si eccita in modo sano davanti a tutto questo: tutte le tecnologie vanno al servizio della qualità, dell’approfondimento, del miglioramento dei processi burocratici. Detto ciò, non scomparirà la pittura, la scultura, il disegno. L’uomo continuerà a disegnare, siamo partiti nelle grotte di Lascaux e si disegna ancora.

Potrebbe interessarti anche:

Alma: perle e gioielli
Logo Art & Glamour Magazine

Copyright © 2023  Art & Glamour Srl – All Right Reserved 

Designed and Developed by Luca Cassarà

Art & Glamour Srl – P.Iva: 12834200011
Registro Stampa N. Cronol. 7719/2023 del 23/03/2023
Tribunale di Torino R.G. N° 7719/2023 – Num. Reg. Stampa 5