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Il fascino del Demiurgo: Ugo Cacciatori

di Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi
Foto di Simone Angarano

Nel mito platonico, esisteva una figura capace di tradurre il caos del mondo in bellezza, che portava in sé la perfezione ideale. Questo artefice creatore era il Demiurgo, capace di plasmare e vivificare la materia, fornendo le cose di un’anima.
Vedere un gioiello, un manufatto di Ugo Cacciatori, è come trovarsi a metà fra il mondo delle idee e quello terreno. 

E ci si interroga, al primo sguardo: “da dove scaturisce l’arte? È innata o indotta? 
Essere nato a Carrara e avere respirato ogni sfumatura del marmo fino alla sua trasduzione artistica, ha certo contato. Avere l’istinto del viaggiatore che riversa il suo sentire in oggetti, metabolizzando le ispirazioni raccolte nel percorso, è stato senza dubbio rilevante. Ma quando si guarda un oggetto di Cacciatori, ogni speculazione teorica viene abbandonata. Perché arriva all’ipotalamo, come un profumo. E ci si lascia semplicemente cullare dalla maestosità dell’argento, mai limpido, sempre adombrato, dei citrini frammisti a diamanti, della materia grezza e delle pietre preziose, dell’oro che abbandona la sua superbia. Con un’impronta ornamentale suggestiva, profonda, che si manifesta come un gene.

Il viaggio che ti porta a creare è mentale o fisico?
Il viaggio comincia dalla nascita. E non inizia nudo e libero. Veniamo al mondo con un bagaglio genetico, il minimo indispensabile per affrontare la vita. Come dei minuscoli viaggiatori dell’universo, arriviamo con strumenti plasmati da chi ci ha preceduto, con predisposizioni innate che solamente la fortuna, i maestri, le esperienze permettono di esprimere oppure reprimere.

Quando un artista diventa “avanguardia”?
Premetto che non mi considero un artista. Il mio atto nel creare è il frutto della curiosità, in primis, e dell’esperienza. È la capacità di osservare e di farsi domande, cercando tra le soluzioni e le applicazioni la possibilità mai espressa prima. Questo atteggiamento prevede la comprensione ed il mantenimento dei processi nello stesso identico momento in cui si elimina la retorica e, per quanto possibile, quello già fatto prima da altri. 

L’ avanguardia è semplicemente il cassetto dove riporre le visioni singolari ma coincidenti di altri creativi impegnati, con gli stessi significati e con la stessa intenzione, nel superamento del presente”.

Tu racconti storie componendo la materia: da dove parti?
Parto con semplicità dalla materia stessa, facendomi guidare dall’intuito e da quello che normalmente viene chiamato stile, che non è altro che l’insieme delle cose che mi piacciono e che mi diverto a ricomporre in maniera nuova. Il risultato deve entusiasmare me, per primo. Il resto in verità non mi interessa molto. La scelta dei materiali è una preferenza che deriva da così tanti fattori personali che è impossibile elencare e che comunque non fanno parte della storia che racconto, se non per quella che racconto a me mentre ‘assemblo’. In poche parole, non è molto importante se un significato è scritto a penna o inciso nella pietra.

Ho la sensazione che se io vengo sorpreso da quello che creo, altre persone in qualche modo simili a me avranno le stesse sensazioni”.

Ti hanno fotografato autentici maestri dell’immagine: chi ti ha rappresentato in modo più fedele a come ti senti tu?

Se per “ti hanno fotografato” intendi che hanno interpretato e rappresentato le mie ‘creature’, ho avuto la fortuna di far parte del lavoro di veri artisti dell’obiettivo: Wayne Maser, Ellen Von Unwerth, Paolo Roversi, Peter Lindbergh, Steven Meisel, Steven Klein e addirittura Karl Lagerfeld. Non voglio però con questo dimenticare fotografi bravissimi e talentuosi, ma non conosciuti da tutti, che mi hanno forse ancor meglio rappresentato negli anni; parlo di Giuseppe Toja, Yuri Catania, Alexo Wandael, Ruediger Glatz, Alberto Maria Colombo, Giulia Noni, Leonardo Bertuccelli e Daniele Golia, amici che sono riusciti a ritrarre i miei gioielli, i miei oggetti di design e le mie architetture in maniera precisa ed empatica, alcune volte rubando ritratti e momenti della mia vita più intima.

La natura è un linguaggio universale, l’arte è la sua interpretazione umana”.

In te convivono il simbolismo, la natura, l’arte, ma sempre con una spolverata gotica: perché?
Se partiamo dal presupposto che mi considero un razionalista con tendenze brutaliste… non credo che la “spolverata gotica” sia pertinente con il mio stile. Al limite parlerei di ‘spolverata’ decorativa, o meglio romantica, su forme comunque minimali e funzionali, un mio divertimento che ho sempre voluto perseguire, quando più e quando meno, anche a ricordo di una tradizione scultorea ornamentale della mia famiglia Cacciatori. C’è sicuramente del simbolismo nascosto, ma non occulto.  La natura e l’arte non sono altro che i punti di riferimento del bello e dell’equilibrio estetico che dovremmo avere tutti.

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