Home Art & StyleFashion & StyleGiorgio Armani: l’ultimo Re d’Italia
Giorgio Armani: 90 anni di eleganza senza tempo

Giorgio Armani: l’ultimo Re d’Italia

di Anna Smith

Addio a Giorgio Armani, il re della moda che ha rivoluzionato lo stile

Milano, 4 settembre 2025 – Il mondo della moda piange la scomparsa di Giorgio Armani, spentosi oggi all’età di 91 anni nella sua casa di Milano. Con lui se ne va un autentico pioniere dello stile contemporaneo, un sovrano senza corona universalmente conosciuto come “Re Giorgio”. In oltre mezzo secolo di carriera ha fondato un impero globale e rivoluzionato il concetto di eleganza, ridisegnando il modo in cui uomini e donne si vestono nel mondo. Dalle passerelle ai red carpet internazionali, Armani ha imposto una visione inconfondibile di raffinatezza minimalista, facendo del made in Italy un sinonimo di classe e innovazione.

Gli inizi e la nascita di un impero

Giorgio Armani nacque a Piacenza l’11 luglio 1934. Dopo l’adolescenza si trasferì a Milano con la famiglia nel 1949. In gioventù seguì studi di medicina, ma senza trovarvi passione: interruppe l’università dopo il servizio militare, incerto su quale strada percorrere. Fu il caso a condurlo verso la moda: appena ventenne accettò un impiego ai grandi magazzini La Rinascente di Milano, pur di lavorare. Si ritrovò nel reparto abbigliamento e finì per tracciare, senza saperlo, il proprio destino. Qui apprese i rudimenti del mestiere e, lavorando anche come buyer, iniziò a innamorarsi di quel mondo in cui inizialmente non pensava nemmeno di entrare.

Verso la metà degli anni ’60 Armani compì il passo successivo: fu assunto dallo stilista Nino Cerruti nel 1965, disegnando la linea maschile Hitman senza ancora avere una formazione tecnica specifica. Proprio in quegli anni conobbe l’architetto Sergio Galeotti, che divenne suo socio, compagno di vita e figura chiave nel convincerlo a mettersi in proprio. Forte di queste nuove alleanze, Giorgio decise di fondare una propria maison: il 24 luglio 1975 nacque ufficialmente la Giorgio Armani S.p.A. a Milano, con sede in due piccole stanze di corso Venezia. La prima sfilata, presentata per la primavera/estate 1976 al Plaza Hotel di Milano, fu accolta da un successo immediato, contribuendo a consacrare Milano come nuova capitale del prêt-à-porter italiano. Leggenda vuole che, poco prima di quel debutto, Armani decise di includere in collezione alcuni capi a pois e, non essendoci il tempo per produrli, li disegnò a mano con un pennarello direttamente sul tessuto. “L’intuizione è tutto”, dirà anni dopo ricordando quell’episodio, a riprova del suo genio creativo fuori dagli schemi.

Il sodalizio con Galeotti segnò gli albori del marchio, ma purtroppo fu destinato a interrompersi presto: nel 1985 Sergio Galeotti venne a mancare prematuramente a soli 40 anni, in piena espansione del brand. Armani, devastato dalla perdita personale, reagì dedicandosi anima e corpo al lavoro. Circondato dalla fidata rete famigliare – la sorella Rosanna, i nipoti e collaboratori di lunga data – lo stilista riuscì a portare avanti la visione condivisa con Galeotti, continuando la crescita dell’azienda senza tradirne lo spirito originario.

La rivoluzione Armani: dagli anni ’80 al successo internazionale

All’alba degli anni Ottanta, Giorgio Armani introdusse una trasformazione epocale nel mondo del fashion. Nel 1980 lanciò il simbolo della sua rivoluzione stilistica: la giacca destrutturata. Rimuovendo imbottiture e rigidità interne, creò blazer più morbidi, fluidi e confortevoli senza perdere eleganza né definizione della silhouette. Da quel momento nulla fu più come prima: Armani ammorbidì l’immagine dell’uomo e al contempo rese più grintosa quella della donna, inaugurando un nuovo linguaggio estetico. “Sono stato il primo ad ammorbidire l’immagine degli uomini e a indurire l’immagine delle donne,” affermò lui stesso, “Ho vestito gli uomini con tessuti femminili e ho rubato agli uomini ciò che le donne volevano e di cui avevano bisogno: il power dress”. Le sue collezioni iniziavano a fondere i codici maschili e femminili: indimenticabili i tailleur da donna in tessuti un tempo riservati agli abiti da uomo, come il gessato o il principe di Galles, con spalline pronunciate a conferire alle donne un’aria autorevole e moderna. Questo approccio androgino, condito dai toni neutri amati dallo stilista – grigio, beige e il celebre greige a metà tra i due – segnò un’intera epoca, ridefinendo i confini dell’eleganza per una nuova generazione.

Il mondo non tardò ad accorgersi di questa rivoluzione. Hollywood abbracciò presto lo stile Armani: nel film American Gigolo (1980) un giovane Richard Gere sfoggiò un guardaroba interamente firmato dallo stilista, portando sul grande schermo l’immagine dell’uomo Armani – seducente, sofisticato e disinvolto. In quegli stessi anni le dive iniziarono a scegliere Armani anche fuori dal set: celebri gli Oscar del 1992 in cui Jodie Foster ritirò la statuetta vestendo un tailleur Armani impeccabile. Di lì a poco il red carpet sarebbe diventato una passerella d’alta moda, e Re Giorgio fu tra i primi artefici di questo cambiamento. Abiti da sera luccicanti di perline e linee pulite ma lussuose conquistarono le star e il pubblico, imponendo il suo stile essenziale come nuovo status symbol internazionale. La consacrazione definitiva arrivò nel 1982, quando il settimanale Time gli dedicò la copertina, evento eccezionale per uno stilista (prima di lui era accaduto solo a Christian Dior negli anni ’50). Armani stesso, con la consueta umiltà, definì allora quel riconoscimento “un’esagerazione prematura”, sentendo di avere ancora molto da dire. Col senno di poi, quella copertina si rivelò tutt’altro che prematura: sancì la statura ormai leggendaria di un creativo destinato a lasciare un segno indelebile nella moda mondiale.

Un impero globale: moda, lusso e oltre

Dopo i trionfi degli anni ’80, l’impero Armani continuò a espandersi in ogni direzione. Nel 1981 lanciarono la linea giovane Emporio Armani, seguita a ruota da Armani Jeans. L’iconico logo dell’aquila imperiale campeggiato su jeans, t-shirt e accessori divenne subito uno status symbol per i giovani degli anni ’80, con il flagship store di via Durini a Milano meta di veri pellegrinaggi fashion. Armani diversificò la sua offerta come pochi altri stilisti: arrivarono profumi best-seller, linee di occhiali e accessori, e persino un settore dedicato allo sport. La linea EA7 vestì atleti e appassionati, fino a includere le divise della squadra olimpica italiana, mentre nel 2008 lo stilista diventò proprietario della squadra di basket Olimpia Milano, a testimonianza del suo amore per lo sport. Negli Stati Uniti aprì le prime boutique Armani Exchange (A|X) nel 1991, portando lo stile Armani verso un pubblico più ampio e giovane su scala internazionale. Nemmeno le uniformi di servizio sfuggirono al suo tocco di classe: nel 1991 disegnò le eleganti divise per il personale di volo di Alitalia, conferendo persino alla compagnia di bandiera un nuovo prestigio di immagine. Nel 2005, a coronamento di una carriera già straordinaria, Giorgio Armani debuttò nell’haute couture a Parigi con la sua prima collezione Armani Privé. Emozionatissimo per questa nuova sfida, vide in breve tempo le sue creazioni di alta moda diventare le preferite di star e facoltosi clienti di tutto il mondo, consolidando ulteriormente il mito Armani sui red carpet internazionali.

Oltre ad aver cambiato la moda, Armani innovò anche il modo di comunicarla e diffonderla. Visionario e intraprendente, fondò insieme alla sorella Rosanna una rivista aziendale (EA Magazine) con contenuti editoriali originali – la prima nel suo genere – per dialogare direttamente col pubblico. Fu tra i primi marchi di lusso a investire in grandi affissioni pubblicitarie nelle città: celebre il maxicartellone in via Broletto, nel cuore di Milano, su cui comparvero le campagne Emporio Armani già dal 1984, sfidando i canoni dell’epoca. Quasi quarant’anni dopo quello stesso muro è ancora occupato dai suoi manifesti, divenuto parte integrante del paesaggio urbano milanese. Armani trasformò anche le sfilate in eventi spettacolari: basti pensare allo show Emporio Armani tenuto all’aeroporto di Milano-Linate nel 2018, con un hangar allestito a passerella, voli di linea deviati, migliaia di invitati sugli spalti e persino un concerto a sorpresa di Robbie Williams a fine show. Ancora una volta, Giorgio dimostrò di saper unire moda e intrattenimento su scala globale, anticipando tendenze che molti altri avrebbero seguito.

L’universo Armani ha spaziato ben oltre l’abbigliamento, abbracciando l’idea di uno stile di vita a 360 gradi. Nel 2000 la sede storica di via Borgonuovo a Milano si è affiancata a un nuovo grande quartier generale in via Bergognone, ricavato da un’ex fabbrica e comprensivo dell’Armani/Teatro firmato dall’architetto Tadao Ando. Nel 2015, di fronte a quegli spazi, lo stilista ha inaugurato l’Armani/Silos, un imponente archivio-museo dedicato alle sue creazioni e aperto a mostre di moda, arte e fotografia. Intanto, già dal 2010 Armani si era lanciato anche nell’hôtellerie di lusso: prima con l’apertura degli esclusivi Armani Hotel a Dubai e a Milano, poi con lo sviluppo di residenze di design firmate Armani, portando la sua estetica essenziale anche nell’architettura e nell’interior design. Coerente in ogni progetto, Giorgio ha sempre privilegiato un lusso sobrio e funzionale, radicato nella qualità e nell’eleganza senza tempo. Questo approccio gli è valso innumerevoli riconoscimenti ufficiali negli anni. Emblematico, ad esempio, il conferimento della laurea honoris causa in Global Business Management da parte dell’Università Cattolica di Piacenza nel 2023: per l’occasione una folla di concittadini ed estimatori accorse ad applaudirlo, riempiendo la città di orgoglio e affetto.

L’eredità di Re Giorgio

Schivo e riservato nella vita privata, Giorgio Armani ha incarnato fino in fondo la figura dell’artigiano-artista dedicato anima e corpo al proprio lavoro. Anche dopo decenni di successi, non ha mai smesso di partecipare in prima persona alla vita dell’azienda: a chiunque poteva capitare di vederlo, di buon mattino, armeggiare personalmente con i manichini nelle vetrine della boutique di via Sant’Andrea, sotto lo sguardo incredulo dei passanti. La sua franchezza era altrettanto nota: Armani ha sempre detto apertamente ciò che pensava, anteponendo il rispetto per chi indossa i suoi abiti alle fugaci follie delle tendenze. Nel 2020, durante i primi allarmi della pandemia da Covid-19, fu il primo stilista a scegliere di sfilare a porte chiuse per proteggere ospiti e staff, quando ancora molti esitavano. Contestualmente scrisse una lettera aperta all’industria della moda invitando a rallentare i ritmi frenetici del sistema e ritrovare una maggiore sostenibilità. In seguito donò milioni di euro agli ospedali e riconvertì i propri stabilimenti per produrre camici monouso, beni ormai introvabili nei momenti più critici dell’emergenza Nel febbraio 2022, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, fece sfilare la propria collezione senza musica, in segno di rispetto per le vittime: alla fine dello show si commosse fino alle lacrime, pensando ai bambini sotto le bombe. Gesti come questi, sinceri e sentiti, hanno mostrato al mondo l’uomo dietro il grande couturier, rafforzando ancor di più l’ammirazione e l’affetto del pubblico verso di lui.

Instancabile e appassionato, Armani ha lavorato fino all’ultimo giorno della sua vita. Nel luglio 2024 ha celebrato i suoi 90 anni con una grande festa insieme a tutti i dipendenti. Per chiunque altro 90 anni rappresenterebbero un traguardo finale, ma non per lui: proprio in quei giorni presentò a Parigi una collezione Armani Privé considerata tra le più belle di sempre, a riprova di una creatività ancora vivissima. Pochi mesi dopo, contro ogni consuetudine, portò la sfilata Giorgio Armani donna Primavera/Estate 2025 a New York anziché a Milano, segno che la voglia di innovare non lo abbandonava mai. Aveva accennato alla possibilità di rallentare il ritmo lavorativo, ma di fatto è rimasto al timone creativo senza pausa. Nel giugno 2025, per la prima volta, dovette disertare una sfilata (la collezione uomo) a causa di problemi di salute, seguendo però da remoto ogni dettaglio e delegando al fidato braccio destro Leo Dell’Orco il saluto finale al pubblico. Fino a pochi giorni fa Armani stava organizzando la sfilata celebrativa dei 50 anni del suo marchio, prevista all’Accademia di Brera il prossimo 28 settembre, lavorando ai preparativi nonostante la convalescenza. La morte lo ha colto nel suo elemento, al lavoro sui suoi amati progetti, lasciando sgomenti collaboratori e ammiratori in ogni angolo del pianeta.

Con Giorgio Armani si chiude un capitolo monumentale della moda. Lascia un impero senza eguali nella storia del settore, un marchio divenuto simbolo stesso di eleganza e creatività visionaria. Ma la sua eredità più grande non sta soltanto nei numeri o nei pur iconici capi che ha creato: risiede piuttosto nell’aver insegnato al mondo che lo stile è sostanza, linguaggio universale che parla di noi ancor prima delle parole. Nel commosso messaggio diffuso oggi dai suoi dipendenti e familiari, la “grande famiglia” Armani ha promesso di «proteggere ciò che ha costruito e portare avanti la sua azienda nella sua memoria, con rispetto, responsabilità e amore». È forse il tributo più bello per un uomo che ha dedicato la vita alla moda, elevandola ad arte e regalando al mondo un nuovo modo di essere eleganti.

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