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Giancarlo Berardi: una storia lunga cinquant’anni

A cura di Monica Landro
Fotografie di Luca De Nardo

Giancarlo Berardi è una figura di spicco nel mondo dei fumetti italiani ed il suo nome è inevitabilmente legato a Ken Parker e Julia, i suoi due più grandi personaggi tra i tanti che hanno preso vita dalla sua mente e dalla sua penna.

Siamo in verità di fronte ad un artista poliedrico la cui sensibilità artistica affiora in diversi campi e non si ferma solo al fumetto. Berardi, classe 1949, è sempre stato impegnato anche nel campo del teatro e della musica. È infatti un ottimo cantante e chitarrista. La sua versatilità lo porta ad essere dagli anni ’70 ad oggi, un punto di riferimento per gli appassionati di arte e di fumetti, in Italia e nel mondo.

Cosa ti ha ispirato a diventare un fumettista e come hai iniziato la tua carriera nell’industria dei fumetti?
A quattro-cinque anni, imparavo le canzoni napoletane dalla radio e le ripetevo, senza capirne il significato. In quel tempo, la Rai andava nelle scuole e io fui scelto per declamare una poesia. Seguì il debutto in un teatrino studentesco, nella parte del protagonista. Alle superiori, quell’esperienza mi vide anche nelle vesti di autore e regista. Contemporaneamente, mi dilettavo nel disegno, frequentavo assiduamente il cinema, la letteratura, i fumetti, e una chitarra scassata.

Chi ha tanti talenti fatica a sceglierne uno.
Infatti, continuai a coltivare le mie passioni, finché il destino mi impose Ivo Milazzo come compagno di banco. Lui disegnava meglio di me, io scrivevo meglio di lui. Formammo un duo affiatato e scegliemmo di esprimerci attraverso le nuvole parlanti. 

Riusciste ad affermarvi subito?
No! la gavetta fu lunga e penosa. Scrissi storie per Disney, per Silvestro, per Tarzan, per Diabolik… Insomma, imparai il mestiere. Intanto, mi esibivo con il mio gruppo “beat”, Gli scorpioni, per i quali composi le prime canzoni.

Sei riuscito anche a laurearti…
Con una tesi sulla sociologia del romanzo poliziesco. E avevo cominciato a viaggiare, soggiornando in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Spagna. Davo gli esami fra una partenza e l’altra.

Torniamo alle tue esperienze nel mondo del teatro e della musica. Come hai vissuto questi tuoi lati artistici?
Sono stati propedeutici per la professione che ho scelto. Le esperienze di regista mi aiutano nelle sceneggiature; l’attitudine alla recitazione mi permette di verificare la naturalezza dei dialoghi; il senso del ritmo è fondamentale, altrimenti la narrazione diventa un brodo allungato.

Qual è il tuo processo creativo quando si tratta di scrivere una storia a fumetti?
Dipende come mi sveglio la mattina, se in tono maggiore o minore. Ma soprattutto mi dedico ai personaggi, di cui devo sapere tutto: età, nascita, origini, studi, relazioni, attività… Quando ho questi elementi ben chiari, mi basta inserire il personaggio in una situazione e lui porta avanti la vicenda da solo.

Quanto peso dai al testo e quanto all’illustrazione, all’interno di una storia?
Devono essere complementari. I lettori si aspettano un episodio avvincente e il disegno deve accompagnarne lo svolgimento, presentando ambientazioni realistiche, fisionomie riconoscibili, espressioni naturali. Un lavoro difficile, che richiede un’alta specializzazione.

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Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Mi considero un narratore verista, quindi prendo spunto dalla vita. Mi interesso al genere umano. Ne studio la fisiognomica, i caratteri, le reazioni, i dialoghi. Ogni persona ha scritto in volto la propria storia. Il mio mestiere è tradurre quelle storie in parole e immagini.

Quanto c’entrano la cinematografia, la letteratura e la cronaca vera?
Parecchio. Ogni giorno dedico un’ora alla lettura dei quotidiani, ma il mio background culturale è infarcito di cinema, teatro, letteratura, musica. Ho visto migliaia di film, che ora riguardo grazie a una collezione di 3500 dvd. Ho imparato a leggere su “L’ultimo dei mohicani”, di James F. Cooper, una storia western. Da ragazzino, invece, ho scoperto i racconti di Sherlock Holmes, che nel 1980 ho trasposto in vignette con i disegni di Giorgio Trevisan.

Ken Parker uscì nel 1977.
Lo ideai, però, nel ’74. Doveva essere un numero unico, ma quando il mio editore vide il risultato volle che continuassi. Così, in venticinque anni, ho prodotto un centinaio di storie.

Julia Kendall è uno dei tuoi personaggi più noti. Come nasce?
Nel 1994, Ken Parker era al minimo delle vendite. Sergio Bonelli m’invitò a proporgli qualcosa di nuovo. Nacque Julia. Una protagonista donna, simbolo dell’emancipazione femminile che contraddistingue la nostra epoca. Bella, elegante, colta, determinata: la quintessenza della ragazza moderna.

Julia esercita la professione di criminologa e insegna all’università.
La definisco una “detective dell’animo”, perché oltre ad assicurare i criminali alla giustizia, cerca di capire – senza giudicare – le pulsioni profonde che li spingono a delinquere. Per prepararmi alla serie, nel 1996 frequentai il corso di criminologia all’università di Genova.

Julia compare per la prima volta nel 1998. Il suo volto è ispirato a Audrey Hepburn: come mai hai scelto lei?
La vidi in “Sabrina”, intorno ai sei anni. Sorridente, con gli occhi a mandorla, una figura esile che emanava vitalità e simpatia. Mi rapì il cuore. Oggi, nel 25° anniversario di Julia, ricevo ancora centinaia di missive in cui i lettori affermano che la Hepburn è il loro modello ideale. Ne sono lieto, ma anche un po’ geloso: Audrey era un mio sogno.

Dagli anni 70 ad oggi hai realizzato e contribuito a far crescere molti personaggi diventati un cult nel mondo dei fumetti, ma su tutti spicca Ken Parker. Cosa ha significato per te?
Ken è stato un amico, un figlio, un fratello, un padre. Siamo cresciuti insieme, entrambi lacerati dal fallimento dell’utopia sessantottina. Attraverso di lui, ho potuto esprimere i miei pensieri, le mie delusioni, le mie speranze, la mia visione della vita. È stato uno specchio in cui mi sono riconosciuto, una cassa di risonanza che ha dato concretezza alle mie idee. Gli devo tanto. E lui mi ripaga con la stima che riscuote ancora nel mondo.

Avremo occasione di leggere nuove storie del tuo amato personaggio?
Nel 2015, ho realizzato un ultimo episodio a chiusura della saga. Ma nella vita non esiste nulla di certo.

C’è ancora qualche progetto o qualche personaggio dentro il tuo cassetto?
Ho un romanzo inedito, un progetto televisivo, e una dozzina di storie in germoglio. Inoltre, sto lavorando al mio quarto CD e porto sui palcoscenici “The Jimi Hendrix Revolution”, uno spettacolo teatrale che m’impegna come regista e attore.

Per la copertina di Art & Glamour hai preparato un’immagine, disegnata da Claudio Piccoli, in cui appari con Julia intenta a sfogliare la nostra rivista, attorniati da opere d’arte.
Riprende un angolo del mio studio, ma il quadro è opera di Emma Hepburn Ferrer, e le sculture di Thomas Pucci. Ho conosciuto entrambi a Città di Castello, dove è stata dedicata una mostra alla mia carriera. Emma era la madrina. Una ragazza dolcissima, con il sorriso della nonna, la passione per la pittura, e un fidanzato – Thomas – altrettanto talentuoso. Ho pensato che sarebbe stato carino circondarmi delle loro creazioni.

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