Home EdizioneEd. 12 Gabry Ponte: “Io faccio musica per il mio pubblico, è del loro giudizio che mi fido”
Gabry Ponte, il Dj-Producer italiano numero 1 al mondo per ascolti su Spotify.

Gabry Ponte: “Io faccio musica per il mio pubblico, è del loro giudizio che mi fido”

di Monica Landro

A cura di Monica Landro
Foto di Christian Della Torre e Alessandro Treves

Nella sua lunga carriera ha collezionato 2 dischi di DIAMANTE, 39 certificazioni PLATINO e 22 ORO. Vanta oltre 3 MILIARDI di stream globali ed è il Dj-Producer italiano numero 1 al mondo per ascolti su Spotify. Stiamo parlando di Gabry Ponte, e dei suoi 25 anni di spumeggiante carriera artistica! Gabry Ponte è uno dei pochissimi DJ Producer che porta avanti la dance italiana nel mondo, permettendo al nostro Paese di avere sempre un ruolo di rilievo nel settore della musica da discoteca. 

Come lo vivi, che emozioni provi?
Emozioni belle ma ci tengo a dire che in realtà il merito non è assolutamente solo mio. Io ho la fortuna di lavorare con un team di ragazzi fantastici e in questi lunghi anni, a partire dalla Bliss Corporation, una factory con la quale io sono nato artisticamente come produttore, e poi con gli Eiffel 65, ho sempre capito che la forza è il TEAM. Con Jeffrey e Maurizio abbiamo realizzato Blue e rappresentavamo questo progetto, ma c’era un sacco di forza lavoro alle spalle. Inoltre,

oggi il Dj viene gestito come un brand, partendo dalla creazione della musica, alla gestione del dj attraverso management, promozione, live.

Ogni ragazzo del mio team ha skills incredibili e quindi io sono solo la punta dell’iceberg ed il successo non è solo mio. 

Come ti spieghi questo cambiamento del ruolo del DJ?
Oggi possiamo vedere cosa succede dall’altra parte del mondo grazie ad un video su Youtube e abbiamo dei riferimenti, delle case history che vanno al di là dei nostri confini geografici. Una volta invece la cerchia era ristretta e il DJ era semplicemente l’evoluzione umana di un Juxe Box: stava in un angolo in discoteca, al buio e metteva la musica. Con gli anni è diventato quello che la musica la produceva, poi è diventato un artista, un performer e poi è diventato un po’ il centro di questo movimento pazzesco. 

Quando hai iniziato a suonare, avevi coetanei sotto il palco, adesso chi c’è?
Ci sono i miei coetanei di allora, che portano i figli! Li hanno abituati ad ascoltare la mia musica e loro mi apprezzano. Ai miei concerti vedo anche ragazzini, che magari mi hanno conosciuto grazie al rifacimento di Blue di David Guetta e Babe Rexha o dai dischi nuovi. Sotto il palco ci sono più generazioni.

Ti stupisci?
Mi stupisco ogni volta ma mi piace un sacco! Ti rendi conto che la musica ha un potere trasversale pazzesco ed è un collante incredibile che va al di là di tutte quelle menate artistiche che ci facciamo noi addetti ai lavori

La tecnologia live ha fatto enormi progressi. Qual è il tuo SET UP ideale? Utilizzi il computer o vai di analogico con i piatti?
Non uso mai il computer ma non credo sia un problema farlo. Alla fine quello che conta è il legame che si riesce ad instaurare con la gente e quello che riesci a comunicare.

Io ho iniziato con i piatti e con quelli riesco a gestire meglio il flow della serata. Conta l’atmosfera che si crea, l’originalità di quello che fai. 

Nella tua carriera hai collaborato con artisti italiani ed internazionali che sono diversi per età, per genere, per stile… Cosa ti ispira nella scelta dei nomi con cui poi crei una produzione?
Funziona al contrario. Non parte mai dall’idea di voler collaborare con qualcuno. Parte tutto dalla musica e ogni artista che è entrato nel mio progetto, lo ha sempre fatto in maniera spontanea. Cito, per esempio, Little Tony. Con lui ho fatto “Figli di Pitagora”, un brano che volevo cantare con qualcuno ma non sapevo chi. Poi, nel 2003 siamo andati a Sanremo e in gara c’erano anche Little Tony e Bobby Solo, con i quali siamo entrati in contatto. Tony era una persona simpaticissima e siamo entrati subito in empatia. Abbiamo pensato di proporre a lui di cantare quel brano che tutto sommato parlava della nostra italianità, del fatto di unire le generazioni con la musica e quindi glielo abbiamo proposto. All’inizio era un po’ scettico, abbiamo fatto il provino in dieci minuti poi lui lo ha riascoltato in macchina, mi ha chiamato e mi ha detto “Gabry, è una bomba! Facciamolo!” Nascono così le cose… 

Hai citato Sanremo: ti piacerebbe andare in gara tra i big o ti piacerebbe tornare in qualità di ospite internazionale come fecero i Meduza nel 2022?
Non metto mai vincoli a quello che può capitare. Oggi sono più proiettato su un percorso internazionale, però ho fatto anche tante cose in italiano.

Se un giorno dovessi avere un pezzo che mi piace, in italiano e mi chiedessero di portarlo a Sanremo, perché no?

Bello come ospite ma anche bello in gara. Sono due cose diverse ma resta che Sanremo è un palco prestigioso al quale aspirano tutti. Una cosa non deve escludere l’altra per me.

Nel 2006 nasce “Che ne sanno i 2000” che all’epoca andò alla grande ma che ancora oggi è una sorta di “claim” per spiegare alle nuove generazioni come prima fosse meglio…
Io non dico mai che prima fosse meglio. “Che ne sanno i 2000” in realtà è un modo scherzoso per parlare di qualcosa che le nuove generazioni non conoscono, ma non in maniera nostalgica. Non è un rimpianto. Quel disco lì nasce dall’idea di volere raccontare un pezzo di storia a chi non l’ha vissuta. E così inizio a scrivere il pezzo. Doveva essere un pezzo per gli Eiffel, ma a loro non convinse e restò lì per qualche anno. Poi un giorno mi chiamò Danti, con il quale avevo già collaborato, e mi disse che in rete girava l’hasthag #chenesannoi2000 e che secondo lui era un’onda che andava cavalcata. Io ho fatto subito il collegamento con il mio brano, l’ho preso, ho riscritto il ritornello con Che ne sanno i 2000, tenendo le immagini di Bim Bum Bam, Festivalbar…gliel’ho mandato ed è partito tutto. Quindi questo successo è nato così! Una bella intuizione. 

Quando scrivi un pezzo in studio, chi è la prima persona che chiami per condividere l’idea?
Non chiamo nessuno. Il mio banco di prova è il live. Testo tutto nei DJ Set. Ogni settimana butto giù delle idee e le testo con la gente… 

Quindi la tua fiducia è riposta nella reazione del pubblico, non in un orecchio tecnico…
Beh, io faccio musica per me, per loro. Quindi alla fine sono loro che devono dire cosa ne pensano. Funziona così anche nei social.

A volte butto le idee su cui sto lavorando su TikTok e vedo se la gente risponde bene, se il pezzo diventa virale: a quel punto lo pubblico. 

Per festeggiare i tuoi 25 anni di carriera, hai organizzato quattro show. Milano è stato un successo, andato sold out immediatamente…
Sì, è stato bellissimo. Abbiamo festeggiato insieme questo evento con tutte le mie Hit: da “Blue” alla più recente “Easy on my heart”. Anche Torino (PalaAlpitour), il 2 marzo è già sold out. E non vedo l’ora di andare anche a Bologna (Unipol Arena) il 6 aprile e a Roma (Ippodromo delle Capannelle) il 15 giugno.

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