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Fra Magritte e la Ferragni passando per Colla Zio (con un messaggio agli stylist)

di Monica Camozzi

A cura di Monica Camozzi

Nel 1947 René Magritte dipingeva La Philosophie du Budoir: un abito appeso con i seni dipinti. Metaforicamente potremmo dire che Chiara Ferragni sia entrata nel quadro per indossarlo durante la prima serata del Festival.

Perché la moda è come l’inconscio collettivo, una memoria cellulare a cui i grandi creativi -qual è Maria Grazia Chiuri -attingono per rielaborare, ricodificare. Alla fine, il messaggio dell’arte surrealista è diventato cavallo di battaglia per parlare delle donne, del loro corpo che ci dice “non siate solo corpo” attraverso un abito. Spettacolare, no?

Certo, Chiara Ferragni si presta a indossare qualsiasi cosa, su di lei il messaggio prende valore anche dal punto di vista estetico: con una gabbia couture, con seni dipinti, con una colata d’oro sul busto chiusa da un simbolico lucchetto.

E del resto Elsa Schiaparelli fu rivoluzionaria quanto Chanel (con cui si accapigliava parecchio) e il suo attuale interprete, Daniel Roseberry, ama le allegorie, come abbiamo visto nella famosa sfilata-parodia dell’inferno Dantesco. Una collana utero gold sulla magia del velluto nero diventa narrazione simbolica senza perdere la classe della haute couture, come un abbraccio di Klimt.

L’importante è scegliere il veicolo giusto per traghettare un messaggio, perché questo è il punto. Non tutto sta bene a tutti.

L’abito e chi lo indossa  creano una formula chimica, mobile come elettroni che si spostano da una molecola all’altra: l’alchimia perfetta avviene quando l’abito esprime l’anima di chi lo porta.

Altrimenti si sente uno stridore, una nota fuori pentagramma, una stonatura.

Perfetta, Elodie, non per innegabile figaggine, ça va sans dire. Perfetta perché lei e Versace erano compenetrati. La personalità diventava come pennello su una tela, disegnava come una X-ray. Difficile, il piumaggio da Cigno Nero per chiunque non abbia la delicatezza di una Natalie Portman, ma tutto sommato reggeva anche se non è stato l’outfit migliore.

Lo stesso si può dire per Tananai in Gucci: altrettanto carismatico, la sua osmosi con l’estetica del brand era naturale, niente forzature. Ha conquistato tutti il suo completo check sartoriale a quadri sui toni del nero e del rosso, una giacca doppiopetto, una camicia bianca e un paio di pantaloni comodi e a gamba ampia (lo styling è di Nick Cerioni), ma già sul green carpet aveva portato una folata di stile con una mise in pelle, camicia rosa di seta. Densa e delicata.

Un po’ più difficile, comprendere Madame: Yin e Yang,  nonostante visino e boccoli. Anima che sguazzava nei primi due look, grintosi e lievemente edulcorati ma che sprofondava nel terzo: troppe ruches, troppo Bridgerton per una parte di lei.

madame

La famosa “vestaglia” dell’ultima serata invece, nonostante i commenti acidi, era in perfetta sintonia con la donna  e con il testo della canzone: scalza, compresa emotivamente nel pezzo, a suo agio in underwear delicato coperto dal tulle, Madame era tutt’uno con ciò che indossava. Vestiva dentro e fuori.

Non sempre serve la couture aulica: i Colla Zio, divertenti, ironici, erano perfetti ad esempio con l’outfit  Huf, che ricorda il mood Naj Oleari di un tempo. Idoneo, perché calzante.

E non basta la coerenza esteriore serve anche quella interiore. Un esempio è Marco Mengoni, che esteticamente poteva esplicitare molto bene l’anima Versace anni Novanta ma qualcosa -a partire dalla canzone- rivelava una dolcezza non presente negli abiti.

O Levante: bellissimi i pezzi di Etro nel nuovo corso di Marco de Vincenzo. Forse con la sua chioma corvina sarebbero stati più in linea, ma De Vincenzo è riuscito a conferire al nero la delicatezza della nuova anima di Levante, decisa eppure gentile, forte e femminile. Conforme al desiderio della cantante, espresso anche sui social, sostanziato nelle parole “vivo l’attimo che c’è, vivo per la mia liberazione”.

levante

Insomma, quello che vogliamo rappresentare qui è…che non si tratta solo di vestiti.

È  come se ci fosse una sorta di meta-emozione che va oltre stoffa, foggia, marchio, per parlare di chi lo indossa in modo molto più profondo del visivo e del tattile.

Un messaggio lo lanciamo agli stylist, perché in fondo sono loro a interpretare l’estetica dei protagonisti: perché, ogni tanto, non cercare qualche proposta fuori dagli schemi di marketing, qualche nome inusuale, capace di raccontare il nuovo fuori dalla roccaforte della sicurezza?

Ce ne sono tanti. Invisibili, perché impossibilitati a raggiungere l’empireo delle griffe ma capacissimi di stile, glamour, personalità, valore.

E allora perché non essere rivoluzionari davvero, non solo nelle parole delle canzoni?

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