“Sento troppa solitudine intorno, dobbiamo ritrovare l’emotività”
A cura di Monica Landro
Fotografie di Graziano Marrella
È sicuramente uno dei talenti musicali più apprezzati d’Italia. Non ama stare sotto i riflettori perché non è molto loquace, anzi è piuttosto riflessivo: stiamo parlando di Ermal Meta. Ermal è un cantante, autore e polistrumentista straordinario che negli anni si è conquistato stima e affetto con la sua musica intensa e le sue parole toccanti: può cantare canzoni più pop o rock ma anche ballate con una profondità che colpisce nel segno. Cinque gli album che ne hanno confermato il valore artistico ed umano. Tra i tanti brani, basti pensare a Vietato morire, canzone sulla violenza domestica con la quale si classificò al terzo posto al Festival di Sanremo nel 2017. E poi ancora, l’anno seguente tornò sul palco dell’Ariston e vinse con il brano Non mi avete fatto niente in coppia con Fabrizio Moro. La canzone, che prese parte all’Eurovision Song Contest, è un inno contro la violenza e la guerra, e ha dimostrato la sua capacità di affrontare temi importanti attraverso la musica.

Oltre alla sua carriera musicale, Ermal nel 2022 ha scritto il libro “Domani e per sempre”. Un esordio letterario che gli ha regalato grandi soddisfazioni, non solo per le numerose traduzioni in altre lingue ma anche per essersi meritato l’attenzione del Premio Strega. Il romanzo getta luce sulla difficile storia dell’Albania nella seconda metà del Novecento.
Abbiamo incontrato Ermal Meta al Teatro Manzoni di Milano in occasione di “Buon Compleanno Mimì”, una serata in onore della mai dimenticata Mia Martini. Ogni artista presente, per ricordarla, ha cantato una sua canzone, oltre alle proprie.
Hai scelto Almeno tu nell’Universo, canzone scritta nel lontano ‘72 e poi cantata nell’89. C’è una frase nel testo che recita: “Sai la gente è sola, come può lei si consola”. Nel 2023 il concetto di solitudine ha un po’ cambiato forma e valore? Com’è oggi la solitudine?
Non è proprio cambiata. Direi che la situazione è peggiorata.
Oggi la solitudine è quanto mai una compagnia quotidiana per tutte le persone e viene acuita dal fatto che abbiamo la sensazione di non essere mai soli
perché siamo sopraffatti da tutta questa tecnica che ci circonda e che ci sovrasta, per dirlo con le parole di Umberto Galimberti (La tecnica è la più alta forma di razionalità mai raggiunta dall’uomo, secondo il filosofo n.d.r.). Tutta questa tecnica diventa anche la nostra estensione, quasi quella dei nostri pensieri e sostituisce il più delle volte la ricerca di quella che potrebbe essere la nostra vera vita.
In termini più semplici?
In termini molto più semplici, tutto questo non ci permette di allontanarci dalla solitudine perché cerchiamo di colmarla. La solitudine è un buco troppo profondo per poterlo riempire di cose: è come cercare di coprire un buco nero, ogni cosa svanisce là dentro. La solitudine non è qualcosa che puoi coprire oppure qualcosa da cui distrarti. La solitudine è una tua compagnia e devi imparare ad accettarla quando arriva e fare sì che quella solitudine possa diventare un momento per te creativo, che ti prendi per te, di riflessione. La solitudine non la si può sconfiggere, soprattutto oggi. La gente è sempre più sola pur essendo tutti quanti insieme. Io percepisco questo in giro, dalle persone che conosco, da quello che mi arriva, da quello che dicono i telegiornali, che leggo sui social… e questo fa molta paura.
Sei molto attento alla società. Sul recente caso dello stupro di Palermo avevi augurato agli autori della violenza, una volta in carcere, di “finire sotto 100 lupi in modo che capiate cos’è uno stupro”. L’allusione era a un messaggio scambiato dagli stupratori in chat dopo la violenza: “Eravamo 100 cani sopra una gatta”. Per queste tue parole, molto forti, sei stato molto apprezzato da alcuni ma anche molto attaccato da altri. Tornando indietro, rifaresti quelle affermazioni?
Altre cento volte.
I ragazzi di oggi, coetanei degli stupratori e della vittima, non si sono esposti. Cosa potresti dire a loro, già famosi e con una fanbase consolidata per invitarli a dire la loro, come hai fatto tu?
Nessuno si è esposto, non solo i giovani artisti. E comunque non ho nessun messaggio nei confronti dei miei colleghi ventenni che non si sentono di prendere una posizione nei confronti di una cosa del genere. Semplicemente non ho niente da dire. Sarebbe inutile.
Parliamo della pandemia, che ha fatto da spartiacque nelle nostre vite che oramai sono divise tra il pre e il post-covid. Hai dichiarato di averne risentito moltissimo. Che cosa hai lasciato di Ermal nel pre-covid e cosa c’è di nuovo di Ermal che hai trovato o scoperto dopo il Covid?
Sai che non ci avevo mai pensato in questi termini? Allora… fino a quel momento lì, sembrava che ogni cosa andasse sempre al suo posto. Dopo quel momento, mi sono reso conto che così non era, che
tutto quello che noi facciamo è estremamente labile, che quasi viene da chiedersi “che cosa sto facendo e perché”,
però qua si entra nel merito di domande esistenziali che il più delle volte non hanno risposta e forse la risposta è proprio continuare a chiederselo.
Mi arriva un senso di disillusione in questo…
Non disillusione perché non sono mai stato una persona con la testa tra le nuvole. Come Ermal Meta sono sul mercato da qualche anno, ma in realtà io ho cominciato in tenerissima età, ho militato in tante band, ho scritto canzoni per tanti. Se la musica fosse un ristorante, ti potrei dire che ho lavorato in cucina per una vita, quindi conosco tutti i peccatucci, i vizietti di questo lavoro…
Nel testo di Vietato morire c’è una frase “Lo sai che una ferita si chiude e dentro non si vede”. Tutti abbiamo questo genere di ferite. Ce n’è una tua che ti va di raccontare?
No, le ferite sono personali. Se te la racconto, poi finisce che non ci scrivo più una canzone, quindi preferisco scrivere una canzone, anche perché sono cose che puoi raccontare una volta sola.
Ok, lo accetto! Allora provo con un’altra frase che mi piace tanto, tratta dalla canzone Piccola anima: “Dicono che non c’è niente di più fragile di una promessa”. Qual è la promessa che fai al tuo amato fanclub I Lupi di Ermal, per il prossimo futuro?
A loro non faccio nessuna promessa però
faccio una promessa a me stesso: di essere sempre fedele a quello che penso,
a quello che sento e di cercare di fare tutto quanto secondo onestà, nei confronti di questo dono meraviglioso che è la musica.

Che poi detto così sembra facile ma in realtà sta abbastanza scomparendo la musica, ci restano le canzoni, che è diverso. Ci sono tante canzoni che non hanno musica dentro…
A cosa ti riferisci, cosa intendi?
Parlo dell’emotività. Perché ascoltando una canzone degli anni ’60 riusciamo a vedere dei paesaggi, degli abiti, dei tagli di capelli? Perché ascoltando la musica anni ’70 riusciamo a vedere molto chiaramente molti aspetti che riguardano quell’epoca? Mi riferisco a questo tipo di emozione…
Ma è la musica che sparisce o siamo noi che stiamo sparendo?
Siamo noi che stiamo sparendo, con una velocità clamorosa da un punto di vista emotivo e da quello della coscienza di sé.
Cerchiamo soltanto di arrivare alla fine della giornata dicendoci “Ok, anche oggi ce l’ho fatta” ma non va bene vivere così.







