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DJ Albertino: Voices on Frequency

 “A me non è mai interessato essere famoso, a me piace mettere i dischi!”

A cura di Monica Landro
Fotografie di Davide Pizzi

Albertino, all’anagrafe Alberto Di Molfetta, è sicuramente un’icona della musica dance, della radio, del divertimento. Ha fatto ballare, ridere e restare attaccati al Deejay Time generazioni intere. La sua voce calda e la sua presenza magnetica lo hanno reso una figura di riferimento nell’ambiente dei DJ ma anche della gente comune, grazie alla sua capacità comunicativa. Albertino infatti non è solo un DJ talentuoso ma è un vero e proprio showman che sa coinvolgere il pubblico con il suo carisma travolgente. 

Eppure lui è anche un uomo semplice, che ci accoglie nel suo ufficio di Via Massena, a Milano con un sorriso quasi timido e che risponde alle nostre domande con garbo, con riflessione, quasi con stupore, di fronte al fatto compiuto che oggettivamente è un talento immenso e che ha segnato momenti indimenticabili nella storia della radio. 

Il Dj Time è stato un riferimento degli anni ’90, ha portato la cultura della dance in Italia. Tu hai portato tendenze e successi nazionali ed internazionali attraverso questo programma. Quando ti sei reso conto della portata che aveva la tua trasmissione e del fatto che tu fossi l’ago della bilancia dei successi che poi accadevano?
Credo di essermene accorto dopo, tanto dopo anche se ci sono stati un paio di momenti che mi hanno reso davvero consapevole di quello che stava accadendo. Uno è stato quando abbiamo cominciato a uscire dalla radio. In quegli anni ci era capitato che qualche casa discografica ci avesse chiesto di fare uno showcase di qualche gruppo internazionale che dovevano lanciare in Italia. Ci venne chiesto per i Kris Kross al Rolling Stone e una volta per gli East 17 al Palatrussardi (oggi Palasharp n.d.r.). In quella occasione ci chiesero di fare la diretta con la radio, con il DJ Time che conteneva questo momento di show live del gruppo ospite. In entrambi i casi, con il palazzetto sold out, il pubblico era lì per noi, non per loro… e così ci siamo accorti che stava accadendo qualcosa!

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C’era anche la pressione delle case discografiche: io ad un certo momento ero davvero l’ago della bilancia e quindi c’era la gara a darmi le novità perché poi io le suonassi in radio. 

Hai fatto svoltare il mercato della dance…
Se tu guardi le classifiche di quel periodo, le prime 20 posizioni sono della dance che suonavo io nel DJ Time. Riconosco di avere un merito in questo, di avere avuto un’intuizione nel capire agli inizi degli anni ‘90 che stava accadendo una grossa rivoluzione musicale e tutto quello che succedeva, avveniva nel circuito dei DJ della house, della dance e del rap, che sono generi mainstream ancora oggi. Che poi, in realtà, se guardo indietro ero anche molto più duro, non è che mettessi solo Corona con “The rhythm of the night” … noi mettevamo la techno pesante, anche cose coraggiose, alle due del pomeriggio. 

Quello era l’orario in cui i ragazzi tornavano a casa da scuola…
E infatti il mio focus era il tenageer, quello che oggi la radio ha completamente perso. Ma allora, loro tornavano da scuola e gli piaceva ascoltare qualcosa che si avvicinasse al loro modo di essere, al loro linguaggio, allo slang… tutte queste cose hanno fatto sì che il DjTime diventasse una bomba atomica.

Proprio parlando dei teenagers di oggi, due mondi paralleli separano la GenZ e gli adulti. In realtà tu sei proprio in un punto di intersezione: tu piaci ad entrambe le fasce di età. Secondo te, in cosa risiede il tuo fascino?
Forse i giovanissimi li ho persi un po’ anche io perché oggi loro sono molto sulla trap, anche se su quello io sono stato sempre presente: penso a Bando di Anna, Shekerando di Rhove, Ghali…  di recente ho fatto una serata di M2O a Torino e c’erano un sacco di ragazzi giovani. Ero un po’ sorpreso di questa cosa e chiedo: ma come mai? 

È un fascino che non ti riconosci?
Mi fa tanto piacere, è una conquista però mi piacerebbe capire perché. Forse il segreto non è puntare sul target anagrafico ma su una tipologia. È una questione di mentalità. Ecco, guarda,

la mia community ideale è questa: quella giovane di mentalità.

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Del resto io sono così: sono un curioso e mi piacciono le novità, le scoperte, fa parte della mia natura… 

I ragazzini ti fermano per strada?
L’altro giorno mi ha fermato un ragazzo e mi ha detto “Tu hai lanciato Fabri Fibra, sei un grande!”
“Come fai a saperlo?”
“E seguo le sue interviste sul web e lo ha detto: tu sei un numero uno”.
Capisci che per me è una gratificazione enorme… 
È più bello e stimolante quando sei dietro il microfono in studio o quando sei dietro la consolle in discoteca?
Sono due emozioni differenti, però la mia comfort zone resta la radio, per diverse ragioni. Quando ho iniziato ero un ragazzino molto timido, con una grande passione per la musica. Ero innamorato delle voci delle radio. Leopardo su tutti, che era il mio idolo, quindi la radio mi ha permesso di esprimermi senza che nessuno mi vedesse. 

Però fin da subito hai fatto anche televisione: Dj Television, Italia Unz, anche Zelig. Ti senti più un divo televisivo o radiofonico?
Assolutamente radiofonico e ne sono orgoglioso! Diventare così popolare solo con l’uso della voce, penso sia un record. Sai, con il volto, basta anche solo essere piacevoli e molto è fatto.

La televisione ti dà una grande notorietà ma a volte senza grandi meriti. La radio, invece, è più complessa. Devi sapere dire cose…

E comunque a me non interessava essere famoso, noto, avere la platea. A me piaceva mettere i dischi! L’emozione per me era avere un disco nuovo tra le mani e pensare che lo avrei messo in radio! 

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Oggi, credi di dovere ringraziare qualcuno per questo tuo percorso?
Ringrazio chi mi ha dato la libertà di esprimermi. Non mi dimentico di Enrico Rovelli che è stato il mio primo datore di lavoro che mi ha fatto lavorare a Radio Music e poi al Rolling Stone. Poi ovviamente anche Claudio Cecchetto che mi chiamò a Radio DJ. Con lui sono anche stato in conflitto perché volevo fare di più ma devo riconoscere che lui mi ha dato la fiducia. Considera che io ero circondato da giganti. Lavorare con Gerry Scotti, Amadeus, Fiorello, Jovanotti, Linus. Dovevo un po’ sgomitare, trovare il mio modo…

Però anche tu sei diventato un gigante…chi quindi dovrebbe ringraziarti per il successo che ha avuto?
Eh, un bel po’ di gente… però io non ho mai chiesto niente. Avendo da sempre questo approccio con la musica, di voler lanciare i brani e volere solo avere in cambio la riconoscenza dell’artista,

ho reso ricche o famose molte persone, ma io non ho mai chiesto nulla in cambio… mi basta un “grazie” 

Tra i tuoi talenti c’è stata anche la capacità di creare dei neologismi che sono rimasti nel linguaggio comune degli italiani: “Piach”, “Vai Alba, bella lì”, “Ooookey!” e “VaaaaBene!”. Quali di questi tormentoni anni 90/2000 ti senti ancora addosso?
Dipende. Per alcuni io sono Marco Ranzani e basta. Per altri io sono quello della cassettina. Per altri ancora io sono quello che ha scoperto Fibra, gli Articolo 31, l’hip hop. Non lo so… ci sono ancora tutte queste parti di me. Mi appartengono tutte. 

L’intelligenza artificiale è già qui: quanto ti sembra una opportunità, uno slancio e quanto ti preoccupa come speaker, come creatore di jingle, come produttore…
Preoccupato no, sono incuriosito per quello che si potrebbe fare con l’intelligenza artificiale. Di base però l’input deve essere dato dall’essere umano. Ci deve essere l’intuizione, l’idea di un essere umano, ma se poi l’AI ci può aiutare a velocizzare il lavoro, ben venga. Se invece dovesse sostituire alcune figure, allora non è divertente. 

Da 5 anni sei direttore artistico di M20. Quale il punto di forza di questa radio e quale il suo punto debole?
Il punto forte sono io, con tutta la mia umiltà… no scherzo… il punto forte è la sua precisa identità. Abbiamo colmato un vuoto perché non siamo andati a sovrapporci a nessun’altra radio, se non le locali, al limite. 

Il punto debole è forse nel limite che abbiamo nella copertura nazionale, punto sul quale lavoro ogni giorno. Nonostante questo, M2O è la radio del gruppo che ha guadagnato di più dal punto di vista degli ascolti, in proporzione naturalmente anche perché Radio DJ è sempre la madre di tutti noi.  

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Ma tu hai traslocato da lì…
Alcuni mi consideravano un pazzo quando sono andato via da lì. Radio DJ è un punto di arrivo per tutti, diciamolo no?

Però DJ è andata in una direzione che non era più la mia, che è giusta per lei, ma io avevo un’altra natura: ero più legato alla musica, ad un certo tipo di mondo, lì si poteva sperimentare meno, si parlava troppo e quindi ho fatto questa scelta… e oggi ti dico di più: avrei dovuto farla prima.

In Via Massena, ad ogni piano c’è una radio del gruppo. In quale piano ti senti veramente a casa?
Beh, dai in tutto il palazzo. È per me un’unica entità in cui si condivide molto, dai collaboratori agli speakers. La sinergia è fondamentale tra le radio del gruppo. Prima M2O andava a traino, inizialmente abbiamo avuto bisogno di Radio DJ per farci conoscere, oggi è tutto reciproco. Noi abbiamo ascoltatori che DJ non ha e viceversa. Dal punto di vista editoriale, offriamo un pacchetto completo per tutte le fasce d’età. 

TV, fatta. Radio, fatta. Palazzetti, fatti. Teatri, fatti. Libri, fatti. Ma non sei stanco? Non hai voglia di ritirarti un po’? Oppure hai ancora qualcosa da fare, che ci possa stupire?
Me lo cerco. Siccome è proprio come dici tu, allora mi cerco l’entusiasmo, nuovi stimoli, che siano le serate al forum o la sfida della radio…

Dopo 35 anni non sei stanco, insomma…
No, stanco no. Ho rallentato, forse. Mi sono organizzato meglio. Prima vivevo con questa ansia di lavorare continuamente anche nel weekend, di fare serate sempre. Adesso invece mi capita di rinunciare a qualche data. Tutto molto più easy. Cerco di trovare del tempo anche per me. Amo la normalità, le cose semplici… mi piace andare a camminare in campagna. Il nostro lavoro ci porta sempre a stare in mezzo al delirio e quindi staccare mi piace e mi aiuta a ritrovare sempre quell’entusiasmo.

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